Il colore delle emozioni

Sofia è una bimba di sei anni che ha paura del buio. Sofia è una giovane donna che ancora non sa dare un nome alle ombre nere che, a volte, le afferrano l’anima. Sofia è una donna, una madre, una moglie, che combatte il proprio buio interiore. Sofia sa, ha imparato, che se prende un pastello giallo può disegnare il buio e regalarsi la luce di un bellissimo sole…

È ora di fare la nanna e Sofia deve andare a letto; ha paura del buio e il suo papà le ha detto che il nero e solo un colore… non può far paura!

Sofia ama i colori, e così decide di colorare il buio della sua cameretta, e inizia il magnifico viaggio della fantasia di Sofia, che nel suo cammino incontra la Tristezza, la Rabbia e la Solitudine, e riuscirà, a vincere la paura del buio, e riuscirà persino a far sorridere la tristezza, e incantare la rabbia.

Ogni bambino ed ogni adulto provano rabbia, si sentono tristi o soli. Emozioni “sgradevoli” che non bisogna evitare, perché fanno parte della nostra vita, ma bisogna saperli accettare.

I colori di Sofia, i colori delle emozioni è un percorso nelle emozioni e nei colori, rivolto a piccoli e ai grandi. Esprimere le proprie emozioni vuol dire accoglierle e gestirle, viverle al meglio, e ritrovare benessere ed equilibrio.

Leggi la fiaba, con la bella copertina di Elena Bertoloni,  e colora i mandala:un viaggio interiore e intenso che porterà nuovi magnifici doni.

Le fiabe parlano al nostro inconscio e  ci guidano nel cammino per trovare, o ritrovare il nostro sentiero nel bosco della vita; colorare un mandala è una forma di meditazione, un momento che dedichi solo a te stesso per entrare in connessione con la tua parte interiore, e liberare, attraverso i colori, le emozioni

Ho iniziato la fiaba e già al primo mandala ho scoperto che il nero è davvero un bellissimo colore… e che al contrario di quello che ho sempre pensato non spegne gli altri colori, ma li accende! Grazie…” C.S.

Un regalo unico e speciale per sé stessi e per chi si ama… che puoi avere nella versione cartacea, in una confezione personalizzata al costo di 20,00 euro, spedizione compresa,  o nella versione on line, al costo speciale di 5,00 euro.

Per acquistare I colori di Sofia – il colore delle emozioni, o avere ulteriori informazioni compila il seguente modulo

 

Eroi

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Una mattina d’estate, un piccolo sarto sedeva al suo tavolo, davanti alla finestra, e cuciva. Giù per la strada veniva una contadina gridando: -Marmellata buona! Marmellata buona!-. Queste parole suonarono piacevoli all’orecchio del piccolo sarto; sporse la testolina dalla finestra e chiamò: -Quassù, brava donna! Qui spaccerete la vostra merce-. La donna salì e dovette aprire tutta la sua cesta. L’omino ispezionò bene ogni pentola, e infine comprò soltanto un quarto di libbra, cosicché‚ la donna se ne andò di pessimo umore e brontolando. -Che Dio benedica la mia marmellata- disse il piccolo sarto -e mi dia forza e vigore!- Prese del pane, ne tagliò un pezzo per il lungo e ci spalmò sopra la marmellata. -Deve avere un buon sapore- disse -ma prima di morderlo voglio finire il farsetto.- Mise il pane accanto a s‚, riprese a cucire e dalla gioia faceva punti sempre più lunghi. Nel frattempo l’odore della marmellata era salito su per la parete fino ad arrivare a un nugolo di mosche che si precipitarono giù. Ma il piccolo sarto ogni tanto si voltava a guardare il pane, e così scoprì le intruse. -Olà- esclamò -chi vi ha invitato?- e le cacciò via. Ma le mosche, che non capivano la lingua, non si lasciarono respingere e tornarono ancora più numerose. Il piccolo sarto perse la pazienza, prese un pezzo di stoffa dalla sua cassetta e: -Aspettate, ve la darò io!- e giù colpi. Quando la smise e contò, ben sette mosche gli giacevano davanti morte stecchite. -Sei così bravo?- disse ammirato fra se’ e se’. -Deve saperlo tutta la città.- E in fretta e furia si tagliò una cintura, la cucì e vi ricamò sopra a grandi lettere: -Sette in un colpo!-. -macché‚ città!- proseguì -tutto il mondo lo deve sapere!-

Un piccolo evento, una cosa da poco, ma per il piccolo eroe cuorcontento della fiaba “Il coraggioso piccolo sarto” dei fratelli Grimm, , diventa un atto di puro valore ed eroismo.

