La notte dei desideri

notte magica

Il 21 giugno  ha avuto  inizio il solstizio d’estate,  il giorno più lungo dell’anno, in cui il sole raggiunge la sua altezza massima sull’orizzonte: segna l’inizio dell’estate, la lunga stagione calda,  ma in realtà è proprio in questo giorno che  il sole inizia la lenta discesa che ci accompagnerà al solstizio d’inverno.

I giorni dal 21 fino al 24 Giugno sono giorni magici.

Fin dall’antichità – e ancora oggi –  i giorni del solstizio d’estate sono festeggiati, e onorati con riti pagani e religiosi, a seconda dei popoli, per scacciare i cattivi incantesimi,   i sentimenti negativi, assicurarsi un buon raccolto, e anni fecondi e ricchi di  prosperità.

In questi giorni le erbe, i corsi d’acqua e il fuoco hanno poteri prodigiosi, curativi e di preveggenza. La notte del 23 giugno –  la vigilia di San Giovanni –  è la notte più corta dell’anno ed è proprio  in questa notte che bisogna raccogliere le erbe del Santo – iperico, malva, mentuccia, ruta –  e accendere i  fuochi che allontano le tenebre e gli spiriti cattivi.

E’ la notte delle streghe, che si incontrano attorno ai millenari alberi di noci per fare nuovi incantesimi,  e nelle campagne potreste facilmente incontrare le fate e gli gnomi: ma fate attenzione sul sentiero perché in questa notte potreste calpestare un’erba invisibile, chiamata Erba dello smarrimento,  che vi farebbe immediatamente perdere la strada di casa; e non addormentatevi  sulla morbida erica perché le fate potrebbero rapirvi e portarvi nel loro mondo fatato.

E’ la notte in cui può succedere che le mucche non riescano a fare il latte, o che il latte non diventi burro, forse perché una strega – sotto forma di lepre –   le ha  munte prima del tramonto.

E’ la notte in cui potreste trovare un cappellino rosso a punta appoggiato ad un albero e non potreste resistere alla tentazione di prenderlo… poveri voi, è un incantesimo degli elfi, il piccolo popolo burlone:  vi trovereste in una delle loro feste e sareste obbligati a ballare con loro per giorni interi. Si racconta che un giovane contadino,  che viveva vicino al bosco,  sia tornato a casa dopo una settimana e senza scarpe perché si erano distrutte dal gran ballo.

Ma questa è anche  la notte dei desideri, in cui ci si può connettere profondamente alla nostra Madre, la Natura,  e renderle omaggio, ringraziandola, per i suoi doni e poi, chiudere gli occhi  e lasciare andare all’universo i nostri desideri più profondi perché, questa notte, l’universo farà di tutto per esaudirli.

Volete provare? Buone magie…

 

 

Sognatori…

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Gli piaceva stare da solo, e pensare i suoi pensieri.
Il guaio è che i grandi si illudono di sapere che cosa succede dentro la testa di un bambino di dieci anni. Ed è impossibile sapere di una persona che cosa pensa, se quella persona non lo dice.

Peter si ritrovò da solo ai margini del cortile. Guardando, chiunque avrebbe visto un bambino vicino al muro che fissava lo  nel vuoto, senza fare niente. In realtà, Peter pensava molto intensamente.” L’inventore di sogni – Ian McEwan.

Piccoli momenti perfetti quando i sognatori si incontrano…

 

L’eroe

 

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Il viaggio dell’eroe inizia nel bosco incantato.  Non sceglie, quasi mai,  di iniziare questo viaggio ma viene scelto per farlo. Il Re interiore gli affida la sua impresa e lui sa che farà di tutto per portarla a termine.

Non sa ancora che il sentiero diventerà sempre più fitto e buio, intricato e misterioso; non  sa che avrà paura perché incontrerà gli orchi più terribili – le sue paure più profondee dovrà lottare con il drago – la sua parte più oscura –  e dovrà vincerlo per rubargli il segreto del fuoco.

