Il Regno addormentato

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Andalucia

C’era una volta, tanto tempo fa, una regione ridente e ricca di acque e verde. C’erano stato giorni, in cui tutti i suoi abitanti vivevano in pace e armonia, ma poi le cose erano cambiate e, gli uomini avevano cominciato a litigare per ogni cosa: per  i confini dei giardini, per la legna tagliata nel bosco, per l’erba mangiata dalle loro mucche. 

Le donne avevano cominciato a discutere nella bottega del pane, per chi era arrivata prima, e davanti alla fontana nel centro del villaggio, per chi usava troppa acqua. Alla  fine, anche i bambini, che imparavano ogni cosa dai loro genitori, avevano imparato a litigare per ogni sciocchezza, per il colore del maglione, per la forma dei capelli, o per un biscotto.

Davvero una triste situazione… e peggiorò ancora di più, quando una mattina, un contadino che stava pascolando le sue pecore, si addormentò, seduto, su un sasso. Arrivarono in molti a tentare di svegliarlo, ma appena si avvicinavano all’uomo, cadevano preda della stessa malia, e si addormentavano all’istante, chi appoggiato ad un tronco, chi addosso ad una pecora, chi mentre stava bevendo alla fontana.

Naturalmente tutti entrarono nel panico, molti si addormentarono scappando, mentre sbarravano una finestra o mentre facevano la fila per comprare, e litigare per le ultime  croste di formaggio. 

E dopo poco tempo, nel regno non si vide più nessuno… non si sapeva chi era addormentato o chi, chiuso in casa. Solo gli animali, giravano tranquilli, nelle strade deserte del  villaggio.

Ma un giorno…

Ricorderemo questi giorni. Ricorderemo le preoccupazioni, le tensioni, la paura, le mascherine e il prezzo alle stelle dell’Amuchina. Ricorderemo i post divertenti che sdrammatizzano e quelli pesanti che accusano. Ricorderemo il fermo forzato della vita di ogni giorno, le strade vuote e il tempo che improvvisamente si dilata e diventa a disposizione, quasi troppo, che non si sa come usarlo.

Forse ricorderemo che abbiamo respirato a lungo e ci siamo scrollati di dosso quella sensazione  pesante,  di essere sotto un incantesimo che non sapevamo sciogliere, e abbiamo cominciato a occupare quel tempo di attesa: leggendo quel libro che non apriamo mai, facendo quel corso on line che ci interessa, passeggiando in mezzo alla natura. O per scrivere e raccontare la storia di quando ci siamo sentiti come addormentati.

Non conosco un metodo migliore per vincere la paura e l’ansia, della scrittura. Scrivere è una catarsi, una pulizia interiore che ci mette in contatto con le nostre reali emozioni, con le nostre paure e  ci permette di farle uscire e così di esorcizzarle. 

Scrivete questi giorni,  raccontateli, soprattutto a voi stessi, e vi sorprenderete  di come vi farà stare meglio. Questa è una vera magia. Rileggervi poi, sarà una cura altrettanto magica.

E se non sapete da dove iniziare a  scrivere, vi propongo un piccolo, ma potente,  esercizio di scrittura: scegliete un finale per la fiaba del Regno addormentato: siate voi i creatori della loro storia. Cosa è successo? E poi cosa succede? Arriva qualcuno? O qualcosa? Chi può aiutare gli uomini?

Trovare un finale per questa storia, per la vostra storia, è l’opportunità di vedere nuove possibilità di soluzione, quando  sembra che non ve ne sia nessuna. Quando sembra che noi non possiamo fare nulla per cambiare le cose. Vuol dire riscrivere il copione di quello che stiamo vivendo e vedere che c’è dell’altro, oltre il muro delle nostre paure. 

Se poi ci mandate le storie con i vostri finali, saremo felici di condividerli…

 

 

Ti innamorerai delle parole

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Ti innamorerai delle parole.

Ti sveglierai con la voglia di scrivere ancora prima di bere il tuo caffè…

O saranno i personaggi delle tue storie a svegliarti, al mattino presto, con il loro impellente desiderio di vita. Perché questo succede, quando creiamo una storia.
I suoi protagonisti, vogliono viverla…

Corso avanzato di scrittura fiabe presso la Biblioteca Alda Merini di Padenghe sul Garda

Per iscrizioni e informazioni scrivi a fiabeincostruzione@gmail.com, o telefona al 3496501558

5° passo: cosa desideri?

