La notte magica

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illustrator Patrizia Kovacs

 

Questa notte è la notte giusta per tornare bambini, per ascoltare le sensazioni del cuore, e per lasciarsi andare al privilegio di sentirsi emozionati, tanto da non riuscire a dormire.

Perchè è bello ascoltare la notte, vivere i suoi silenzi e la magia del suo gelido cielo pieno di stelle. Perchè a volte è proprio bello non dormire, per stare vicini vicini a parlare; non aspettare l’ora di colazione per preparare caffè e brioches. Per leggere un libro, per disegnare… per scrivere.

Per aspettare Santa Lucia… lo sapete, lei porta splendidi doni anche ai grandi.

Questa notte non dimenticate di desiderare… vi auguriamo una notte magica, piena di meraviglia e di piccole cose preziose.

 

Era la notte di Santa Lucia, la notte più lunga e magica di tutto l’anno; tutti i bambini erano nei loro lettini, incapaci di dormire ma con gli occhi serrati, perché si diceva che Santa Lucia, che portava i giocattoli ai bambini, non voleva farsi vedere da loro e se li avesse incontrati, avrebbe gettato nei loro occhi una polvere scura.

Nessun bambino voleva farla arrabbiare perché Santa Lucia portava doni meravigliosi, e ascoltava sempre le richieste dei bambini. Ogni bimbo, prima di andare a dormire lasciava sulla finestra di casa un po’ di latte e fieno per il suo asinello, che doveva essere stanco con tutto quel peso sulla schiena. Lui portava i sogni di tutti i bambini del mondo.

Ma non solo i bambini aspettavano Santa Lucia; nella cameretta di una bambina, c’era una bambola che desiderava tanto tanto avere un orsacchiotto.

-Che storia sciocca è questa – protestò Keil- le bambole non possono desiderare, sono solo bambole.

La piccola Gemma, invece di mettere il muso, si fece seria, seria – Una strega cattiva le aveva fatto un incantesimo, e lei stava tutto il tempo seduta su un mobile perché quella bambina, che aveva tanti giochi, non giocava mai con lei e la bambola si sentiva sola. Non se lo ricordava più, ma una volta era stata anche lei una bimba. –

Keil non replicò e senza accorgersi di avere gli occhi sgranati, restò in ascolto

Così la bambola– proseguì la piccola Gemma- voleva un orsacchiotto, tutto per lei, così avrebbe avuto qualcuno con cui giocare. Detto fatto, si fece aiutare dai pennarelli colorati che stavano sul mobile e scrisse una lettera a santa Lucia, tutta colorata perché lei non la dimenticasse. E poi, con un bel sorriso sulle labbra, attese…

Venne la notte di Santa Lucia e mentre tutti i bambini dormivano, la bambola aspettava seduta sul suo mobile sperando con tutto il suo povero cuoricino da bambola di ricevere il dono tanto desiderato, ma tanta era l’emozione che alla fine si addormentò e sognò il suo orsacchiotto.

Quando la mattina la bambola si svegliò, si sentì davvero strana; sentiva caldo allo stomaco e qualcosa di strano più su, dove lei non sapeva ancora, c’era il suo cuore: non sapeva ancora di stare provando l’emozione: guardandosi le manine e i piedini vide che non erano più da bambola: era diventata una bambina che dormiva in un lettino vero, e accanto a lei c’era l’orsetto che le aveva portato Santa Lucia e che divenne il suo inseparabile amico. 

La bambola e il suo orsacchiotto – Calendario dell’Avvento 2017

 

 

 

Autunno

foglie

Cadete foglie, cadete fiori e svanite,
notte distenditi, accorciati giorno,
ogni foglia mi parla di pace soave
staccandosi con un sussurro dall’albero autunnale
(Emily Bronte)

E’ il momento della quiete, dell’introspezione. Della raccolta.