Non sa ancora  che a volte sarà così spaventato che resterà seduto a  terra con le braccia strette  intorno alle proprie ginocchia per calmare il tremore del pianto.

Non sa ancora che a volte lotterà con forza e coraggio contro i rami intricati di spine che le streghe del bosco gli metteranno sul cammino,  e si sentirà invincibile.

Non sa che, infine, incontrerà il saggio che risponderà alle sue domande più difficili.

No sa sa che dopo tanto cammino,  il sole gli illuminerà, improvviso,  il sentiero indicandogli la nuova direzione, mostrandogli i doni magici che il buio gli nascondeva.

Non sa  che imparerà ad essere pietoso contro i suoi nemici più terribili, perché sarà il perdono che lo renderà davvero libero.

Quando sei chiamato a iniziare il tuo viaggio non sai cosa ti aspetta: per quanto sia difficile e tu sia spaventato, per quanto tu ti possa chiedere, infinite volte, “perché io?“, perché devi lasciare la tua comoda casa,  il posto che conosci in ogni sua piccola forma, anche quella più negativa, perché quello che conosci ti rassicura anche se fa male. Potresti decidere di non partire, di non combattere, di non sapere. Ma se farai  uscire il tuo Eroe interiore, sarà lui a portarti sulla strada.

Così  scoprirai che se il tuo Re di dirà di partire, per quanto tu ti senta disorientato e impreparato, vuol dire che sei pronto a farlo. Il tuo Re lo sa.

Scoprirai che il tuo viaggio ti metterà alla prova, che sarà terribile, che sarà meraviglioso.

Ti porterà a una nuova crescita, a una nuova consapevolezza; ti aiuterà a scoprire le tue risorse nascoste, ad accettare e comprendere i tuoi limiti;  ti darà nuovi aiuti magici e ti porterà al tesoro che stai cercando.

Ogni nuovo viaggio è un privilegio.

Le fiabe possono aiutarti ad ascoltare la voce del tuo Re interiore, a scoprire il tuo Eroe, a trovare la strada  e i magici doni che ti sono destinati.

Vuoi sapere come? Scrivici: fiabeincostruzione@gmail.com

E tu, quale strada stai percorrendo?

 

Biblio-

Vivere la meraviglia delle fiabe – E.Brassey J.P.Debailleul

Tarocchi fiabeschi e psicofiabe – Paola Biato

 

 

Gedeone

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Marta Perciaccanti

Ecco la fiaba vincitrice, per la categoria autori – del nostro concorso Paese da fiaba  , una fiaba classica che nel racconto rende magici alcuni borghi tipici del nostro bel lago e che  evidenzia i valori importanti dell’amicizia, della fedeltà e porta un messaggio finale davvero toccante, legato al ricordo delle persone che amiamo.

Complimenti al suo autore Davide Neva che cura una pagina Facebook, intitolata guarda caso al Gigante Gedeone, in cui regala storie;  e ancora complimenti  alla giovane disegnatrice della copertina de libro: Marta Perciaccanti

Buona lettura

Gedeone

Quella mattina, la piccola Clara si era svegliata di buon mattino per accompagnare la mamma in Municipio per rinnovare la carta d’identità prima di andare a scuola.

Pochi giorni e lei, la mamma e il papà sarebbero partiti per le vacanze estive. Avrebbero fatto un viaggio in Inghilterra.

Arrivati al Municipio la mamma fece sedere Clara su una lunga panca in sala d’attesa e andò allo sportello dell’anagrafe. Clara iniziò a giocherellare con i nastrini che legavano le sue lunghe trecce nere poi, stanca di aspettare, scese dalla panca e iniziò a girovagare per i corridoi del Municipio, quando la sua attenzione fu attratta da un vecchio dipinto. Clara lo vide nella penombra di uno stretto corridoio, sembrava sbucare dal nulla e la luce debole ingannava l’occhio facendo sì che il quadro sembrasse fluttuare.

