Un paese da fiaba, 3° edizione!

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illustrator Marta Perciaccante – copertina fiabe vincitrici 2° edizione

Dopo il successo della seconda edizione, ritorna il nostro bel Concorso ” Paese da fiaba” per l’anno 2018:

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Il comune di Padenghe sul Garda, la Biblioteca Comunale con la collaborazione di Fiabe in costruzione – scriviamo Fiabe su misura – organizza il 3 °concorso letterario per fiabe, rivolto a tutti residenti in Lombardia.  Il Concorso è aperto a tutti (scrittori esordienti e non) e a tutte le età (anche i minorenni possono partecipare, in caso di qualificazione come finalista è necessaria la presenza di uno dei genitori per il ritiro del premio).

BANDO DI CONCORSO: PAESE DA FIABA

3° Premio letterario per fiabe, per promuovere la letteratura per l’infanzia e la bellezza, la tradizione e la storia del paese di Padenghe sul Garda.

Il  Comune di Padenghe sul Garda, la biblioteca comunale, in collaborazione con “Fiabe in Costruzione”- scriviamo fiabe su misura- organizza la terza edizione del concorso di fiabe rivolto a tutti i residenti in Lombardia.

Il concorso è aperto a tutti (scrittori esordienti e non) e a tutte le età.

 

Anche per  questa edizione aspettiamo le vostre bellissime fiabe che dovranno contenere questi tre elementi:

– Il lago
– Il pescatore o il contadino
– Lo scrigno

Per tutte le informazioni leggete il bando del concorso.

Aspettiamo le vostre fiabe!

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Concorso letterario “un Paese da Fiaba”, al via la 2° edizione

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Illustrazione di Chiara Orio 

Dopo il successo dello scorso anno nella sua prima edizione torna il magico “Concorso Letterario di fiabe” organizzato dal Comune di Padenghe sul Garda  e dalla   sua bella Biblioteca con la collaborazione di Fiabe in costruzione.

Sono ufficialmente aperte le iscrizioni per partecipare al 2 Concorso Letterario “Un paese da Fiaba” aperto a tutti i residenti in Lombardia, scrittori esordienti e non, di tutte le età.

Quale migliore occasione per mettersi alla prova, attivare creatività e fantasia? Ognuno di noi ha dentro di sè una storia meravigliosa  da raccontare…

Aspettiamo le vostre fiabe!

Per modalità di partecipazione e regolamento visionate il Bando del concorso .

 

 

Le parole di Tobia…

 

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Uma fiada b3l ra bisl3sia

Come? Non capite cosa c’è scritto? Però, così potete capire cosa legge un bambino che ha disturbi di apprendimento, un bambino dislessico, che non è un bambino malato, non è un bambino pigro, non è un bambino che non sa fare niente.

E‘ un bambino spesso molto creativo, pieno di fantasia e  molto intelligente  -per questo maggiormente discriminato : è intelligente ma pigro –  e che  ha solo  bisogno di essere aiutato perchè  ha modi e tempi differenti dagli altri per imparare.

C’è ancora molta confusione sulla dislessia, e  poche informazioni.

La AID  associazione Italiana Dislessia,  presente con  vari sede in tutta Italia, promuove dal   dal 4 al 10 ottobre 2016, “la prima edizione della Settimana Nazionale della Dislessia: 600 iniziative su tutto il territorio nazionale, per sensibilizzare l’opinione pubblica sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), per  sensibilizzare il pubblico su un disturbo che è ancora per molti un tabù. Per questo motivo lo slogan di  questa prima edizione è “Costruiamo Insieme un Futuro di Diritti e Informazione”

Stand informativi nelle piazze, corsi di formazione per i docenti e i genitori, spettacoli teatrali e laboratori didattici interattivi per i ragazzi: sono alcune delle tante iniziative organizzate dalle sezioni di AID in tutta Italia.”

Anche per la città di Brescia c’è un ricco programma di appuntamenti.

Per questo evento ci è stato chiesto di scrivere una fiaba, che raccontasse  la   dislessia, e  per noi è stato  un onore: siamo entrati in un mondo che anche noi non conoscevamo bene e per raccontare  la storia di Tobia, il  coniglietto che non  sa usare le parole – la storia di tutti i Tobia  –  siamo entrati nel suo piccolo mondo, pieno di  parole confuse, di paura e solitudine e abbiamo guardato, intorno a noi, con i suoi occhi.

Le parole di Tobia, il coniglietto che colora il mondo è la nostra fiaba per la dislessia  che sarà anche utilizzata nelle scuole della provincia di Brescia  come strumento didattico, per gli alunni, per gli insegnanti  e per i genitori, perchè anche chi non è dislessico deve imparare, e deve essere aiutato a  conoscere  la dislessia: perchè ognuno di noi è diverso  dall’altro, e qualcuno lo è un pò di più, ma il rispetto delle reciproche differenze è fondamentale, perchè sono proprio queste differenze che ci rendono unici.

Domenica 9 ottobre, presso la sala San Barnaba di Brescia,  avrà luogo l’evento dislessia tra musiche e parole: testimonianze e riflessioni accompagnate da musica, musica e letture.

Non mancate!

 

I disegni che raccontano fiabe

Il concorso Un Paese da Fiaba è terminato ma non sono terminate le soddisfazioni e le soprese che questo Concorso ci ha regalato.