E’ il momento del perdono, e dell’amore.  E’ il momento di accondiscendere alla

struggente, consolante  malinconia. E’ il momento di ascoltarsi, e di ascoltare le storie che i caldi

colori della natura ci  vogliono raccontare

Benvenuto Autunno…

 

La fanciulla senza mani

la fanciulla senza mani - 1 -

Illustrator Patrizia kovacs

La fanciulla senza mani è una fiaba dei fratelli Grimm, antica e molta bella; una fiaba che racconta il viaggio interiore dell’universo femminile; una fiaba per le donne, per quelle donne che non hanno potere – che non vogliono avere potere – contro le decisioni di un uomo – padre, o marito – ma poi, nel loro percorso di vita imparano a scegliere, a decidere per sè stesse.

Con le mani puoi toccare, puoi tenere, puoi prendere... la fanciulla senza mani dovrà percorrere un lungo cammino per raggiungere la sua vera identità, la sua vera essenza.

E’ una fiaba importante, da leggere e rileggere. Da comprendere.

Partiamo dal disegno della nostra  Patrizia Kovacs

“In primo piano c’è La Grande Madre Selvaggia, nella fiaba la vecchia Regina, che affonda le sue radici nelle viscere della terra.  Piega i suoi rami, i rami del pero, per sfamare la fanciulla.
Il frutto maturo è simbolo della consapevolezza e della creatività.
Di fianco a sx della fanciulla, un piccolo Angelo, simbolo dello spirito bianco
che la protegge lungo il suo cammino. A destra ai margini il Diavolo,  il predatore dell’anima.
In fondo il giardiniere, che con il suo lavoro custodisce, rigenera il seme
del suolo e della radice dell’anima.
Più in basso un daino, esso rappresenta il sacrificio, il dover camminare solo
con le nostre forze, e il sacrificio del daino è volto a liberare l’energia
delicata di noi donne ma vincolante al daino.
Dal cordone ombelicale, dal sesso della Regina (la Grande Madre Selvaggia)
partono una serie di fitte radici che compongono la figura del figlio, l’IO-Bambino, che diventerà Re quando intraprenderà il cammino alla ricerca della sua Amata sposa e che troverà solo dopo aver vagabondato e sofferto ….(il viaggio, la discesa nel sottobosco deve essere fatta da entrambi -forza femminile e forza maschile) la nuova unione sarà completa con la Donna che il Re si troverà davanti…

Lei ma non più Lei …. non più fanciulla ma sposa, poiché ha attraversato i diversi cicli della donna, di sette anni, rappresentati dalle sette fasi lunari (sopra la testa della fanciulla e l’albero).
Le mani d’argento rappresentano il colore speciale del mondo e della luna, sono
veri esseri umani…. una per il mondo di sopra, per sentire gli altri,  e una per il mondo sotterraneo rappresentata con un occhio per vedere attraverso il buio. Patrizia Kovacs

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La cipolla gentile che non sa ancora amare

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Una nuova recensione per la nostra fiaba “Storia di un Porro e di una Farfalla, che riporto integralmente perchè non solo è molto bella ma ha colto perfettamente il senso della fiaba e del suo messaggio, un progetto a cui teniamo molto.

Grazie Blustella, di cuore.

Se vuoi anche tu puoi leggere le prime pagine della nostra fiaba, lasciare un commento e anche comprarla