Clara lo guardò con attenzione, rappresentava un Re seduto su di un trono dorato; il suo viso, a differenza di quello della maggior parte dei re, non era austero ma dolce e sorridente. Aveva lo sguardo rivolto verso un enorme guerriero seduto alla sua sinistra. Era talmente più grande del Re e delle altre persone rappresentate nel quadro che non poteva essere altro che un gigante. Anche lo sguardo e il viso di quest’ultimo sembravano dolci e sorridenti. L’armatura che indossava era singolare perché non era corredata da armi, né spade né pugnali. In compenso però il gigante teneva ben saldo nella mano destra un piccolo sacchetto di pelle marrone legato con un nastro dorato. I due si guardavano e i loro sguardi erano complici; sembravano divertiti dal contenuto del sacchetto.

La voce della mamma che la chiamava riportò Clara alla realtà. Quando la mamma la raggiunse notò il quadro che aveva attratto la piccina e presa Clara per mano e raggiunta una panchina all’ombra di un grande ulivo, le raccontò la storia del dipinto.

Narrava la leggenda che un tempo il castello di Padenghe fosse abitato da un Re saggio e amato da tutti i suoi sudditi. Nessuno, dai regni vicini aveva mai pensato di attaccare il regno di Padenghe perché il saggio Re aveva un gigante come consigliere di guerra. Un gigante di nome Gedeone straordinariamente gentile ma altrettanto forte e coraggioso.

Il regno visse lunghi anni felici sino a quando la moglie del Re, la regina Sofia, perse la vita a causa di una rara malattia. 

Re Bruno fu tanto colpito dalla perdita dell’amata moglie che perse ogni interesse. Il regno presto diede i primi segni della cattiva gestione del monarca, il castello stesso in cui viveva venne semi-abbandonato. Il Re non voleva vedere nessuno. Gedeone addolorato per la perdita e incapace di veder andare il regno in rovina decise di partire per un lungo viaggio per recarsi alla corte del Re dei Giganti, per chiedere consiglio. Gedeone si sarebbe assentato per alcuni giorni e si raccomandò che il regno nel frattempo fosse ben amministrato e il Re accudito. Prima di partire il gigante salutò il sovrano suo amico e gli promise che avrebbe trovato una soluzione al suo grande dolore.

Raccolse poi la sua possente balestra, se la mise a spalle, cinse alla vita la temibile ed enorme spada e partì.

Il regno dei Giganti non era distante ma al contempo era irraggiungibile agli umani.  Gedeone salì nella notte su di una barca a vela e fece rotta per la Rocca di Manerba. Una volta giunto alle pendici della grande scogliera raccolse le sue cose e iniziò ad arrampicarsi. Giunto a circa metà della salita il gigante saltò su di una piccola sporgenza dietro la quale si apriva una grotta nascosta alla vista da erbe e radici. Il gigante vi scomparve all’interno e poco dopo vi riemerse con un enorme specchio tutto lavorato. Lo posò con delicatezza su di un piedistallo di roccia e attese che la luna arrivasse al suo apice in cielo. Quando la luce della luna inondò lo specchio un lampo blu si stagliò in cielo sino a raggiungere la cima di Monte Castello sopra il borgo di Tignale e un altro specchio, nascosto tra le rocce, rimandò il raggio alla forra di Tremosine. La roccia su cui venne proiettato il raggio mostrò un passaggio segreto che sarebbe rimasto aperto solo fino all’Alba. I primi raggi del sole lo avrebbero fatto richiudere.

Gedeone si affrettò a ridiscendere la parete rocciosa e fece appena in tempo a raggiungere il varco prima che i raggi del sole lo facessero scomparire. Mentre il gigante attraversava il passaggio sentì un fremito sulle spalle: ricordò improvvisamente dopo tanti anni che un tempo aveva avuto ali possenti e che le aveva perdute per amore; un sorriso malinconico si dipinse sul suo volto osservando le lunghe ciocche di capelli bianchi che una volta erano stati color dei raggi del sole e il suo olfatto fu ingannato dal miraggio del profumo della donna umana che aveva amato. Non era però il momento di abbandonarsi ai ricordi, Gedeone strinse la sua spada ed attraversò il passaggio.