Abbiamo pubblicato le fiabe finaliste e quelle vincitrici del nostro Concorso  Un Paese da Fiaba organizzato dal Comune di Padenghe sul Garda e dalla Biblioteca Comunale con la collaborazione di Fiabe in Costruzione;

Vi abbiamo fatto leggere bellissime fiabe, e ora vi mostriamo i disegni che raccontano fiabe; disegni che i bambini della scuola primaria di Padenghe hanno realizzato per il Concorso.

Ogni bambino ha partecipato al Concorso scrivendo una fiaba e facendo un disegno, e poi alcune fiabe sono state lette in aula e gli alunni hanno potuto commentarle dando consigli, e suggerimenti con grande collaborazione ed entusiasmo; mentre i più piccoli, che ancora non sanno scrivere, hanno disegnato le fiabe che alcuni   compagni più grandi hanno letto loro.

Una grande partecipazione di tutti gli alunni della scuola, che grazie al gruppo delle maestre della Scuola Primaria di Padenghe,  grazie alla loro passione e amore per il proprio lavoro – elementi che possono muovere le montagne – hanno realizzato un bellissimo laboratorio scolastico che ha  visto coinvolto non solo i bambini e le loro maestre, in un bellissimo lavoro di gruppo, ma  anche altre persone al di fuori dell’ambito scolastico, che hanno collaborato, portando le proprie esperienze professionali e di vita con le maestre  e i bambini.

Lo studio delle fiabe rientra nel programma scolastico della scuola primaria, e quale miglior occasione della partecipazione ad un concorso di fiabe, per fare diventare una materia di studio, un’attività  gratificante che è diventata una bellissima esperienza di condivisione: i nonni hanno partecipato con i propri nipoti alla creazione delle fiabe, e alcuni di loro sono andati in classe a raccontare i loro ricordi di vita,  raccontando la storia del Paese, – anche i giochi che si facevano una volta – una memoria storica importanti che i bambini hanno ascoltato incantati; una valorizzazione fondamentale del rispetto per la storia e per gli anziani che la storia l’hanno vissuta!

Il gruppo delle maestre della Scuola Primaria ha inoltre coinvolto l’Associazione Artisti di Padenghe, artisti che spesso hanno esposto le loro belle opere per le strade del Paese, e che hanno partecipato con grande generosità ed entusiasmo: i bambini sono stati divisi per classi e poi   – ottima occasione per visitare il paese -sono stati accompagnati  al lago, al nostro Castello o alla foce del Rì, il nostro fiume – conosciuto perchè è il fiume più corto del mondo – e lì, ogni artista ha spiegato la tecnica del disegno e l’uso del colore donando la propria competenza ed esperienza artistica.

Un’attività bellissima per tutti i bambini che ha coniugato bellezza, arte, cooperazione, rispetto per la nostra storia, passione e divertimento; un lavoro che merita di essere preso ad esempio e ci teniamo a ringraziare il Gruppo delle Maestre della Scuola  Primaria di Padenghe, oltre che per il loro splendido  lavoro,  perchè  hanno regalato al nostro Concorso una nuova e  bellissima gratificazione.

Ed ora, la parola ai disegni!

Il fantasma, la strega e gli incantesimi tecnologici – epilogo

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Lorenza Bianchi

Cosa farà la povera Ermengarda, fiera principessa longobarda figlia di Re Desiderio, per combattere l’incantesimo della strega? Una lotta tecnologica fra nickname, profili Facebook e App innovative.! Anche le streghe si adeguano! Ecco la seconda parte della bella  fiaba vincitrice, per la categoria Autori, del nostro bel  concorso  Un Paese da Fiaba 

Ancora complimenti alla sua autrice Lorenza Bianchi!

Il fantasma, la strega e gli incantesimi tecnologici

“I genitori scrissero tutti su Facebook chiedendo spiegazioni, ma Bennie –  aka Condora – fingendosi Adgar – e cioè Garda’s – rispose prontamente che aveva stabilito nuove regole e raccomandò di seguirle e di farle seguire attentamente anche ai propri figli. Quando Garda’s – aka Adgar – si accorse del problema trasalì, si mise le mani sul lenzuolo che la ricopriva dove avrebbero dovuto esserci i capelli, e poi pianse prima di dolore e poi di rabbia. Terminato l’attimo di sconforto si mise subito al lavoro. Impostò nuovamente il sito e Facebook, cambiò la password e poi comunicò a tutti i suoi seguaci che qualcuno aveva svolto un’azione di “phishing” e cioè si era impadronito della sua password, e poi era entrato nel suo profilo FB e nel suo sito e aveva modificato tutti i contenuti della sua App. Immediatamente i genitori e i ragazzi le risposero che nessuno di loro aveva creduto veramente che fosse stata lei a scrivere quelle cose, e colsero l’occasione per ringraziarla ancora una volta per tutto ciò che faceva per la comunità. La strega, leggendo quelle risposte si arrabbiò all’inverosimile e fu attraversata dall’antica invidia, la stessa che le aveva fatto decidere, molti anni prima, di trasformare Garda’s in un fantasma. Decise di giocare d’astuzia, creò un profilo su Facebook che chiamò “Sono una mamma speciale” e poi chiese l’amicizia a tutti gli amici di Garda’s – aka Adgar – tralasciando quest’ultima. In breve tempo, grazie anche a un trucco tecnologico, tantissimi genitori aderirono alla sua richiesta di amicizia. Bennie – aka Condora – a quel punto, iniziò a commentare e ad instillare un grande dubbio nei genitori: qualcuno sapeva chi fosse effettivamente Adgar? Chi era la persona che si nascondeva dietro a quel profilo? Qualche genitore l’aveva mai vista o conosciuta personalmente? Adgar stava diventando per tutti i bambini un punto di riferimento, e i genitori avrebbero dovuto incontrarla e parlare con lei. E la strega fu ancora più subdola: suggerì ai genitori di dedicarle una grande festa e di raccogliere dei soldi per regalarle un grande mazzo di fiori. Dato che aveva trasformato Garda’s in un fantasma invisibile agli occhi umani e destinato a vagare nel castello per sempre, sarebbe stata impossibile la sua partecipazione alla festa e, di conseguenza, Adgar avrebbe perso, agli occhi dei genitori, qualsiasi tipo di credibilità.