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Ultimo giorno dell’anno, e siamo arrivati al  quinto passo di questo piccolo cammino delle emozioni,  che ci porta al nostro cuore, perché lì, sono custoditi i nostri reali desideri.

Ieri abbiamo scritto una lista delle cose, delle persone, e dei lati del nostro carattere  che non ci appartengono più, e  per questo, li lasciamo al vecchio anno. Questa lista va bruciata prima della mezzanotte del 2019, ma prima di farlo, onoriamo e ringraziamo quello che non ci serve più, perché ci ha donato un insegnamento prezioso, e poi lo lasciamo andare.

Oggi ci dedichiamo ai nostri desideri. Cosa desideri per il nuovo anno? 

Cosa ci serve? Un quaderno, un taccuino, scegliamo bene perché ci accompagnerà per un po’ – e sul primo foglio bianco, scriviamo la nostra lista dei desideri; ma desideri veri, quelli del cuore, quelli che a volte non osiamo nemmeno ascoltare.

Non badiamo a spese, quando si desidera bisogna farlo in grande! 

Scriviamo la lista di quello che desideriamo per renderci la vita meravigliosa:  un amore, amicizie, lavoro, soldi. E quali qualità ci servono per essere migliori? Non ci sono limiti di spazio, tempo, né vincoli di nessun tipo.  La capacità di desiderare è la capacità di far uscire il proprio empowerment, il proprio potere personale;  è la voglia di migliorarsi per ottenere di più. Non esistono i non ce la farò mai, o i non succederà mai. 

Non questa sera! E dopo la mezzanotte, quando saremo già nel nuovo anno, rileggiamo i nostri desideri a voce alta, affermiamoli, e poi chiudiamo gli occhi, tiriamo 3 lunghi respiri e immaginiamo di essere in un meraviglioso giardino, o in un bosco, colmo di fiori e alberi meravigliosi. Possiamo sentire il loro profumo e ci sentiamo bene, perché questo è il nostro posto. Quello in cui ci sentiamo sicuri e protetti. E poi  scegliamo un albero –  o sarà lui a scegliere noi? – ai piedi del quale, seminare i nostri desideri, come tanti piccoli semi, di cui aver cura per farli crescere al meglio.

Infine ringraziamo il nostro albero perché con le sue radici e la sua linfa proteggerà e nutrirà la  nostra pianta dei desideri, e ci aiuterà a realizzarli.

Domani sarà un nuovo passo, e nuovi giorni.

Ma ora vi auguriamo che questi nuovi giorni siano colmi di realizzazioni, insegnamenti, emozioni e storie. Di fiabe, di magia, e di parole. Di consapevolezza.

Vi auguriamo di svegliarvi al mattino e ancora con gli occhi chiusi, fare un sorriso, perché sapete, vi cambia  la giornata. Vi auguriamo di scrivere, di raccontare, di parlare guardando l’altro, per davvero. Occhi negli occhi. Di stringere le mani, di abbracciare, di dire “ti voglio bene” tutte le volte che avete voglia di farlo. Di dire NO, senza sentirvi in colpa. Di ridere senza motivo e di piangere senza vergognarsi. Vi auguriamo di essere liberi, liberi di essere voi stessi, di accogliervi e di amarvi.

Vi auguriamo nuovi meravigliosi giorni…

 

 

Il 4’ giorno

A volte siamo così presi dalle cose che facciamo ogni giorno e non ci rendiamo nemmeno conto di quanto ci pesano. Non lo sappiamo. Non lo sappiamo che cambiare il nostro sguardo sul proprio mondo, lo cambia, lo trasforma. A volte è come svegliarsi da un lungo sonno…

Il 4′ giorno

Il pastorello sedeva vicino ad un albero, distratto e assonnato. Si era alzato prima dell’alba, come sempre, per portare fuori le pecore, ed ora, nel pomeriggio inoltrato aveva mangiato quasi tutto il formaggio e il pane che gli aveva dato la madre, e aveva bevuto il latte caldo di mungitura.

Aveva fame. Ma non voleva mangiare l’ultimo pezzo di formaggio rimasto, era lunga arrivare a sera. E aveva sonno.