Poco dopo si ritrovò a casa. La terra dei Giganti era un’isola sospesa tra le nubi, sette soli e sette lune si ergevano contemporaneamente in un cielo perennemente terso. Una dolce brezza soffiava da Nord verso Sud trasportando il profumo delle cime innevate, in cielo stormi di grifoni si libravano in danze meravigliose. In quella terra il tempo era senza fine, immobile ed etereo. Per ogni Re della Terra vi era un gigante e quando un Re era in pericolo il gigante suo custode andava in suo aiuto. Nessuno, eccetto Gedeone, però era stato tanto a lungo lontano da casa e infatti il gigante era l’unico che stava invecchiando.

Quando giunse al cospetto del Re dei Giganti fece un inchino e si mise a sedere su di uno scranno accanto a lui. Il Re lo guardò con tenerezza poi disse:

  • Sei invecchiato mio caro fratellino, sei ben più giovane di me ma a guardarti potresti essere nostro padre. È valsa la pena perdere le tue ali e l’immortalità per amare un umano? –

Gedeone si avvicinò al fratello, strinse le sue mani e guardandolo negli occhi fece cenno di sì.

  • Caro fratello, – disse – non ho mai rimpianto ciò che ho perso per l’amore che ho ricevuto, ma oggi non sono qua per parlare d’amore. Sono altri i sentimenti che mi hanno spinto a tornare per chiedere il tuo aiuto. La fedeltà e l’amicizia che mi legano a Re Bruno mi hanno imposto di chiederti aiuto. Re Bruno ha perso sua moglie è con essa il desiderio di vivere e regnare. Puoi aiutarmi a riempire nuovamente di gioia il cuore del mio Re? –

Il Re dei Giganti, suo fratello, lo ascoltò attentamente e poi disse:

  • Sai bene fratello mio che posso aiutarti ma questo vorrà dire per te nuove rinunce. Non possiamo derogare alle regole dei Giganti. Se un Re umano viene aiutato il gigante suo custode deve portare il fardello della contropartita. –
  • Ne sono consapevole – disse Gedeone chinando il capo.
  • Dunque – disse il Re – che sia come chiedi. Domani avrai la soluzione che cerchi ma per ora siediti alla mia tavola, troppi anni ci hanno tenuti distanti e abbiamo molto da raccontarci. –

I due fratelli trascorsero lunghe piacevoli ore insieme poi andarono a coricarsi. Il giorno seguente Gedeone venne convocato nella sala del trono.

  • Fratello mio – disse il Re – ecco ciò che ti ho promesso – e porse al gigante un piccolo sacchetto di cuoio con un laccio dorato – portalo a Re Bruno con questa lettera, lui capirà ma tu ora devi spogliarti delle tue armi, questa è la contropartita che ti chiedo. –

Gedeone non esitò un solo istante, si spogliò della balestra, del pugnale e dell’amata spada.

Avvicinandosi a lui il Re gli sussurrò all’orecchio:

  • Non ti preoccupare l’arma più potente è ancora ben salda nel tuo petto. –

I due fratelli si abbracciarono e Gedeone riprese la strada del ritorno. Quando riattraversò il portale nel mondo degli umani erano già trascorse alcune settimane e il gigante si affrettò a fare ritorno a Padenghe. Trovò il Re suo amico ancora più triste e abbattuto anche se per lui rivedere il suo caro amico gigante fu piacevole.

Gedeone spiegò a Re Bruno l’accaduto e poi porse la lettera e il sacchetto nelle mani dell’amico e si allontanò.

Re Bruno andò a sedersi sotto una grande vetrata e iniziò a leggere la lettera:

“Caro Re Bruno,

benché noi Giganti abbiamo molti poteri non ci è dato di riportare in vita le creature ormai defunte ma regalandoti i semi contenuti nel sacchetto voglio donarti forti radici per non dimenticare la tua amata Sofia e con i frutti che le piante daranno farti assaporare ancora la dolcezza dei suoi baci. Ricorda Re Bruno nessuno potrà mai morire realmente finche il suo ricordo albergherà nel cuore di chi l’ha amato.”