Bennie – aka Condora – tramite il suo profilo “Sono una mamma speciale” inviò dei messaggi a tutti i genitori raccomandando di non far sapere ad Adgar – aka Garda’s – della festa, in quanto avrebbe dovuto essere una sorpresa, non pensando che ogni rappresentante di classe avrebbe dato ad ogni allievo una busta da portare ai propri genitori per raccogliere i soldi per i fiori. E fu così che quando Ander chiese i soldi per la colletta alla propria madre, Garda’s venne a conoscenza del piano di “Sono una mamma speciale”. Dapprima si angosciò perché, in quanto fantasma, non avrebbe potuto presenziare alla festa e quindi non sarebbe stata più creduta né dai genitori e neppure dai ragazzi. Successivamente si chiese quale vantaggio traesse “Sono una mamma speciale” nel mettere in dubbio la sua identità, e chi si nascondesse dietro quel profilo. Pensò che molto probabilmente si trattava della stessa persona che aveva sabotato il suo sito internet e anche Facebook. Dopo un giorno e una notte di indagini approfondite scoprì la colpevole e decise di tenderle un tranello per renderla inoffensiva. Chi conosce il mondo delle streghe e dei maghi sa che il Gran Magano, capo di tutte le streghe, ogni trecentosessantacinque giorni, nella giornata di venerdì, premia tutte le streghe che nel corso dell’anno abbiano compiuto un grande maleficio. Garda’s – aka Adgar – finse di essere il Gran Magano e inviò una mail a Bennie – aka Condora –  nella quale si congratulò per l’ottimo lavoro svolto nel sabotaggio della “App della felicità”. Aggiunse poi di aver creato un premio apposta per lei che consisteva in una speciale pozione a base di spezie in grado di donare un’incredibile memoria. Specificò che la pozione si trovava presso le segrete del castello, ma affinché svolgesse rapidamente il suo effetto, sarebbe stato necessario berla tutta d’un fiato allo scoccare delle ore ventuno di quella stessa sera. La strega, che ormai data l’età era quasi senza memoria, non appena lesse il messaggio esultò e, dentro di sé, ringraziò il Gran Magano per averle fornito un’opportunità così preziosa. Garda’s – aka Adgar – sapeva che Bennie – aka Condora –  non reggeva l’alcool, perciò preparò un’abbondante dose di vino “Garda Classico Groppello”, cui aggiunse molto zucchero per aumentarne la gradazione alcolica, e vari tipi di spezie. La strega alle venti e cinquanta entrò nelle segrete direttamente dal finestrino e, con la sua scopa computerizzata, effettuò un atterraggio di tutto rispetto. Attese lo scoccare delle ore ventuno e ansiosa di ottenere una memoria prodigiosa, trangugiò rapidamente la “magica pozione” preparata dal fantasma che, nascosto in un armadio, seguiva con trepidazione la scena. Dopo aver bevuto, Bennie – aka Condora – emise un rutto pazzesco seguito da un singhiozzo rumoroso e poi stramazzò a terra svenuta. Garda’s – aka Adgar – passò attraversò l’armadio, raccolse da terra la scopa computerizzata e digitò con furia sul pc nel tentativo di collegarsi al computer principale della strega. L’operazione non riuscì subito, ci volle del tempo durante il quale, il fantasma, per la paura che la strega riprendesse i sensi, si mise a sudare così copiosamente da inumidire tutto il lenzuolo che lo ricopriva. Quando il sito si aprì Garda’s – aka Adgar – rimase a bocca aperta: scoprì che Bennie – aka Condora – non solo aveva congegnato un sistema per distruggere completamente la start-up della felicità, ma aveva creato un programma denominato “Le scatole del male” che aveva lo scopo di far scomparire i bambini e i ragazzi bravi. Il programma era virtuale e composto da tante scatole diverse, ma il progetto consisteva nel rendere reali le scatole e regalarle alle scuole, in modo che tutti i bambini e i ragazzi potessero accedervi. Ad esempio la scatola dei “Nasi finti” conteneva nasi di maiale e nasi di Pinocchio, e i bambini e i ragazzi che li avessero indossati sarebbero stati trasformati rispettivamente in maiali costretti a rotolarsi nel fango per sempre, e in burattini di legno uguali a Pinocchio obbligati a raccontare solo bugie. C’era anche la scatola dei “Dolci ingrassanti” colma di pasticcini apparentemente normali, ma se solo un bambino o un ragazzo ne avesse assaggiato uno, avrebbe avuto fame di dolci per tutta la vita e con il tempo sarebbe diventato una persona obesa, ma così obesa da non riuscire a passare neppure più dalla porta. Per non parlare della scatola dei “Finti videogiochi”: sarebbe stato sufficiente giocare una sola volta con un finto videogioco per dimenticare tutta la storia e la geografia imparate sino a quel momento. Il peggio era sicuramente rappresentato dalla finta lotteria: chi avesse aperto i biglietti della lotteria gratuiti non sarebbe più stato capace di leggere un libro, in questo modo i bambini e i ragazzi, sarebbero rimasti ignoranti e si sarebbe potuto raccontare loro ciò che si voleva e questi ci avrebbero creduto. L’ultima scatola conteneva delle poltrone di plastica gonfiabili, i bambini e i ragazzi che le avessero gonfiate e si fossero seduti sopra sarebbero rimasti incollati con la schiena ed il sedere e, con il tempo, i muscoli sarebbero scomparsi del tutto, impedendo loro persino di camminare! Il fantasma cancellò in un battibaleno tutto quanto e si affrettò a cercare la formula che gli avrebbe consentito di trasformarsi nella bella ragazza dei tempi precedenti al sortilegio. Quando l’ebbe trovata recitò le parole magiche e, come per incanto, il lenzuolo si dissolse e lei si ritrovò di nuovo… umana. Garda’s – aka Adgar – provò una strana sensazione: pochi istanti prima era trasparente e senza peso ed ora, invece, poteva vedere e toccare il proprio corpo.