Buona lettura

Care Mariarosa e Vittoria, scrivere e disegnare è la stessa arte, con due strumenti diversi… la penna ed il pennello… ho scelto di leggere la vostra favola perché incuriosita dalla bella copertina, provenzale, e dal nome buffo del “Porro”. 
Mi aspettavo una favola leggera e scanzonata…invece avete trasmesso un messaggio molto profondo e la favola ha un retrogusto amaro, che colpisce, spiazzandolo, il lettore. All’inizio mi ha colpito il gioco, immagino voluto, tra la descrizione regale e distinta ed il nome un po’ ridicolo dell’ortaggio protagonista, un porro… un porro che altro non è se non una variante della comune cipolla.
Seppur “cipolla gentile”, il porro sempre cipolla rimane… ma tutti gli abitanti dell’orto lo ammirano per il suo elevarsi al cielo e poter danzare nel vento… è una creatura semplice ma a cui è stato offerto un grande dono da Madre Natura. Quando ama la farfalla e lui si sente inadeguato ed invidioso della sua libertà, il porro agisce con egoismo e profonda cattiveria, fino ad uccidere l’amata, spezzandole le ali con lo stesso suo capo su cui lei si posava per amarlo… la parte del porro da lei più amata diviene la sua prigione e la sua fine.
Ancora più amaro, almeno per me, è “l’ultimo sguardo” che i due amanti si scambiano perché non è specificato se si tratti dell’ultimo sguardo della giornata, e quindi la farfallina ritornerà il giorno dopo da lui… oppure se si tratta dell’ultimo sguardo che i due si scambieranno nella loro vita… è questo è un concetto per me molto toccante, perché chi ha il privilegio di provare Amore e di vivere il raro sentimento dell’innamoramento non dovrebbe mai sciuparlo, mai tradire quel moto di vita e di felicità del cuore.
Pensare a quell’”ultimo sguardo” come ad un addio fa male, ma è cruciale la presa di coscienza della farfalla, che nonostante abbia ridato fiducia al porro, viene tradita per la seconda volta da lui, rischiando addirittura la vita per aver creduto al pentimento dell’amato.
La vostra è una favola molto profonda, che può insegnare un messaggio ai bambini, sensibilizzarli e quindi credo potrebbe essere proposta in lettura nelle Scuole.
Con grande affetto,

Blustella

Fiabe per insegnare…

La Magia dell'Orto (3)

Vittoria Grazi Illustrator

 

Il linguaggio più antico del mondo (la fiaba) per affrontare un tema quanto mai attuale (la violenza di genere): ancora una volta le fiabe confermano la loro arcaica e più autentica funzione, ossia formare gli uomini, orientandoli verso i comportamenti adeguati, suggerendo risposte o semplicemente riflessioni. L’ambientazione – un giardino popolato da ortaggi antropomorfizzati – ci ricorda i quadri fiabeschi più delicati tratteggiati da un maestro come Andersen, capace di animare oggetti della vita quotidiana con pochi ma essenziali tratti caratteriali. E poche battute sono sufficienti per delineare l’aggancio relazionale patologico che si innesta sulla coppia violenta, proprio come accade nella realtà: l’intensità di un amore che si rivela soffocante, ma non nell’immediato, solo con una gradualità nebulosa che confonde la vittima, in un sistema di illusorie promesse che vengono gradualmente disattese. Per fortuna la fiaba ci promette un lieto fine e almeno noi non restiamo delusi. 

Una nuova e importante recensione per la nostra Fiaba “Storia di un Porro e di una Farfalla” della Dott.ssa Antonella Bastone pedagogista ed esperta in formazione e appassionata di fiabe – ha scritto un libro molto bello  Le fiabe raccontate agli adulti. Storie di ieri e di oggi per la formazione.

Per noi  – con la brava e giovane illustrator Vittoria Grazi, – questa piccola fiaba è molto importante – come il messaggio che porta – e il giudizio di una professionista, come la Dott.ssa Bastone, che stimiamo molto per la sua preparazione e serietà, ci fa onore. Grazie!

La nostra fiaba partecipa al Concorso Il mio esordio. Se vuoi leggere le prime pagine, e lasciare un commento, o comprare la nostra fiaba vai alla pagina dedicata. E non dimenticare di votarla cliccando il tasto supporta.

 

 

 

Conosci la tua ombra?