Re Bruno aprì il sacchetto e rovesciò nel palmo della mano un mucchietto di semi.

Il giorno seguente ordinò che venissero piantati nel parco del castello. Più ne venivano messi a dimora e più ne uscivano dal sacchetto. Ben presto l’intero regno fu seminato con i semi magici e in pochi anni meravigliose piante di Ulivo ricoprirono il territorio. Nel regno non vi furono mai carestie e ogni volta che Re Bruno vedeva un albero d’ulivo riconosceva nelle sue fronde i capelli dell’amata, nel tronco sinuoso le forme di sua moglie e nel sapore dei suoi frutti la dolcezza dei suoi baci.

Il regno di Re Bruno durò a lungo e mai vi furono guerre anche se l’amico gigante era spogliato delle sue armi, alla sua morte Gedeone fece ritorno alla terra dei Giganti dove ancora oggi viene ricordato per la sua lealtà. 

Clara e sua madre stettero per alcuni istanti in silenzio guardando i raggi del sole filtrare tra le fronde del grande ulivo. La bambina raccolse un’oliva, la strofinò un poco tra le mani e ne annusò il profumo. In effetti sembrava proprio il profumo della mamma quando la stringeva forte al petto. Clara sorrise, che fosse un’oliva o chissà che altro pensò che in fondo la lezione del Re dei Giganti fosse che finché il nostro cuore avrà spazio per seminarvi ricordi nessuna delle persone che amiamo ci potrà lasciare.

                                                            

 

                                      

 

Jim e la Cerva del lago

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Marta Perciaccante

Sabato 27 Maggio ha avuto luogo il  Pomeriggio da fiaba – è stata davvero una giornata speciale –  che ha premiato i vincitori del Concorso “Un paese da Fiaba” promosso dal Comune di Padenghe sul Garda, e dalla sua Biblioteca Comunale in collaborazione con Fiabe in costruzione.

Come promesso ecco la prima fiaba vincitrice, per la categoria ragazzi:  Jim e la Cerva del Lago:  una fiaba che si rifà ai simboli delle fiabe classiche e attraverso lo specchio magico invita a a guardare la propria anima riflessa.

Complimenti alla sua brava e giovanissima  autrice, Valentina Tonin, e complimenti a Marta Perciaccanti –  anche lei giovanissima e brava illustratrice che ha disegnato la copertina la copertina del libro.

Buona lettura!

Jim e la cerva del Lago

C’era una volta, in un villaggio lontano, un ragazzino di nome Jim che viveva per le strade del paese poiché non aveva né genitori né amici. Tutti lo ritenevano un ladro e per questo lo evitavano. Pensavano, infatti, che nel suo cuore non ci fosse altro che malvagità. Jim incuteva timore a coloro che lo vedevano a causa degli occhi neri come il carbone e i vestiti sporchi. Questo aveva reso il ragazzino sempre più triste, tanto che non sorrideva mai. La sera, quando gli abitanti del villaggio dormivano, Jim correva verso il bosco e si rifugiava tra le piante e i cespugli in fiore. Solo allora Jim era felice, poiché gli piaceva ascoltare il suono lontano degli animali notturni e osservare le stelle dalla cima di un albero. Tutti quei suoni e le piante illuminate dalla luce argentea della luna rendevano il bosco un luogo magico.

Una notte, Jim stava per addormentarsi tra i rami di un albero quando, dall’alto di quella cima, scorse qualcosa che brillava sotto la luce delle stelle e decise di andare a vedere cosa fosse. Iniziò a camminare in direzione del lume finché non crollò a terra, troppo stanco per continuare il viaggio. Si svegliò alle prime luci dell’alba e, con sua grande sorpresa, la prima cosa che vide fu un immenso lago dalla superficie cristallina che rifletteva i raggi rossi del sole del primo mattino. Sulla riva, dei salici piegavano i loro rami nell’acqua, mentre alcuni pesci argentati balzavano allegri schizzando minuscole gocce. La vista di quel lago era tanto incantevole che Jim decise immediatamente di tuffarcisi dentro. L’acqua era fresca e il ragazzo vi s’immerse completamente nuotando sempre più verso il fondo.

