Jim e la Cerva del lago

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Marta Perciaccante

Sabato 27 Maggio ha avuto luogo il  Pomeriggio da fiaba – è stata davvero una giornata speciale –  che ha premiato i vincitori del Concorso “Un paese da Fiaba” promosso dal Comune di Padenghe sul Garda, e dalla sua Biblioteca Comunale in collaborazione con Fiabe in costruzione.

Come promesso ecco la prima fiaba vincitrice, per la categoria ragazzi:  Jim e la Cerva del Lago:  una fiaba che si rifà ai simboli delle fiabe classiche e attraverso lo specchio magico invita a a guardare la propria anima riflessa.

Complimenti alla sua brava e giovanissima  autrice, Valentina Tonin, e complimenti a Marta Perciaccanti –  anche lei giovanissima e brava illustratrice che ha disegnato la copertina la copertina del libro.

Buona lettura!

Jim e la cerva del Lago

C’era una volta, in un villaggio lontano, un ragazzino di nome Jim che viveva per le strade del paese poiché non aveva né genitori né amici. Tutti lo ritenevano un ladro e per questo lo evitavano. Pensavano, infatti, che nel suo cuore non ci fosse altro che malvagità. Jim incuteva timore a coloro che lo vedevano a causa degli occhi neri come il carbone e i vestiti sporchi. Questo aveva reso il ragazzino sempre più triste, tanto che non sorrideva mai. La sera, quando gli abitanti del villaggio dormivano, Jim correva verso il bosco e si rifugiava tra le piante e i cespugli in fiore. Solo allora Jim era felice, poiché gli piaceva ascoltare il suono lontano degli animali notturni e osservare le stelle dalla cima di un albero. Tutti quei suoni e le piante illuminate dalla luce argentea della luna rendevano il bosco un luogo magico.

Una notte, Jim stava per addormentarsi tra i rami di un albero quando, dall’alto di quella cima, scorse qualcosa che brillava sotto la luce delle stelle e decise di andare a vedere cosa fosse. Iniziò a camminare in direzione del lume finché non crollò a terra, troppo stanco per continuare il viaggio. Si svegliò alle prime luci dell’alba e, con sua grande sorpresa, la prima cosa che vide fu un immenso lago dalla superficie cristallina che rifletteva i raggi rossi del sole del primo mattino. Sulla riva, dei salici piegavano i loro rami nell’acqua, mentre alcuni pesci argentati balzavano allegri schizzando minuscole gocce. La vista di quel lago era tanto incantevole che Jim decise immediatamente di tuffarcisi dentro. L’acqua era fresca e il ragazzo vi s’immerse completamente nuotando sempre più verso il fondo.

Fu allora che Jim vide, nelle profondità del lago, un immenso castello d’argento, coi tetti coperti di alghe e le finestre di vetro sbarrate. Il gigantesco portone, però, era aperto è il ragazzo, vinto dalla curiosità, entrò. Appena varcò la soglia, Jim venne risucchiato all’interno di un gigantesco salone, dove atterrò sul pavimento freddo. Dentro il castello si poteva respirare normalmente: infatti, quando il giovane si girò, vide che il tutta l’acqua rimaneva fuori dal portone come trattenuta da una barriera invisibile.

La curiosità di Jim vinse la sua paura e il giovane passò oltre le altissime colonne della sala. Tutto era splendido, dal soffitto con i suoi lampadari fino al pavimento, e ogni cosa era interamente in argento puro. Nonostante ciò, il castello era vuoto e sembrava disabitato. Ad un tratto, Jim sentì un rumore dietro a una porta e con coraggio l’aprì lentamente. Davanti a lui c’era una distesa di monete d’oro e gioielli da fare invidia ad un re, insieme a mobili decorati e cristalli preziosi. Jim pensò che avrebbe potuto tornare al villaggio da ricco signore, ma non poté avvicinarsi al tesoro poiché, dietro ad una montagna di rubini, un orribile gigante stava contando le gemme che teneva strette con avidità nel suo pugno. La sua voce profonda rimbombava sulle pareti del castello e faceva tremare le monete. Tuttavia, Jim si avvicinò a un cristallo grande come la sua mano, pensando che quell’unica gemma avrebbe potuto fargli dimenticare la povertà, ma pagò caro il suo desiderio. Il gigante, infatti, aveva un udito e un olfatto finissimi e avvertì la presenza dell’intruso. A quel punto lanciò un grido terribile che fece cadere a terra Jim per lo spavento ma, subito dopo, il giovane iniziò a correre più veloce che poteva verso l’uscita del castello, mentre sentiva i passi del mostro sempre più vicini. Appena raggiunse il portone chiuse gli occhi e si tuffò nuovamente tra le acque, superando la barriera magica. Allora il gigante si tramutò in un enorme serpente marino e continuò a inseguire Jim. Stava per raggiungerlo quando una luce abbagliante illuminò l’acqua e accecò il serpente che, spaventato, tornò nel castello.