Attraverso il gesto di uccidere sette mosche con uno straccio, cosa da poco in realtà, il piccolo sarto vivrà il momento magico di un’improvvisa intuizione di sé, del proprio valore, delle proprie qualità -capita a volte di avere una magica visione del proprio eroismo, magari proprio quando ci troviamo davanti ad un problema che sembra irrisolvibile; questi sono momenti preziosi in cui comprendiamo che possiamo fare tutto e tutto può accadere.

Il piccolo sarto non si limita a pensarlo ma lo rende vero, vero per sé e per il mondo, evocandolo in un motto che si scrive sulla cintura “sette in un colpo”, e improvvisamente non sono più solo sette mosche, ma potrebbero essere sette briganti, o sette orchi: la sua forza non sta nella dimensione del nemico ma dal potere del suo motto che diventa una formula magica. Vivere la magia delle fiabe  – Brasey e Debailleul.

Grazie ad esso il piccolo sarto passa dalla dimensione ordinaria di una vita banale a quella straordinaria di una vita magica, che gli consente di combattere giganti, unicorni e cinghiali, e alla fine di diventare persino Re.

Questa storia è la nostra storia: anche noi possiamo avere una visione ispirata di noi stessi ed evocarla in un motto come quello del piccolo sarto “Sette in un colpo” e affiggerlo in chiare lettere – scriverlo sulla cintura – prima di renderlo in atto nel mondo.

Se manteniamo l’adesione alla nostra nuova qualità, se crediamo fermamente al nostro nuovo  eroismo e alla nostra capacità di rendere “Tutto possibile” – gli orchi e i giganti – i nostri ingombranti blocchi e limiti –  che fino ad ora l’avevano tenuta nascosta, saranno eliminati e potremo, finalmente, vedere l’infinito di possibilità che abbiamo a disposizione.

Ogni giorno facciamo piccoli atti eroici – quando troviamo il lato positivo ad un problema,  quando sorridiamo davanti ad una difficoltà, o quando sappiamo ringraziare perché ogni giorno è un giorno nuovo.

Ma il più delle volte non ce ne rendiamo conto e ci lasciamo sfuggire  la consapevolezza di risorse, competenze che sono fondamentali per la nostra crescita, per il nostro viaggio da Eroi nella vita di ogni giorno.

Troviamo la nostra qualità, la nostra forza, affermiamola, scriviamola a caratteri cubitali ovunque possiamo vederla, e ripetiamola come un mantra.

Mostriamola e mostriamoci  al mondo. Ogni giorno siamo Eroi!

Qual è il vostro motto? 

Ti innamorerai delle parole

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Ti innamorerai delle parole.

Ti sveglierai con la voglia di scrivere ancora prima di bere il tuo caffè…

O saranno i personaggi delle tue storie a svegliarti, al mattino presto, con il loro impellente desiderio di vita. Perché questo succede, quando creiamo una storia.
I suoi protagonisti, vogliono viverla…

Corso avanzato di scrittura fiabe presso la Biblioteca Alda Merini di Padenghe sul Garda

Per iscrizioni e informazioni scrivi a fiabeincostruzione@gmail.com, o telefona al 3496501558