Fu allora che Jim vide, nelle profondità del lago, un immenso castello d’argento, coi tetti coperti di alghe e le finestre di vetro sbarrate. Il gigantesco portone, però, era aperto è il ragazzo, vinto dalla curiosità, entrò. Appena varcò la soglia, Jim venne risucchiato all’interno di un gigantesco salone, dove atterrò sul pavimento freddo. Dentro il castello si poteva respirare normalmente: infatti, quando il giovane si girò, vide che il tutta l’acqua rimaneva fuori dal portone come trattenuta da una barriera invisibile.

La curiosità di Jim vinse la sua paura e il giovane passò oltre le altissime colonne della sala. Tutto era splendido, dal soffitto con i suoi lampadari fino al pavimento, e ogni cosa era interamente in argento puro. Nonostante ciò, il castello era vuoto e sembrava disabitato. Ad un tratto, Jim sentì un rumore dietro a una porta e con coraggio l’aprì lentamente. Davanti a lui c’era una distesa di monete d’oro e gioielli da fare invidia ad un re, insieme a mobili decorati e cristalli preziosi. Jim pensò che avrebbe potuto tornare al villaggio da ricco signore, ma non poté avvicinarsi al tesoro poiché, dietro ad una montagna di rubini, un orribile gigante stava contando le gemme che teneva strette con avidità nel suo pugno. La sua voce profonda rimbombava sulle pareti del castello e faceva tremare le monete. Tuttavia, Jim si avvicinò a un cristallo grande come la sua mano, pensando che quell’unica gemma avrebbe potuto fargli dimenticare la povertà, ma pagò caro il suo desiderio. Il gigante, infatti, aveva un udito e un olfatto finissimi e avvertì la presenza dell’intruso. A quel punto lanciò un grido terribile che fece cadere a terra Jim per lo spavento ma, subito dopo, il giovane iniziò a correre più veloce che poteva verso l’uscita del castello, mentre sentiva i passi del mostro sempre più vicini. Appena raggiunse il portone chiuse gli occhi e si tuffò nuovamente tra le acque, superando la barriera magica. Allora il gigante si tramutò in un enorme serpente marino e continuò a inseguire Jim. Stava per raggiungerlo quando una luce abbagliante illuminò l’acqua e accecò il serpente che, spaventato, tornò nel castello.

Il ragazzo riuscì quindi ad arrivare sulla riva e schizzò terrorizzato fuori dal lago sdraiandosi sull’erba umida. Appena si riprese, notò che accanto a lui c’era una splendida cerva dagli occhi blu, che raspava il terreno con gli zoccoli, come se fosse arrabbiata, e teneva il muso in direzione del lago. Al collo dell’animale vi era un piccolo specchio con una cornice di legno, appeso con un filo dorato. Improvvisamente la voce gentile di una giovane donna risuonò nella mente di Jim: “Io sono la regina del lago.”

Il ragazzo non si spaventò poiché quella voce aveva un suono molto rassicurante e lasciò che la cerva si avvicinasse a lui. “Molto tempo fa – iniziò lei a raccontare – vivevo felice nel castello e il mio regno prosperava. Tutto era meraviglioso finché non arrivò il gigante, che pretese il mio trono e ordinò agli abitanti di rinchiudermi per sempre nella prigione del reame. I miei sudditi ed io, però, ci rifiutammo e allora il mostro, furioso, scagliò un incantesimo che trasformò il regno in un gigantesco lago e tutta la gente si tramutò in pesci di varie specie, costretti a vivere solo all’interno di quelle acque. Il mio castello affondò e il gigante, vittorioso, decise di tenere per sé il tesoro del regno. Fu allora che mi trasformò in cerva e fui costretta a fuggire, ma prima di scappare presi di nascosto questo specchio. Da quel giorno cerco qualcuno che possa salvarci e finalmente sei arrivato tu.”