Le sue pecore pascolavano quiete, quando improvvisamente una di loro, la solita, scappò verso il sentiero. Il pastorello le corse dietro, chiamando, imprecando e ridendo perchè finalmente poteva correre un pò. Era quasi come giocare, e non gli capitava spesso. Raggiunse la pecora che si era fermata vicino alla strada sterrata che andava verso Betlemme, ed era rimasta li immobile a guardare lontano.

Forse fu il silenzio improvviso, o la notte che scese avvolgendolo, ma sentì il proprio cuore sussultare.

Guardò il cielo e vide la stella lucente, magnifica che brillava nel cielo luminoso, e la sua piccola anima semplice si sentì chiamare.

Doveva andare. Prese la pecora e tornò al resto del gregge. Doveva andare a Betlemme.

Il quinto giorno

La malattia non è solo nel fisico. La malattia può essere la paura del diverso, la meschinità dell’odio, la fragilità dell’ignoranza. Ma ci sono doni semplici e preziosi…

Il quinto giorno

La sera scese silenziosa. Buia. Fredda.

Maria camminava a fatica e persino l’asinello sembrava affaticato.

Giuseppe la guardava preoccupato; sembrava sfinita. Si avvicinarono ad un vecchio casolare rovinato, che sembrava abbandonato, ma poi, avvicinandosi alla porta videro la donna seduta su un piccolo seggiolino di legno.

Li guardò, e poi faticando si alzò e andò loro incontro. Si muoveva a fatica,il viso segnato dalla sofferenza e dalla malattia. Ma quando vide Maria il suo volto si aprì ad un bellissimo sorriso, che rivelò la bellezza di un tempo.

– Vivi qui da sola? – chiese Giuseppe alla donna.

-Vivo con la mia malattia -rispose la donna – lei sta sempre con me, non mi lascia mai. E’ la mia unica compagnia. Io parlo con lei. A volte la maledico. A volte la onoro. A volte la combatto. A volte le parlo. Mi ha tolto tanto, ma non tutto. Non mi ha tolto la speranza. Non mi ha tolto il sorriso. E questo io dono ai viandanti che, come voi, passano dalla mia casa. Perchè questi sonoi doni più grandi che mi ha dato la mia malattia. Non il dolore. Non la paura. Ma la forza della speranza, e la bellezza di un sorriso.

Giuseppe si commosse ma si preoccupò un pò, perchè non voleva che lei potesse essere contagiosa. Ma Maria si avvicinò alla donna e la abbracciò a lungo.

Sopresa, la donna si lasciò andare al calore del suo abbraccio e sentì piano piano il proprio corpo liberarsi dalla tensione, e dal dolore.

-Grazie per i tuoi bellissimi doni-le disse Maria.

I 6 giorni…

Mancano 6 giorni alla vigilia di Natale. Abbiamo bisogno di magia e sacralità in questo nostro mondo confuso. Abbiamo bisogno di cose buone. Di umanità. Abbiamo bisogno di sognare…

Il 6 giorno

La giornata era stata scura ed un improvviso vento nervoso avevo spazzato la strada sterrata e i campi circostanti. Infine era arrivata la pioggia fitta e tagliente.

Maria e Giuseppe si erano fermati in una locanda e il proprietario aveva chiesto loro cosa prendessero.

Giuseppe aveva risposto umilmente che non avevano soldi per pagare, e volevano fermarsi solo un pò, intanto che passava la bufera.

L’oste sbuffò maligno. – Questo non è un posto pubblico, se vi fermate pagate. Se no, quella è la porta – Ed evitò di guardare il ventre evidente di Maria. Giuseppe, che era un uomo buono si sentì in preda alla frustrazione.

La locanda era piena di avventori, seduta ai tavoli, ma nessuno fece niente per aiutarli.

Maria prese il braccio di Giuseppe e lui si volse a guardala. Lei gli sorrise e lui rimase come sempre senza parole avvolto dal mistero di quella donna che era la sua compagna, che era sua moglie e che non poteva appartenergli davvero.

Uscirono e l’oste li guardò andare via con un sogghigno. Dopo pochi minuti la pioggia divenne grandine, chicchi grandi come uova che spaccarono vetri e fecero buchi nel tetto. Tutti si alzarono e corsero alla finestra per vedere la tempesta, e rimasero senza parole, quando oltre al giardino che circondava la locanda, danneggiata dalla grandine, videro la coppia in lontananza che camminava lungo la strada asciutta verso un orizzonte infiammato da un bellissimo tramonto rosso fuoco.