Zezzolla

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Sappiate dunque che c’era una volta un principe vedovo, che aveva una figliola così cara che non ci vedeva per altri occhi; per lei teneva una maestra di prim’ordine, che le insegnava le catenelle, il punto Venezia, le frange e il punto a giorno, mostrandole tanto affetto che non bastano le parole a dirlo. Ma, essendosi sposato da poco il padre e pigliata una focosa malvagia e indiavolata, questa maledetta femmina cominciò ad avere in disgusto la figliastra, facendole cere brusche, facce storte, occhiate accigliate da spaventarla, tanto che la povera ragazza si lamentava sempre con la maestra dei maltrattamenti che le faceva la matrigna, dicendole: “O dio, e non potessi essere tu la mammarella mia, che mi fai tanti vezzi e carezze?” E tanto continuò a ripetere questa cantilena che, messole un vespone nell’orecchio, accecata dal diavolo, una volta la maestra le disse: “Se farai come ti dice questa testa pazza, io ti sarò mamma e tu mi sarai cara come le ciliegine di questi occhi”. Voleva continuare a parlare, quando Zezolla (che così si chiamava la ragazza) disse: “Perdonami, se ti spezzo la parola in bocca. Io so che mi vuoi bene, perciò zitto e sufficit: insegnami l’arte, perché io vengo dalla campagna, tu scrivi io firmo” “Orsù” replicò la maestra, “senti bene, apri le orecchie e il pane ti verrà bianco come i fiori. Appena tuo padre esce, dì alla tua matrigna che vuoi un vestito di quelli vecchi che stanno dentro la grande cassapanca nel ripostiglio, per risparmiare questo che porti addosso. Lei, che ti vuol vedere tutta pezze e stracci, aprirà il cassone e dirà: ‘Tieni il coperchio’ E tu, tenendolo, mentre andrà rovistando dentro, lascialo cadere di colpo, così si romperà l’osso del collo. Fatto ciò, tu sai che tuo padre farebbe monete false per accontentarti e tu, quando ti accarezza, pregalo di prendermi per moglie, perché (beata a te!) sarai la padrona della vita mia”

Gianbattista Basilescrittore italiano di epoca barocca è stato uno dei primi a utilizzare la fiaba come forma di espressione popolare.

 Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille è una raccolta di 50 fiabe in lingua napoletana pubblicate nel 1634 ed è costituita da 50 fiabe, raccontate da 10 novellatrici in 5 giorni – infatti l’opera è conosciuta anche come Pentamerone –  e ha le caratteristiche della novella medievale  anche se  si avvicina però ai temi fiabeschi.

Il Pentamerone è però rivolto a un pubblico adulto, per i temi trattati: Basile descrive una Napoli plebea, miserabile, chiassosa, turpe: taverne, bordelli, bische, malefemmine. E i personaggi dei cinquanta racconti si raccolgono con lo scopo di far ridere il lettore; infatti Lo Cunto è un’opera preparata per il divertimento delle corti.

La sua rappresentazione cinematografica, Il racconto dei racconti, del regista Garrone, mostra molto bene l’ambientazione narrata dall’autore.

Dalla sua opera alcune fiabe ebbero poi una grandissima diffusione nella cultura europea – come ad esempio la Gatta Cenerentola, da cui Perrault trasse la sua Cenerentola, che affinò per adattarla alla corte francese del Re Sole: la pianella diventa una scarpetta di cristallo – sembra che la versione originale parlasse di una scarpetta di pelo e per un errore di traduzione diventò vetro –  e si perdono alcuni elementi forti della prima versione della fiaba, infatti  la cenerentola di Perrault è dolce e remissiva.

La gatta Cenerentola di Basile,  Zezzolla, non è una fanciulla dolce e indifesa;  uccide la prima matrigna, incitata dalla propria maestra sarta,  che le promette di trattarla con amore se le farà sposare il proprio padre, e  così accade. Ma anche la seconda matrigna non è da meno della prima e dopo pochi giorni comincia a maltrattarla  e a imporre al Re le sue sei figlie.

Esistono tantissime versioni di questa fiaba ma la Zezzolla di Basile è l’unica che è  artefice del proprio destino, delle proprie trame e del proprio misfatto – (Bettelheim ) Tramite l’aiuto della fata della pianta di dattero che le dona un dattero magico, riesce ad andare al ballo per incontrare il Re e, alla fine, riesce a farsi sposare.  