Si avvicinò ad uno specchio per verificare il suo aspetto, ma proprio in quel momento la strega emise un rantolo e la ragazza, per la paura che ritornasse in sé, cercò nel computer una formula che la rendesse innocua. Ne trovò una che avrebbe trasformato Bennie -aka Condora – in sottili goccioline di pioggia; si apprestò a recitare la formula magica, ma proprio mentre stava per pronunciare le due ultime parole, la strega emise uno starnuto fortissimo, rinvenne e si rialzò. Resasi conto di ciò che stava per succedere, afferrò il pettine che aveva tra i capelli e fece per scagliarlo in direzione di Garda’s: se fosse riuscita a colpirle la bocca il sortilegio non avrebbe sortito effetto. La ragazza, però, riuscì a terminare la formula, e il pettine, ormai vicinissimo alle sue labbra, fece un’improvvisa inversione a “u”, raggiunse Bennie – aka Condora – ed evaporò insieme a lei. Garda’s si sentì pervadere da un enorme senso di sollievo mentre osservava le goccioline innalzarsi verso il cielo, poi però, si mise a tremare all’idea di quello che sarebbe potuto succedere se la strega avesse attuato il suo piano. Si soffermò a guardare il suo corpo e si rese conto che, finalmente, avrebbe potuto vivere senza un ingombrante lenzuolo addosso, ma soprattutto, avrebbe potuto lasciare il castello e ciò le avrebbe permesso di conoscere la gente. Era stanca di avere amicizie solo virtuali ed inoltre pensava fosse sciocco comunicare attraverso un computer quando esisteva la possibilità di guardare negli occhi le persone, osservarne le espressioni del viso e, a volte, poterle persino abbracciare! L’antica pendola scandì ventidue rintocchi e, dato che la festa indetta dai genitori in suo onore avrebbe avuto luogo il giorno seguente, si rese conto di avere a disposizione pochissimo tempo per trasformare i suoi vestiti e la sua elaborata acconciatura. La ragazza tolse le forcine dalle trecce che le incorniciavano il capo, sciolse i lunghissimi capelli e, ispirandosi ad un taglio moderno che aveva visto su una delle riviste della madre di Ander, li accorciò all’altezza delle spalle e li scalò leggermente. Poi, con l’aiuto della macchina da cucire, trasformò i suoi vestiti che nonostante l’età, (risalivano al 760), erano ancora in perfetto stato.  Dall’ampia gonna ricavò un bel vestito, e con la camicetta ricamata realizzò un’elegante stola. Il giorno successivo tutto andò alla perfezione, Garda’s ricevette molti onori ed anche un’entusiasmante proposta di lavoro nell’ambito dell’informatica, ma quel che più le fece piacere fu la possibilità di conversare con le persone e stringere loro le mani, poiché nessuna chat e nessun telefono può e potrà sostituire il contatto umano! Il sole fu presente per buona parte della giornata, ma nel tardo pomeriggio una nuvola, dalla stessa forma del pettine della strega Bennie, lo coprì parzialmente e subito dopo caddero delle sottili goccioline di pioggia. Un bambino chiamò la mamma, indicò il cielo e disse: -Guarda mamma, c’è il sole eppure piove, vuol dire che si sta pettinando una strega! – Garda’s sorrise tra sé e pensò che quel bambino aveva proprio           ragione.


                                          Fine

 

 

 

Il soave canto di Gertrude

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Simo Nygren

Il castello, il lago e la strega: questi erano i tre elementi che dovevano essere raccontati nelle fiabe che hanno partecipato al concorso Un paese da Fiaba; il concorso organizzato dal Comune di Padenghe sul Garda, dalla Biblioteca Comunale con la collaborazione di Fiabe in Costruzione.

Un’occasione per promuovere la cultura, la scrittura e le fiabe, un patrimonio importante della nostra tradizione e per promuovere il nostro bel paese, con il suo dolce lago, il suo bel castello e la sua storiae nelle fiabe  non può mai mancare la Strega!