Il ragazzo riuscì quindi ad arrivare sulla riva e schizzò terrorizzato fuori dal lago sdraiandosi sull’erba umida. Appena si riprese, notò che accanto a lui c’era una splendida cerva dagli occhi blu, che raspava il terreno con gli zoccoli, come se fosse arrabbiata, e teneva il muso in direzione del lago. Al collo dell’animale vi era un piccolo specchio con una cornice di legno, appeso con un filo dorato. Improvvisamente la voce gentile di una giovane donna risuonò nella mente di Jim: “Io sono la regina del lago.”

Il ragazzo non si spaventò poiché quella voce aveva un suono molto rassicurante e lasciò che la cerva si avvicinasse a lui. “Molto tempo fa – iniziò lei a raccontare – vivevo felice nel castello e il mio regno prosperava. Tutto era meraviglioso finché non arrivò il gigante, che pretese il mio trono e ordinò agli abitanti di rinchiudermi per sempre nella prigione del reame. I miei sudditi ed io, però, ci rifiutammo e allora il mostro, furioso, scagliò un incantesimo che trasformò il regno in un gigantesco lago e tutta la gente si tramutò in pesci di varie specie, costretti a vivere solo all’interno di quelle acque. Il mio castello affondò e il gigante, vittorioso, decise di tenere per sé il tesoro del regno. Fu allora che mi trasformò in cerva e fui costretta a fuggire, ma prima di scappare presi di nascosto questo specchio. Da quel giorno cerco qualcuno che possa salvarci e finalmente sei arrivato tu.”

Jim rimase allibito e perplesso, lui non era un eroe e aveva sempre vissuto per la strada, come poteva da solo salvare un intero regno?

La giovane regina percepì la sua preoccupazione e chiese al ragazzo di guardare la propria immagine nello specchio. Jim fece come gli era stato chiesto e per un attimo contemplò il suo sguardo scuro riflesso, ma subito dopo una luce abbagliante, come quella che aveva spaventato il gigante, si diffuse nel bosco. La voce soave tornò a parlare nella sua mente: “Questo specchio riflette l’anima di coloro che lo guardano e vede nel cuore di ognuno di loro. Mentre fuggivi dal serpente ho fatto in modo che lo specchio riflettesse la tua immagine quando eri ancora immerso nell’acqua. La tua anima è talmente valorosa che irradia luce pura. Io non posso toccare quest’acqua a causa dell’incantesimo del gigante, ma tu puoi sconfiggerlo. Torna in quel castello insieme a questo specchio magico e salvaci tutti!”

Detto questo la cerva lasciò scivolare l’oggetto nelle mani di Jim che, inizialmente timoroso, adesso aveva ritrovato il coraggio. Finalmente qualcuno credeva in lui! Accarezzò la cerva e, con lo specchio stretto al cuore, si tuffò nel lago.