La Cenerentola  di Basile è un caso molto raro nelle fiabe: lei non viene maltrattata dalle sorelle – la storia non ne parla –  e uccide la prima matrigna ma per questo non viene nemmeno punita, anzi alla fine, otterrà il suo premio, cioè diventare regina.

In questa fiaba non è presente il conflitto fraterno, presenta nelle altre versioni, quanto il superamento del conflitto edipico: l’uccisione della matrigna, prima  – probabilmente madre naturale e le due matrigne sono la stessa persona – e l’aiuto  ottenuto dalla fata della palma, dopo, suggeriscono che la fanciulla abbia superato positivamente il conflitto edipico con  la madre, e con esso le fantasie inconsce di reprimerla per mettersi al suo posto.

La bellissima e antica fiaba di Cenerentola si presta a tantissime interpretazioni e significati simbolici e non basta un post per raccontarli; possiamo dire che in alcune versioni, anche europee, Cenerentola fugge perché il padre di lei vuole sposarla – ancora presenti le ripulse epidiche (Bettheleim- Il mondo incantato)

Il dattero magico rappresenta  la risorsa che la giovane, determinata e sicura di sé, utilizza per raggiungere il suo scopo. Le versioni più recenti della fiaba puntano al conflitto fraterno – ma il bambino percepisce  che Cenerentola dalla condizione di reietta – prima amata dalla madre che però muore, poi dalla matrigna che finge di esserle amica,  rifiutata anche dal padre con cui aveva un rapporto privilegiato, e infine  relegata a pulire il camino – una giusta punizione per il desiderio inconscio di prendere il posto della madre; sporca di fuliggine perché il suo desiderio è altrettanto sporco – può superare  e uscire vittoriosa dal sui pensieri negativi nei confronti del genitore. In questo modo acquisisce la fiducia e la consapevolezza  supera il senso di colpa inconscio per i suoi desideri cattivi.

Alle sorelle di Zezolla non è riservata la fine terribile capitata invece a quelle della versione dei Grimm: prima amputate rispettivamente del calcagno e delle dita del piede per cercare di infilare la scarpina di cristallo, e  poi essere accecate dalle colombe amiche di Cenerentola. 

“Così partirono, e il giorno dopo tornarono tutte, e, insieme con le figlie di Carmosina, Zezolla, la quale, come il re la vide, gli dié l’impressione di quella che desiderava; e nondimeno dissimulò. Ma, finito il desinare, si venne alla prova della pianella, che, non appena fu appressata al piede di Zezolla, si lanciò di per sé stessa, come il ferro corre alla calamita, a calzare quel cocco pinto d’Amore. Il re allora strinse Zezolla tra le sue braccia, e, condottala sotto il suo baldacchino, le mise la corona sul capo, ordinando a tutti di farle inchini e riverenze come a loro regina. Le sorelle, livide d’invidia, non potendo reggere allo schianto dei loro cuori, filarono moge moge verso la casa della madre, confessando a lor dispetto che pazzo è chi contrasta con le stelle.”

Per loro solo una comprensibile invidia e la consapevolezza che è inutile opporsi al destino segnato dalle stelle che spetta ai giusti e agli umili di cuore!

Singletudine

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Ci vuole giusto, un giorno nazionale per ricordarmi che sono single!  Se qualcuno mi chiede ancora cosa faccio a San Valentino, urlo! Francesca sbuffa avvilita, ma poi le scappa da ridere!

Però non è giusto! Continua. Ovunque mi volto, vedo che si parla di coppie, regali per il tuo lui o la tua lei, offerte per le coppie, sorprese per le coppie. E chi non è in coppia che fa? Non si può eliminare San Valentino dal calendario? Ed ora, Francesca non sorride più...

Fra quattro giorni è San Valentino, è la giornata dedicata all’amore, agli innamorati, alle emozioni, alle offerte speciali, alle coppie, insomma a chi si ama. E, naturalmente chi è sco-ppiato, si sente tagliato fuori; come non essere invitato a una festa, come non poter partecipare ad un gioco.