Anche oggi vi raccontiamo la fiaba di un castello  che sorgeva poco distante dal lago e che era  pervaso da una strana malia “Da quel castello, di notte, si sentivano levare lamenti spaventosi, pianti di un’anima in pena, grida, strepiti e gemiti senza fine. “

Il soave canto di Gertrude è la bella  fiaba, scritta da Giovanni Quaresmini, appassionato scrittore a cui facciamo davvero tanti complimenti,  che si è aggiudicata la seconda posizione nella classifica Autori.

Chi  potrà vincere  il terribile incantesimo della Strega che vive nel Castello?

Il soave canto di Gertrude

In quel castello, che sorgeva poco distante dal lago, le rondini non costruivano il loro nido e anche gli altri uccelli se ne stavano alla larga.

Nessun volatile si azzardava a sorvolare quel maniero che, all’apparenza, sembrava invitante.

La rocca assumeva così l’aspetto di una costruzione avvolta da un’atmosfera di sconforto e di solitudine.

Il castello era piantato sopra uno sperone di roccia che sembrava un meteorite piombato in quel luogo dall’abisso dell’universo, ma era circondato da un terreno così fertile che, man mano che digradava verso la riva del lago, gli alberi vi verdeggiavano assumendo dimensioni gigantesche.

Ma anche tra quelle piante regnava un silenzio affranto, sospeso, impenetrabile.

Da quel castello, di notte, si sentivano levare lamenti spaventosi, pianti di un’anima in pena, grida, strepiti e gemiti senza fine. Solo alle prime luci dell’alba cessavano, ma allora sul quel luogo calava un silenzio che sembrava ancor più insopportabile.

Era un silenzio carico d’angoscia che neppure la luce del giorno riusciva a dissolvere.

Ma a rendere ancora più inquietante la scena contribuiva un altro aspetto allarmante.

La strada che conduceva verso il ponte levatoio per entrare nell’androne del castello era costellata da statue di gesso: per lo più rappresentavano uomini, ma non mancavano le donne e i bambini. Si raccontava che si trattasse di persone in carne ed ossa che, all’improvviso, erano state trasformate in statue prima di raggiungere l’ingresso del castello.

 Anche tra quelle statue regnava un silenzio irreale. Le persone erano state bloccate nell’ultimo gesto che precedeva la loro trasformazione. Era proprio un mistero quello che permeava quel castello.

Ed erano sempre di più coloro che narravano una strana storia secondo la quale tra quelle mura viveva un principe che una strega cattiva aveva imprigionato con un maleficio di cui però nessuno conosceva né le ragioni, né le modalità con le quali era stato portato a termine.

Quella strega, a volte, si sentiva sghignazzare sulle mura del castello richiamando l’attenzione di qualche passante che se ne guardava bene dall’avvicinarsi.

In certe giornate, però, si spandeva tutt’intorno al castello una musica suadente, meravigliosa che invitava a correrle incontro come per assaporarla ed esserne avvolto. Chi l’ascoltava per qualche tempo ne rimaneva così ammaliato da precipitarsi verso il luogo dal quale proveniva, ma giunto in prossimità del ponte levatoio veniva trasformato in una statua di gesso.

Di conseguenza, l’atmosfera che vi regnava era perennemente costituita da un clima di solitudine e di perdizione che veniva immediatamente percepito da chiunque vi si avvicinasse. Da tanto tempo durava quella strana malia.

Gli abitanti del luogo non sapevano proprio come farvi fronte. Erano stati in parecchi ad escogitare i piani più diversi, ma nessuno era andato a buon fine, anzi coloro che avevano tentato una qualche sortita erano stati tutti trasformati in statue di gesso.

Quando l’imperatore Federico Barbarossa, si trovò a passare da quei paraggi per recarsi nel feudo di un suo vassallo, furono in parecchi a corrergli incontro per avvisarlo della pericolosa malia di quel luogo, così decise di girargli alla larga. Lo fece a malincuore perché quel castello era proprio affascinante. La sua architettura slanciata, le sue pietre ben squadrate e lisce, le alte torri coniugavano la monumentalità all’eleganza.

Di conseguenza, decise di accamparsi poco distante, al limite di un bosco che sorgeva in riva al lago. Gli altissimi alberi conferivano alle acque lacustri le più diverse tonalità di verde che, nell’azzurro, sembravano ondeggiare come arazzi.

L’imperatore Federico Barbarossa, da buon militare, decise di mandare un drappello di soldati all’assalto del castello verso il ponte levatoio, perché pensava che le armature li avrebbero protetti.

Ma quale fu la sua sorpresa quando si accorse che uno dopo l’altro furono tutti trasformati in statue di gesso. Soltanto i cavalli, ancora imbizzarriti per l’inspiegabile evento, dopo aver disarcionato i cavalieri, tornarono al galoppo elevando fortissimi nitriti di sgomento. Convocò anche un consiglio di guerra, ma neppure i suoi generali abituati a risolvere le situazioni con spade, lance e giavellotti furono in grado di dare consigli utili.

La strana vicenda che teneva fermo addirittura il Barbarossa in quel luogo, passando di bocca in bocca, venne all’orecchio di una famiglia di pescatori che abitava in una grotta sotto un dirupo a strapiombo sul lago. Il capofamiglia, un uomo abilissimo nel gettare le reti per prendere i pesci, era sposato con una donna di origini finlandesi. Da lei aveva avuto una bambina bellissima dai capelli biondi come l’oro e gli occhi bruni. Gertrude era il suo nome. La bambina quando cantava riusciva ad incantare gli ascoltatori con la sua voce angelica, dai gorgheggi che sembravano eterei.