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“… Lo specchio rispose:-Il tuo aspetto qui di tutte è il più bello, ma Biancaneve dalla chioma corvina è molto più bella della Regina!-All’udire queste parole, la regina allibì e sbiancò per l’ira e l’invidia. Da quel momento in poi, la sola vista di Biancaneve la sconvolgeva, tanto la odiava. Invidia e superbia crebbero a tal punto in lei, da non lasciarle più pace né‚ giorno né‚ notte. Allora chiamò un cacciatore e disse: -Conduci la bambina nella foresta selvaggia, non voglio più vederla. Uccidila e portami i polmoni e il fegato come prova della sua morte-
Biancaneve –  F.lli Grimm
Dentro di noi abbiamo un’Ombra: un tipo molto cattivo, molto povero, che dobbiamo accettare.
Carl Gustav Jung

Archetipi e fiabe

archetipo

Illustrator Patrizia Kovacs

 

Gustav Jung, psichiatra, psicoanalista e antropologo svizzero, teorizzava che l’ inconscio alla nascita contenga delle impostazioni psichiche innate, informazioni trasmesse in modo ereditario, fin dall’inizio dei tempi. Queste informazioni – codici di messaggi universali –  appartengono a tutti i popoli e sono definiti archetipi. Secondo Jung gli archetipi hanno sede nell’inconscio collettivo, un sistema psichico più profondo dell’inconscio personale che, invece, raccoglie le esperienze personali dell’individuo.

Le fiabe sono l’espressione degli archetipi, cioè di queste immagini primordiali,  idee innate e predeterminate dell’inconscio umano. Prima c’erano i miti: l’uomo, che non sapeva spiegarsi il mondo intorno a sé,  raccontava storie meravigliose per spiegare la propria esistenza, per comprendere la vita.  Nei miti, l’uomo si rapportava agli Dei, alle divinità che regolavano le leggi, per lui incomprensibili, della natura; i miti erano strettamente legati al sistema sociale e religioso dei popoli e quando questo decadde, decaddero anche i miti e lasciarono il posto alle fiabe: dal divino meraviglioso si passò al magico umano – non più Dei, ma esseri magici, streghe, fate, re e gnomi.

Ma le fiabe hanno continuato a raccontare le storie dell’uomo.

Gli archetipi sono spesso presenti nelle fiabe soprattutto quelle antiche; ad esempio l’archetipo dei riti di iniziazione: nell’antichità  i giovani – nel passaggio dell’infanzia alla età adulta – dovevano superare il rito dell’iniziazione: dovevano abbandonare la propria casa e andare – allontanamento – nelle foreste, per incontrare gli sciamani, superare prove, quasi sempre molto dure, che potevano portarli alla morte. Ma se sopravvivevano, voleva dire che erano passati in una nuova fase di vita, di crescita:   molti protagonisti delle fiabe più conosciute  devono allontanarsi dalla propria casa, o devono iniziare un viaggio,   – andare nel bosco, come Cappuccetto Rosso, – o sono abbandonati nel bosco, come Hansel e Gretel, e devono superare delle prove – affrontare il lupo, o essere catturati e uccidere la strega.

O devono trovare un tesoro, come deve fare il grullo delle le Tre piume dei Fratelli Grimm.

Il viaggio nel bosco rappresenta la metafora della crescita interiore dell’individuo, il bosco è il luogo iniziatico per eccellenza.

Il linguaggio semplice delle fiabe è accessibile a tutti i livelli e per questo rappresenta l’archetipo nella sua forma più pura: le fiabe  parlano al profondo dell’uomo e lo aiutano nel processo di crescita e realizzazione, che Jung definisce il Sé, la totalità psichica dell’individuo, la perfetta integrazione fra conscio e inconscio, fra impulsi positivi e negativi, e solo la conoscenza e l’equilibro di queste istanze,  presenti nell’uomo, lo porta al fondamentale processo di individuazione di sé stesso.