Il castello era silenzioso come la prima volta che vi era entrato, ma stavolta sapeva dove doveva andare. Jim si diresse verso la stanza del tesoro, aprendo con cautela la porta e nascondendosi velocemente dietro a un mucchio di gioielli. Vide il gigante che dormiva sdraiato in cima a quelle ricchezze, russando sonoramente. Il giovane si accorse di una spada dall’elsa dorata che giaceva in mezzo agli smeraldi e l’afferrò. Il rumore delle pietre che rotolavano sul pavimento d’argento, però, risvegliò il gigante che non appena vide Jim si lanciò verso di lui. Il ragazzo cercò di nascondersi ma il peso della lama gli impediva di muoversi velocemente e ben presto si ritrovò di fronte al mostro. L’enorme mano del gigante calò su Jim, che cercò inutilmente di difendersi con la spada. Il mostro prese l’arma con le dita e la scagliò lontano, poi rivolse al ragazzo uno sguardo gelido e cercò di afferrarlo. Jim allora, col cuore che batteva come impazzito, si arrampicò su una montagna di monete e non appena fu faccia a faccia col gigante fece in modo che il mostro vedesse il proprio riflesso nello specchio. Nell’istante in cui questo vide la propria immagine si tramutò in una statua di pietra, proprio come il suo cuore. Il pavimento sotto ai piedi di Jim iniziò a tremare e il castello cominciò a salire lentamente verso la superficie del lago. Quando Jim uscì dal portone, l’acqua si era trasformata in una radura immensa e tutt’intorno c’era gente che si abbracciava tra lacrime di gioia. Il castello era circondato dai salici e il sole illuminava la distesa d’erba interrotta soltanto da un piccolo fiume.

Il popolo acclamò Jim come un eroe e il ragazzo scese le scale che ora separavano il portone dalla terra. In fondo alla gradinata lo attendeva una splendida giovane dai capelli dorati e dagli inconfondibili occhi blu, vestita di un abito argenteo. Quando la raggiunse, Jim le consegnò il piccolo specchio incantato ricevendo in compenso un caloroso abbraccio.

Dopo alcuni anni la regina e Jim si sposarono e governarono saggiamente il loro regno difendendolo dai malvagi. Da allora vissero tutti felici e contenti.

 

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La leggenda di Tempusfugit – 1° parte

tempusfugit foto

Vanni Camurri

Continua il nostro viaggio nelle bellissime fiabe che ci  raccontano, fra magia e incanto, la storia di un paese, del suo castello e del suo bellissimo lago.

Vi abbiamo già detto che  il  Concorso Un paese da Fiaba organizzato dal Comune di Padenghe sul Garda, con la Biblioteca Comunale e la collaborazione di Fiabe in Costruzione ci ha regalato molte soddisfazioni, tanta partecipazione e un sacco di fiabe.

Oggi vi presentiamo la fiaba terza classificata per la categoria Autori e il suo bravo autore VANNI CAMURRI, a cui facciamo i nostri complimenti,  che si è definito ” un nonno” con la passione per la storia, e per le  storie da scrivere e raccontare,  e proprio una bella storia  ci racconta il sig. Vanni, una leggenda  ambientata sulle sponde del nostro bel lago.

Fatevi trascinare dalla magia  del racconto e  dal suo mistero… potrete incontrare un vecchio pellegrino,  una saggia herbaria; o un terribile drago a tre teste…

Ecco a voi:

La leggenda di  Tempusfugit

Accadde un tempo lontano: feroce qual Leviatiano apparve sulle rive del lago

 Tempusfugit il drago.

Gualtiero era tornato dalla crociata. Si era fermato sulle sponde del lago prendendo possesso di un terreno sulle colline, disdegnato persino dalle capre; vi aveva lavorato tutta l’estate, ma prima che il vento del nord sollevasse alte onde con le sue gelide dita, aveva sistemato una casupola di sasso, scavato una cisterna e piantato rose ed erbe medicamentose portate dall’oriente. Ne ricavava unguenti, cataplasmi, decotti e tisane che ben presto lo avevano reso noto e benvoluto in tutta la regione.

La croce rossa sul mantello che indossava era un lasciapassare che apriva molte porte e anche a castello era ben accolto, particolarmente dalle dame di corte cui non faceva mancare un prezioso unguento a base di rosa damascena dai poteri quasi miracolosi che rendeva la pelle luminosa e profumata.

Quel territorio viveva uno dei rari momenti di pace e Gualtiero lentamente aveva dimenticato di aver respirato la polvere dei campi di battaglia, udito il clangore delle armi, i gemiti dei feriti, lo scempio della morte.

Con un lavoro instancabile aveva scavato canaletti di irrigazione e costruito due essiccatoi a seconda che le sue erbe abbisognassero del calore del sole o del chiarore della luna. Non parlava mai dei giorni trascorsi in Terrasanta, neppure quando i bambini gli chiedevano di raccontare le fiabe d’Oriente e a chi, cercando di fargli aprire bocca, lo stuzzicava: «come mai non sei tornato ricco dalla Crociata?».