 Persino gli uccelli stavano ad ascoltarla e il bosco acquistava risonanze più fonde e, allo stesso tempo, più limpide quando la sua voce si spandeva nell’aria tersa. Quando cantava intorno a lei calava un profondo silenzio, ma non era un silenzio angosciante come quello che avvolgeva il castello. Si trattava di un silenzio carico di limpidezza e di gioia creaturale.

Infatti, i fiori iniziavano a sbocciare, gli alberi avviavano l’apertura delle gemme, gli animali fraternizzavano ed ascoltavano rapiti. Era proprio un silenzio di luce.

Ad un generale del seguito di Federico Barbarossa, che si era imbattuto per caso in quella fanciulla mentre cantava, venne l’idea di portarla all’accampamento. Anche l’imperatore rimase affascinato dal suo canto melodioso. Ad un altro generale del seguito venne l’idea di farla avvicinare al castello per vedere l’esito dell’incontro tra quella sua voce soave che rapiva in senso creaturale e quella musica suadente che attraeva verso il castello per trasformare le creature in statue di gesso. Voleva constatare tra il silenzio luminoso che procurava l’una rispetto al silenzio angosciante che scaturiva dall’altra, quale dei due avrebbe prevalso.

Ebbene, quando il canto di Gertrude e la musica propinata dalla strega si incontrarono lungo le onde sonore propagate dall’aria si vide una sorta di rapidissimo scintillio tra terra e cielo che via via si propagò verso il castello. Era come se la musica si ritraesse nella dolcezza dell’urto con il canto carezzevole della fanciulla fino a scomparire.

Nello stesso tempo accadde qualcosa di prodigioso: in cielo comparve uno stormo di rondini che recavano nel becco una piccola rosa. Ed ecco che, giunte sopra il castello, ciascuna rondine, dopo una piccola virata, vi lasciava cadere la propria rosa. Lo spettacolo era davvero strabiliante. Centinaia e centinaia di rose sembravano galleggiare nell’aria volteggiando al canto di Gertrude, mentre tutt’intorno si spandeva un profumo soave da mille e una notte. Le mura del castello ne furono sommerse perché al primo stormo di rondini ne sopraggiunsero numerosi altri. Subito dopo il ponte levatoio si abbassò mentre dalle statue di gesso riprendevano vita coloro che vi erano stati immobilizzati. Tutti si diressero all’entrata del castello mentre la strega non sapeva più da che parte scappare.  Ma venne subito presa e gettata in fondo al pozzo la cui apertura fu immediatamente richiusa con una pesantissima botola. Solo allora comparve, scendendo dalle scale del salone, il principe accompagnato da un piccolo stormo di rondini che gli volteggiavano intorno.

Il canto di Gertrude aveva rotto quel malefico incantesimo che soltanto un cuore innocente di una fanciulla dalla voce soave aveva potuto vincere.

In quello stesso giorno arrivarono dal lago, sospinte da vele d’oro, numerose barche a vela. Erano quelle del padre del principe, sovrano di quelle terre, per investitura dell’imperatore Federico Barbarossa che tornava da un lungo viaggio dalle terre più estreme d’Oriente.

In quel borgo si fece festa per una settimana. Vi partecipò anche l’imperatore con i suoi notabili. L’imperatore Federico Barbarossa avrebbe voluto che Gertrude lo seguisse, ma il cuore della fanciulla apparteneva al principe che aveva salvato dal sortilegio e che si era subito invaghito di lei.

Del resto   il principe Giovanni, dopo aver vissuto per anni nel limbo di quel maleficio, era tornato a nuova vita. Dopo quella disavventura era in grado di assaporare ogni felicità grande e piccola con occhi diversi e sapeva ormai di dover stare attento alle trappole che preparano i malvagi. In quel castello sul lago, il principe Giovanni e Gertrude vissero lunghi anni felici ed ebbero numerosi figli e figlie che allietarono i loro giorni.

Piantarono alberi e alberi in modo che il canto di Gertrude percorresse di ramo in ramo tutta la regione accompagnando i voli degli uccelli dai mille colori.

Ancor oggi vicino a quel castello, se si tende l’orecchio mentre volano le farfalle, si può udire quel canto meraviglioso che, di sera, sembra innalzato verso il cielo da stormi di lucciole festose.”             

La leggenda di Tempusfugit – epilogo

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Vanni Camurri

Proseguono le avventure di Gualtiero, valoroso cavaliere che ha combattuto nelle crociate; ecco l’epilogo della Leggenda di Tempusfugit, la fiaba che si è aggiudicata la terza posizione per la  categoria Autori, al nostro bel Concorso  Un Paese da Fiaba organizzato dal Comune di Padenghe sul Garda, con la Biblioteca Comunale e la collaborazione di Fiabe in Costruzione.

Ancora complimenti al suo autore Vanni Camurri

La leggenda di Tempusfugit

“Gualtiero tornò lentamente sulle rive del lago meditando sulle parole dell’herbaria: se non aveva voluto dire di più non poteva darle torto: era una donna sola ed indifesa, senza protezione contro un’eventuale vendetta della dama di Glorenza, in ogni caso era sulla pista giusta, ne avrebbe parlato con Neri di Manerba e decise di pendere la strada del ritorno. Sostò alla fonte presso cui aveva incontrato il pellegrino, si dissetò e quando rialzò il capo rivide il sant’uomo.

«Dio ti salvi guerriero della croce».  Lo salutò questi.

«Chi siete, di grazia, messere?».

«Un messaggero… per aiutarti a terminare l’impresa cui sei chiamato».