Ognuno di noi ha in sé molti archetipi, alcuni consapevoli e altri che non sappiamo di avere, che agiamo, più o meno, a seconda del periodo e delle esperienza che stiamo vivendo: ci accompagnano nel nostro percorso di crescita e di vita – nel nostro viaggio –  e ogni archetipo ha il suo corrispondente positivo e negativo, due parti che esistono singolarmente proprio perché esiste la loro parte opposta corrispondente.

Capire quale archetipo è più presente, o dominante in noi,  può aiutarci meglio a comprendere il percorso che stiamo affrontando.

Ne parliamo insieme? Ai prossimi post…

 

 

Sognatori…

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“Gli piaceva stare da solo, e pensare i suoi pensieri.
Il guaio è che i grandi si illudono di sapere che cosa succede dentro la testa di un bambino di dieci anni. Ed è impossibile sapere di una persona che cosa pensa, se quella persona non lo dice.

…Peter si ritrovò da solo ai margini del cortile. Guardando, chiunque avrebbe visto un bambino vicino al muro che fissava lo  nel vuoto, senza fare niente. In realtà, Peter pensava molto intensamente.” L’inventore di sogni – Ian McEwan.

Piccoli momenti perfetti quando i sognatori si incontrano…

 

L’eroe

 

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Il viaggio dell’eroe inizia nel bosco incantato.  Non sceglie, quasi mai,  di iniziare questo viaggio ma viene scelto per farlo. Il Re interiore gli affida la sua impresa e lui sa che farà di tutto per portarla a termine.

Non sa ancora che il sentiero diventerà sempre più fitto e buio, intricato e misterioso; non  sa che avrà paura perché incontrerà gli orchi più terribili – le sue paure più profonde – e dovrà lottare con il drago – la sua parte più oscura –  e dovrà vincerlo per rubargli il segreto del fuoco.

Non sa ancora  che a volte sarà così spaventato che resterà seduto a  terra con le braccia strette  intorno alle proprie ginocchia per calmare il tremore del pianto.

Non sa ancora che a volte lotterà con forza e coraggio contro i rami intricati di spine che le streghe del bosco gli metteranno sul cammino,  e si sentirà invincibile.

Non sa che, infine, incontrerà il saggio che risponderà alle sue domande più difficili.

No sa sa che dopo tanto cammino,  il sole gli illuminerà, improvviso,  il sentiero indicandogli la nuova direzione, mostrandogli i doni magici che il buio gli nascondeva.

Non sa  che imparerà ad essere pietoso contro i suoi nemici più terribili, perché sarà il perdono che lo renderà davvero libero.

Quando sei chiamato a iniziare il tuo viaggio non sai cosa ti aspetta: per quanto sia difficile e tu sia spaventato, per quanto tu ti possa chiedere, infinite volte, “perché io?“, perché devi lasciare la tua comoda casa,  il posto che conosci in ogni sua piccola forma, anche quella più negativa, perché quello che conosci ti rassicura anche se fa male. Potresti decidere di non partire, di non combattere, di non sapere. Ma se farai  uscire il tuo Eroe interiore, sarà lui a portarti sulla strada.

Così  scoprirai che se il tuo Re di dirà di partire, per quanto tu ti senta disorientato e impreparato, vuol dire che sei pronto a farlo. Il tuo Re lo sa.

Scoprirai che il tuo viaggio ti metterà alla prova, che sarà terribile, che sarà meraviglioso.

Ti porterà a una nuova crescita, a una nuova consapevolezza; ti aiuterà a scoprire le tue risorse nascoste, ad accettare e comprendere i tuoi limiti;  ti darà nuovi aiuti magici e ti porterà al tesoro che stai cercando.

Ogni nuovo viaggio è un privilegio.

Le fiabe possono aiutarti ad ascoltare la voce del tuo Re interiore, a scoprire il tuo Eroe, a trovare la strada  e i magici doni che ti sono destinati.