Come per  far notare che in un mondo di coppie che si guardano con gli occhi a cuore, tu sei l’unica che non ha nessuno da guardare. Certo val la pena di farci sopra una risata ma in realtà per molte persone, la giornata di San Valentino è un vero problema, se non hai una persona speciale con cui condividerlo.

Come dico sempre, noi possiamo fare la differenza per cambiare la nostra realtà, anche quando le situazioni non dipendono da noi: non possiamo cancellare la giornata dell’amore,  dal calendario, come vorrebbe Francesca, ma possiamo vivere questa giornata in maniera diversa. 

Con amore!

E se la persona speciale con cui passare uno splendido San Valentino, fossimo proprio noi stessi, non sarebbe una splendida, diversa modalità di vedere le cose?

Una giornata dedicata all’amore, da dedicare alla persona che amiamo di più, noi – o che dovremmo amare di più, passaggio indispensabile per vivere  poi, un amore di coppia equilibrato e sereno. 

Una giornata in cui dedicarsi del tempo prezioso, in cui farsi un dono speciale, un massaggio, leggere un libro, fare sport, una passeggiata, insomma, qualcosa che ci faccia stare bene. Una giornata da vivere, maturando la consapevolezza che  non abbiamo bisogno di avere accanto una persona, per sentirci amati, per riempire un vuoto, e che solo quando sappiamo essere il migliore compagno di noi stessi, siamo realmente pronti ad incontrare l’amore per l’altro.

L’innamoramento fa stare bene, amare per davvero è un privilegio. Quante cose, persone, animali, passioni, amiamo nella nostra vita?

La singletudine è un passaggio fondamentale che va vissuto, non con l’ansia di trovare qualcuno a tutti i costi, ma come un momento prezioso di elaborazione, anche delle storie passate,  Per comprendere davvero cosa vogliamo e come lo vogliamo; per riflettere e accogliersi.

Ed ora, a chi manderai la tua valentina?

Elogio alla noia

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Ora di merenda. Mamma e il suo piccolo sono al bar,  seduti accanto al mio tavolo. Li raggiunge un’amica e le due si mettono a chiacchierare, mentre il bambino, sui 5 anni, comincia a sbuffare: finito il toast e bevuto il succo, non c’è molto altro da fare.

Mamma andiamo?

Ma siamo appena arrivati, tra un pò.

Ma io mi annoiooo.

Eccola,  la parola chiave che scatena il senso di colpa genitoriale, perché la noia non è ammessa, non è contemplata e non è utile. Non lo è per noi grandi, impensabile per i nostri piccoli, che riempiamo di attività di ogni tipo per evitare che abbiano momenti vuoti. Dopo la scuola, la palestra, la piscina, il parco giochi, e i compiti, se non c’è nulla da fare, tocca alla televisione,  fare da animazione per riempire i buchi di inattività.

Allo stesso modo, noi grandi, siamo pieni di cose da fare, soprattutto nel week end,  e anche se ci lamentiamo di essere pieni di cose da fare, abbiamo troppa paura di affrontare un tempo vuoto. Tempo vuoto e  prezioso che, invece, dovremmo imparare ad apprezzare, ad accogliere, senza sensi di colpa e senza pensare “a tutto quello che devo fare”.

Tempo per imparare ad ascoltarsi, a valorizzare  il silenzio, e stare da soli con sé stessi. Tempo per annoiarsi e scoprire che i momenti di riposo e e quiete sono fondamentali per riflettere, per fantasticare – un bisogno fondamentale dell’uomo – e per trovare nuovi interessi che ci  arricchiscano.

Educarci alla noia, per educare i nostri bambini, a casa come a scuola,  a vivere i momenti vuoti come una possibilità preziosa di trovare, da soli, nuove forme di gioco, per attivare curiosità, immaginazione, fantasia e creatività, per educarli al valore del silenzio, della riflessione interiore, e all’autonomia.

L’otium, presso i romani, racchiudeva molti significati, indicando il semplice ozio, il riposo dagli affari, la quiete, il tempo libero, la calma, la pace”. Come la contemplazione non è assenza di attività, così la serenità non è mancanza di passioni, ma l’equilibro armonico tra esse. L’arte di oziare – Seneca