Il pellegrino si tolse il mantello da crociato restituendolo a Gualtiero: «prendilo, ti servirà a vincere il gelo che ti attende; ora torna alla tua dimora, cerca l’olivo piantato da Santo Francesco e cogline il frutto, cerca la radice di mandragora, uniscili e fanne un unguento, poi recati dove sai e quando Dama Samblana di Glorenza si rivelerà, offriglielo; all’ultimo dovrai unire un ingrediente segreto e, se sarai coraggioso, libererai questa regione dalla malvagità di quell’anima perduta. Non parlarne con alcuno, resta celato e fai quanto ho detto».

«E quale sarebbe l’ultimo ingrediente?».

Gualtiero non ebbe tempo di terminare la domanda che il pellegrino era scomparso. Ancora una volta avrebbe dovuto affidarsi al proprio intuito e alla sua buona stella.

Fece comunque secondo le parole del sant’uomo.

Tornò alla sua dimora e nei giorni successivi si recò sull’isola del Benaco presso un piccolo eremo abitato dai seguaci del santo d’Ascesi che gli indicarono un vecchio Olivo. Ne colse i frutti e quindi si mise alla ricerca della radice di mandragora. Prese con sé un cane nero, indispensabile per raccoglierne la radice, così simile al corpo umano.

Cercò nei campi incolti, aridi e lungo le siepi, ben attento a non confondersi con la borraggine. Finalmente scovò la pianta dalle foglie oblunghe e rugose, dai fiori violacei e con piccole bacche color della zucca. La legò alla base col guinzaglio del cane, lasciandolo poi libero di correre. Secondo i libri degli antichi la radice, venendo alla luce, avrebbe emesso un doloroso lamento che avrebbe ucciso la creatura che l’aveva portata allo scoperto. Fortunatamente non avvenne nulla del genere: il cane scorrazzò felice per il campo e alla fine tornò da lui per ricevere la sua razione di carezze; Gualtiero giudicò quell’avvenimento beneaugurante.

Recuperò la radice, la ripose nella sacca che portava alla cintola e tornò sui suoi passi per riconsegnare prima di tutto il simpatico cane al pastore che glielo aveva affidato; l’animale era stato un ottimo compagno e gli sarebbe piaciuto averlo sempre con sé.

In seguito seccò la radice, spremette i frutti dell’olivo benedetto e lavorando con pazienza al mortaio preparò l’unguento, sempre pensando a come avrebbe potuto inserire, all’ultimo, un ingrediente sconosciuto. Ora non restava che attendere il giorno propizio.

Il bel tempo sembrava non finire mai ed ebbe modo di salire all’abatiola di Maguzzano dove si affidò alle preghiere dei santi frati benedettini, si confessò e volle trascorrere una veglia d’armi, come quando era stato investito cavaliere ed era partito per la Terrasanta.

 E venne il giorno del sole pidocchioso e del vento assassino: nubi alte e sottili avevano preso possesso del cielo offuscando il sole, rendendo il suo splendore evanescente e lattiginoso. Un vento freddo da nord spazzava pianura e colline, piegando siepi e cime degli alberi; anche il lago sembrava soffrire quel clima: le sue acque avevano assunto il colore della giada e dell’olivo, appena increspate da onde piccole e nervose.

Gualtiero annusò l’aria del mattino e decise che il momento della verità era giunto. Indossò il mantello, cinse la spada, montò a cavallo, mormorò una preghiera sotto la barba e diede di sprone. Legata alla cintura aveva la preziosa ampolla con l’unguento che aveva preparato. Lasciò andare il cavallo, ma lo sentiva nervoso e si limitò a condurlo con leggeri tocchi delle ginocchia per rassicurarlo. Giunse infine alla collina di Montdragon, salì l’erta arida e sassosa, spazzata da un vento gelido e impetuoso; giunto sul crinale fermò il cavallo e scese: oltre si scorgeva l’imboccatura della valle delle streghe, oscura e desolata; il luogo stesso in cui era giunto era inospitale e senza alcun segno di vita.

Il vento aumentò d’intensità raggelando terra ed aria. Gualtiero si guardò attorno e l’unica cosa con un’apparenza di vita erano le froge del suo cavallo i cui sbuffi subito si condensavano in nuvolette di vapore, poi, all’improvviso, comparve un gatto completamente nero, solo la testa era bianca: una livrea inquietante che non aveva mai visto. Il gatto lo fissò per un lungo momento poi, come era comparso, svanì. L’atmosfera era come sospesa e Gualtiero intuì che l’incontro con la dama di Glorenza era prossimo.

Cadde qualche fiocco di neve, volteggiando rapido nel vento rabbioso. Si guardò nuovamente attorno, inquieto, finché, come fossero spuntate dal nulla, vide dinnanzi a sé due graziose bambine; vestivano tunichette azzurrognole e cangianti come i nevai d’alta quota, capelli biondi sottili come paglia, occhi azzurri, acquosi, quasi bianchi; gli parve che non lo vedessero, quasi fossero cieche o assorte in una visione evanescente.

«Cosa cerchi cavaliere?». Gualtiero sussultò: non solo le piccole erano identiche, certamente gemelle, ma parlavano all’unisono suscitando echi misteriosi che il vento disperdeva.

«Chi siete?». Domandò a sua volta Gualtiero, vacillando come se l’atmosfera in cui si trovava gli suggesse l’energia vitale. Sempre all’unisono le bambine risposero e le loro parole, portate dal vento parvero replicarsi mille volte, giungendo a Gualtiero da ogni dove.