Vuoi sapere come? Scrivici: fiabeincostruzione@gmail.com

E tu, quale strada stai percorrendo?

 

Biblio-

Vivere la meraviglia delle fiabe – E.Brassey J.P.Debailleul

Tarocchi fiabeschi e psicofiabe – Paola Biato

 

 

Gedeone

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Marta Perciaccanti

Ecco la fiaba vincitrice, per la categoria autori – del nostro concorso Paese da fiaba  , una fiaba classica che nel racconto rende magici alcuni borghi tipici del nostro bel lago e che  evidenzia i valori importanti dell’amicizia, della fedeltà e porta un messaggio finale davvero toccante, legato al ricordo delle persone che amiamo.

Complimenti al suo autore Davide Neva che cura una pagina Facebook, intitolata guarda caso al Gigante Gedeone, in cui regala storie;  e ancora complimenti  alla giovane disegnatrice della copertina de libro: Marta Perciaccanti

Buona lettura

Gedeone

Quella mattina, la piccola Clara si era svegliata di buon mattino per accompagnare la mamma in Municipio per rinnovare la carta d’identità prima di andare a scuola.

Pochi giorni e lei, la mamma e il papà sarebbero partiti per le vacanze estive. Avrebbero fatto un viaggio in Inghilterra.

Arrivati al Municipio la mamma fece sedere Clara su una lunga panca in sala d’attesa e andò allo sportello dell’anagrafe. Clara iniziò a giocherellare con i nastrini che legavano le sue lunghe trecce nere poi, stanca di aspettare, scese dalla panca e iniziò a girovagare per i corridoi del Municipio, quando la sua attenzione fu attratta da un vecchio dipinto. Clara lo vide nella penombra di uno stretto corridoio, sembrava sbucare dal nulla e la luce debole ingannava l’occhio facendo sì che il quadro sembrasse fluttuare.

Clara lo guardò con attenzione, rappresentava un Re seduto su di un trono dorato; il suo viso, a differenza di quello della maggior parte dei re, non era austero ma dolce e sorridente. Aveva lo sguardo rivolto verso un enorme guerriero seduto alla sua sinistra. Era talmente più grande del Re e delle altre persone rappresentate nel quadro che non poteva essere altro che un gigante. Anche lo sguardo e il viso di quest’ultimo sembravano dolci e sorridenti. L’armatura che indossava era singolare perché non era corredata da armi, né spade né pugnali. In compenso però il gigante teneva ben saldo nella mano destra un piccolo sacchetto di pelle marrone legato con un nastro dorato. I due si guardavano e i loro sguardi erano complici; sembravano divertiti dal contenuto del sacchetto.

La voce della mamma che la chiamava riportò Clara alla realtà. Quando la mamma la raggiunse notò il quadro che aveva attratto la piccina e presa Clara per mano e raggiunta una panchina all’ombra di un grande ulivo, le raccontò la storia del dipinto.

Narrava la leggenda che un tempo il castello di Padenghe fosse abitato da un Re saggio e amato da tutti i suoi sudditi. Nessuno, dai regni vicini aveva mai pensato di attaccare il regno di Padenghe perché il saggio Re aveva un gigante come consigliere di guerra. Un gigante di nome Gedeone straordinariamente gentile ma altrettanto forte e coraggioso.

Il regno visse lunghi anni felici sino a quando la moglie del Re, la regina Sofia, perse la vita a causa di una rara malattia. 

Re Bruno fu tanto colpito dalla perdita dell’amata moglie che perse ogni interesse. Il regno presto diede i primi segni della cattiva gestione del monarca, il castello stesso in cui viveva venne semi-abbandonato. Il Re non voleva vedere nessuno. Gedeone addolorato per la perdita e incapace di veder andare il regno in rovina decise di partire per un lungo viaggio per recarsi alla corte del Re dei Giganti, per chiedere consiglio. Gedeone si sarebbe assentato per alcuni giorni e si raccomandò che il regno nel frattempo fosse ben amministrato e il Re accudito. Prima di partire il gigante salutò il sovrano suo amico e gli promise che avrebbe trovato una soluzione al suo grande dolore.