Jim rimase allibito e perplesso, lui non era un eroe e aveva sempre vissuto per la strada, come poteva da solo salvare un intero regno?

La giovane regina percepì la sua preoccupazione e chiese al ragazzo di guardare la propria immagine nello specchio. Jim fece come gli era stato chiesto e per un attimo contemplò il suo sguardo scuro riflesso, ma subito dopo una luce abbagliante, come quella che aveva spaventato il gigante, si diffuse nel bosco. La voce soave tornò a parlare nella sua mente: “Questo specchio riflette l’anima di coloro che lo guardano e vede nel cuore di ognuno di loro. Mentre fuggivi dal serpente ho fatto in modo che lo specchio riflettesse la tua immagine quando eri ancora immerso nell’acqua. La tua anima è talmente valorosa che irradia luce pura. Io non posso toccare quest’acqua a causa dell’incantesimo del gigante, ma tu puoi sconfiggerlo. Torna in quel castello insieme a questo specchio magico e salvaci tutti!”

Detto questo la cerva lasciò scivolare l’oggetto nelle mani di Jim che, inizialmente timoroso, adesso aveva ritrovato il coraggio. Finalmente qualcuno credeva in lui! Accarezzò la cerva e, con lo specchio stretto al cuore, si tuffò nel lago.

Il castello era silenzioso come la prima volta che vi era entrato, ma stavolta sapeva dove doveva andare. Jim si diresse verso la stanza del tesoro, aprendo con cautela la porta e nascondendosi velocemente dietro a un mucchio di gioielli. Vide il gigante che dormiva sdraiato in cima a quelle ricchezze, russando sonoramente. Il giovane si accorse di una spada dall’elsa dorata che giaceva in mezzo agli smeraldi e l’afferrò. Il rumore delle pietre che rotolavano sul pavimento d’argento, però, risvegliò il gigante che non appena vide Jim si lanciò verso di lui. Il ragazzo cercò di nascondersi ma il peso della lama gli impediva di muoversi velocemente e ben presto si ritrovò di fronte al mostro. L’enorme mano del gigante calò su Jim, che cercò inutilmente di difendersi con la spada. Il mostro prese l’arma con le dita e la scagliò lontano, poi rivolse al ragazzo uno sguardo gelido e cercò di afferrarlo. Jim allora, col cuore che batteva come impazzito, si arrampicò su una montagna di monete e non appena fu faccia a faccia col gigante fece in modo che il mostro vedesse il proprio riflesso nello specchio. Nell’istante in cui questo vide la propria immagine si tramutò in una statua di pietra, proprio come il suo cuore. Il pavimento sotto ai piedi di Jim iniziò a tremare e il castello cominciò a salire lentamente verso la superficie del lago. Quando Jim uscì dal portone, l’acqua si era trasformata in una radura immensa e tutt’intorno c’era gente che si abbracciava tra lacrime di gioia. Il castello era circondato dai salici e il sole illuminava la distesa d’erba interrotta soltanto da un piccolo fiume.

Il popolo acclamò Jim come un eroe e il ragazzo scese le scale che ora separavano il portone dalla terra. In fondo alla gradinata lo attendeva una splendida giovane dai capelli dorati e dagli inconfondibili occhi blu, vestita di un abito argenteo. Quando la raggiunse, Jim le consegnò il piccolo specchio incantato ricevendo in compenso un caloroso abbraccio.

Dopo alcuni anni la regina e Jim si sposarono e governarono saggiamente il loro regno difendendolo dai malvagi. Da allora vissero tutti felici e contenti.

 

Il principe azzurro

il prinicpe azzurro

Il ranocchio rispose: “Le tue vesti, le perle e i gioielli e la tua corona d’oro io non li voglio: ma se mi vorrai bene, se potrò essere il tuo amico e compagno di giochi, seder con te alla tua tavolina, mangiare dal tuo piattino d’oro, bere dal tuo bicchierino, dormire nel tuo lettino: se mi prometti questo; mi tufferò e ti riporterò la palla d’oro.”

Il principe ranocchio – F.lli Grimm

Ma… esiste il principe azzurro?