«Siamo le Eguales, ancelle di Samblana; cosa cerchi cavaliere?».

«Parlare con la vostra signora».

«Non importa quel che tu vuoi, solo quello che la nostra signora vuole è importante».

La nevicata era aumentata d’intensità e i fiocchi turbinavano riducendo la visibilità; le bambine erano immobili, silenziose, irreali; il gelo aumentò all’infinito e i fiocchi, mulinando vorticosamente, formarono una figura umana. E Samblana apparve.

Sul viso, seducente, spiccavano gli occhi, freddi eppur dal lume intenso e la bocca, d’uno scarlatto affascinante e al contempo tempo sgradevole.

«Cosa ti porta qui, cavaliere?».Quelle parole colpirono Gualtiero come se fosse stato trafitto da candelotti di ghiaccio, ma pure la risposta gli fluì dalle labbra come suggerita da un sapere lontano.

«Venire a patti con te, sai chi sono?».

«Colui che ha ucciso il drago che avevo evocato per punire questa gente malvagia; cosa ti fa pensare che ora non ucciderò te allo stesso modo?».

Gualtiero rise sonoramente, pur se tremava di paura e per il gelo: «Se era in tuo potere lo avresti già fatto: tu mi temi come io temo te».

«Ti posso spezzare con un sol gesto, nessuno ostacolerà la mia vendetta su Neri di Manerba perché nessuno come lui mi ha offesa: rapirò sua figlia Samiel e le Eguales diverranno tre, sorelle in un destino peggiore della morte, vita non vita, senza gioia e il fremito di un’emozione, di un affetto». Gualtiero sussultò di sdegno, eppure un piano affiorò nella sua mente:

«quel che farai con Neri non mi importa, voglio proporre una tregua, un patto tra me e te, per questo ti ho portato un dono», e così dicendo mostrò la preziosa ampolla.

«Vuoi comprarmi?», commentò sarcastica Samblana ridendo sinistramente, e riprese: «E cosa avresti di tanto raro e inestimabile? Nulla mi serve: col mio potere posso dominare tempo e materia».

«È il più prezioso dei miei unguenti; non v’è regina o principessa che pagherebbe qualsiasi cifra o concederebbe qualunque privilegio pur di accaparrarselo».

Maga o no Samblana era pur sempre una donna e parve lusingata: «stendi tu l’unguento sul mio volto, se aggiungerà qualcosa alla mia bellezza parleremo della tua proposta». Si trattava di una richiesta inusuale e bizzarra che celava certamente un inganno, ma ormai Gualtiero non poteva tirarsi indietro… e non sapeva ancora quale altro componente doveva aggiungere all’unguento di mandragora: era sconfitto su tutta la linea! Ugualmente si avvicinò alla maga. Alle sue spalle le Eguales parlarono:

«attento cavaliere, se hai parlato mentendo, toccando la signora morrai all’istante».

Come folgorato Gualtiero comprese qual era l’ingrediente mancante: mettere in gioco la sua vita per portare pace alle genti del lago ed evitare a Samiel un futuro sventurato.

Sorrise: non aveva esitato partendo per la Terrasanta, perché avrebbe dovuto farlo ora?

Con coraggio si tolse i guanti, emulsionò sulle mani l’unguento, si avvicino a Samblana tracciandole con decisione un segno di croce sulla fronte. Incredula la maga si rese conto in un solo istante, breve ed eterno, di aver perso ogni potere: la sua figura si sfaldò in fiocchi di neve che il vento disperse mentre le labbra scarlatte si spalancarono in un grido silenzioso.

Lentamente la tempesta di neve si placò, il vento cessò ed un cielo lattiginoso lasciò intravvedere il riflesso del sole. Con la coda dell’occhio Gualtiero scorse un movimento furtivo: era il gatto nero con la testa bianca che fuggiva verso la valle delle streghe come fosse inseguito da una muta di mastini. Sul colle erano rimasti solo lui, il suo destriero e le due bambine, spaesate, sconcertate, quasi si destassero da un lungo sonno.

«Chi siete cavaliere?» chiese una delle due, abbracciando la compagna in segno di protezione. «E voi chi siete?» chiese di rimando Gualtiero.

«Non lo sappiamo cavaliere, non ci abbandonate: da sole moriremmo!». Le fece salire sul cavallo e tenendolo per le briglie s’incamminò sulla via del ritorno.

«Non temete damigelle, vi condurrò a casa». All’inizio dell’impresa Neri di Manerba gli aveva promesso di esaudire ogni sua richiesta: gli avrebbe domandato di prendersi cura delle bambine al pari di figlie.

«Non conosco il vostro nome», disse rivolto alle fanciulle.

«Neppure noi lo sappiamo, cavaliere».

«Allora il tuo nome sarà Francesca e tua sorella…».

Mandragola non gli parve un nome adatto ad una bambina e scelse qualcosa di più grazioso: «E tua sorella si chiamerà Chiara». 

Sorrise, era una buona soluzione: le due piccole avevano bisogno di una famiglia per crescere bene e Samiel… di due sorelle. Era felice di essere vivo e di aver compiuto un’impresa valorosa, forse più che in Terrasanta. Era felice di tornare alla vita di tutti i giorni, al suo lavoro, alla sua casa; tutto sarebbe tornato come prima, o forse no, ma di certo avrebbe avuto un cane a fargli compagnia.”

                                             Fine