Raccolse poi la sua possente balestra, se la mise a spalle, cinse alla vita la temibile ed enorme spada e partì.

Il regno dei Giganti non era distante ma al contempo era irraggiungibile agli umani.  Gedeone salì nella notte su di una barca a vela e fece rotta per la Rocca di Manerba. Una volta giunto alle pendici della grande scogliera raccolse le sue cose e iniziò ad arrampicarsi. Giunto a circa metà della salita il gigante saltò su di una piccola sporgenza dietro la quale si apriva una grotta nascosta alla vista da erbe e radici. Il gigante vi scomparve all’interno e poco dopo vi riemerse con un enorme specchio tutto lavorato. Lo posò con delicatezza su di un piedistallo di roccia e attese che la luna arrivasse al suo apice in cielo. Quando la luce della luna inondò lo specchio un lampo blu si stagliò in cielo sino a raggiungere la cima di Monte Castello sopra il borgo di Tignale e un altro specchio, nascosto tra le rocce, rimandò il raggio alla forra di Tremosine. La roccia su cui venne proiettato il raggio mostrò un passaggio segreto che sarebbe rimasto aperto solo fino all’Alba. I primi raggi del sole lo avrebbero fatto richiudere.

Gedeone si affrettò a ridiscendere la parete rocciosa e fece appena in tempo a raggiungere il varco prima che i raggi del sole lo facessero scomparire. Mentre il gigante attraversava il passaggio sentì un fremito sulle spalle: ricordò improvvisamente dopo tanti anni che un tempo aveva avuto ali possenti e che le aveva perdute per amore; un sorriso malinconico si dipinse sul suo volto osservando le lunghe ciocche di capelli bianchi che una volta erano stati color dei raggi del sole e il suo olfatto fu ingannato dal miraggio del profumo della donna umana che aveva amato. Non era però il momento di abbandonarsi ai ricordi, Gedeone strinse la sua spada ed attraversò il passaggio.

Poco dopo si ritrovò a casa. La terra dei Giganti era un’isola sospesa tra le nubi, sette soli e sette lune si ergevano contemporaneamente in un cielo perennemente terso. Una dolce brezza soffiava da Nord verso Sud trasportando il profumo delle cime innevate, in cielo stormi di grifoni si libravano in danze meravigliose. In quella terra il tempo era senza fine, immobile ed etereo. Per ogni Re della Terra vi era un gigante e quando un Re era in pericolo il gigante suo custode andava in suo aiuto. Nessuno, eccetto Gedeone, però era stato tanto a lungo lontano da casa e infatti il gigante era l’unico che stava invecchiando.

Quando giunse al cospetto del Re dei Giganti fece un inchino e si mise a sedere su di uno scranno accanto a lui. Il Re lo guardò con tenerezza poi disse:

  • Sei invecchiato mio caro fratellino, sei ben più giovane di me ma a guardarti potresti essere nostro padre. È valsa la pena perdere le tue ali e l’immortalità per amare un umano? –

Gedeone si avvicinò al fratello, strinse le sue mani e guardandolo negli occhi fece cenno di sì.

  • Caro fratello, – disse – non ho mai rimpianto ciò che ho perso per l’amore che ho ricevuto, ma oggi non sono qua per parlare d’amore. Sono altri i sentimenti che mi hanno spinto a tornare per chiedere il tuo aiuto. La fedeltà e l’amicizia che mi legano a Re Bruno mi hanno imposto di chiederti aiuto. Re Bruno ha perso sua moglie è con essa il desiderio di vivere e regnare. Puoi aiutarmi a riempire nuovamente di gioia il cuore del mio Re? –

Il Re dei Giganti, suo fratello, lo ascoltò attentamente e poi disse:

  • Sai bene fratello mio che posso aiutarti ma questo vorrà dire per te nuove rinunce. Non possiamo derogare alle regole dei Giganti. Se un Re umano viene aiutato il gigante suo custode deve portare il fardello della contropartita. –
  • Ne sono consapevole – disse Gedeone chinando il capo.
  • Dunque – disse il Re – che sia come chiedi. Domani avrai la soluzione che cerchi ma per ora siediti alla mia tavola, troppi anni ci hanno tenuti distanti e abbiamo molto da raccontarci. –

I due fratelli trascorsero lunghe piacevoli ore insieme poi andarono a coricarsi. Il giorno seguente Gedeone venne convocato nella sala del trono.

  • Fratello mio – disse il Re – ecco ciò che ti ho promesso – e porse al gigante un piccolo sacchetto di cuoio con un laccio dorato – portalo a Re Bruno con questa lettera, lui capirà ma tu ora devi spogliarti delle tue armi, questa è la contropartita che ti chiedo. –

Gedeone non esitò un solo istante, si spogliò della balestra, del pugnale e dell’amata spada.

Avvicinandosi a lui il Re gli sussurrò all’orecchio:

  • Non ti preoccupare l’arma più potente è ancora ben salda nel tuo petto. –

I due fratelli si abbracciarono e Gedeone riprese la strada del ritorno. Quando riattraversò il portale nel mondo degli umani erano già trascorse alcune settimane e il gigante si affrettò a fare ritorno a Padenghe. Trovò il Re suo amico ancora più triste e abbattuto anche se per lui rivedere il suo caro amico gigante fu piacevole.

Gedeone spiegò a Re Bruno l’accaduto e poi porse la lettera e il sacchetto nelle mani dell’amico e si allontanò.

Re Bruno andò a sedersi sotto una grande vetrata e iniziò a leggere la lettera:

“Caro Re Bruno,

benché noi Giganti abbiamo molti poteri non ci è dato di riportare in vita le creature ormai defunte ma regalandoti i semi contenuti nel sacchetto voglio donarti forti radici per non dimenticare la tua amata Sofia e con i frutti che le piante daranno farti assaporare ancora la dolcezza dei suoi baci. Ricorda Re Bruno nessuno potrà mai morire realmente finche il suo ricordo albergherà nel cuore di chi l’ha amato.”

Re Bruno aprì il sacchetto e rovesciò nel palmo della mano un mucchietto di semi.

Il giorno seguente ordinò che venissero piantati nel parco del castello. Più ne venivano messi a dimora e più ne uscivano dal sacchetto. Ben presto l’intero regno fu seminato con i semi magici e in pochi anni meravigliose piante di Ulivo ricoprirono il territorio. Nel regno non vi furono mai carestie e ogni volta che Re Bruno vedeva un albero d’ulivo riconosceva nelle sue fronde i capelli dell’amata, nel tronco sinuoso le forme di sua moglie e nel sapore dei suoi frutti la dolcezza dei suoi baci.

Il regno di Re Bruno durò a lungo e mai vi furono guerre anche se l’amico gigante era spogliato delle sue armi, alla sua morte Gedeone fece ritorno alla terra dei Giganti dove ancora oggi viene ricordato per la sua lealtà. 

Clara e sua madre stettero per alcuni istanti in silenzio guardando i raggi del sole filtrare tra le fronde del grande ulivo. La bambina raccolse un’oliva, la strofinò un poco tra le mani e ne annusò il profumo. In effetti sembrava proprio il profumo della mamma quando la stringeva forte al petto. Clara sorrise, che fosse un’oliva o chissà che altro pensò che in fondo la lezione del Re dei Giganti fosse che finché il nostro cuore avrà spazio per seminarvi ricordi nessuna delle persone che amiamo ci potrà lasciare.