Rispondeva pacatamente: «la ricchezza non è cose da possedere, ma bastare a sé stessi», e senza aggiungere altro se ne andava.

Una sera ricevette la visita del valletto della Signora di Padingula che lo invitava a recarsi senza indugio a castello. “Madonna Gemma avrà finito l’unguento di rosa…” Pensò, ma il valletto aveva portato un palafreno anche per lui, fatto inusuale che lo mise in allarme, ma poi il piacere, dopo tanto tempo, di montare una magnifica cavalcatura scacciò la preoccupazione. Fu introdotto nelle sale della Signora dove vide che ad attenderlo c’era anche Neri di Manerba, il castellano.

Immediatamente mise il ginocchio a terra in segno di rispetto, ma questi gli si avvicinò con premura: «rialzati Gualtiero: l’ora è grave e di fronte al pericolo l’uomo è quello che vale e non il titolo che porta».

Il castellano era un uomo nel pieno vigore degli anni, dai tratti virili e proporzionati; una corta barba incorniciava un volto gentile in cui gli occhi, mobili e profondi rivelavano la nobiltà d’animo. Colpito dall’inusuale familiarità di quelle parole Gualtiero fiutò guai in arrivo e domandò: «che accade mio signore?».

«Notizie di sciagura: nei pressi della città del Sonno si è stabilito un drago dal potere tenebroso che terrorizza la popolazione: così paura e povertà dilagano in quella terra, non nascono bambini, nessuno cura le proprie occupazioni e la regione è percorsa da torme di sbandati che hanno l’unico scopo di uccidere e distruggere».

«Quella povera gente», intervenne angosciata la Signora «è convinta che il drago sarà placato offrendogli la vita della nostra bambina, Samiel».

«Ha solo sei anni…», mormorò Gualtiero inorridito, cogliendo nello sguardo della castellana una nota di sconforto e fatalismo che lo portò a replicare: «col male non si scende a patti, ma si combatte senza sacrificare i propri figli!».

Sul viso della nobile signora sbocciò un mesto sorriso; la sua figura minuta parve insignificante nella vastità della sala, attanagliata com’era dall’impossibilità di intravvedere una soluzione. Cautamente Gualtiero domandò: «non mancheranno valorosi cavalieri che vorranno affrontare il drago».

«È questo il punto», replicò il castellano, «occorre un valoroso, dal cuore intrepido e con esperienza di guerra; i nostri campioni sono irruenti, ma cresciuti in tempo di pace e al massimo hanno esperienza di tornei…».

«Accettate voi questo compito!». Intervenne anelante la Signora, «temiamo per il nostro popolo, e per la piccola Samiel!». Gualtiero ne incrociò lo sguardo e nei suoi occhi vide la bambina, le sue trecce bionde, il collo esile, lo sguardo innocente.

«Partirò domani», dichiarò Gualtiero con semplicità. «Avrete la nostra riconoscenza e tutto ciò che chiederete sarà vostro!». Dichiarò sollevato il re. «Ne riparleremo se e quando tornerò», replicò Gualtiero increspando appena le labbra in una specie di sorriso e riprese: «sapete se il drago ha un nome?».

«Sì», rispose Neri abbassando la voce. «È conosciuto come Tempusfugit e possiede tre teste: una d’elettro che penetra il futuro, una d’ambra che conosce i segreti del passato ed una di ghiaccio con cui domina il presente».

Nella notte Gualtiero affilò la propria spada e lucidò l’armatura; la sfida che lo attendeva era al limite del possibile e la preoccupazione gli circolava nelle vene assieme all’adrenalina: essere coraggiosi non significava non sentire la paura, ma dominarla; essere più forte di lei perché dove non c’è timore neppure c’è coraggio; aveva convissuto con quello stato d’animo ogni notte prima della battaglia e non ci si era mai abituato, forse per questo era ancora vivo: il valore è figlio della prudenza, non della temerarietà e la paura dominata insegnava appunto la prudenza.

Infine indossò il mantello con cui era entrato nel Santo Sepolcro; sellò il cavallo e si diresse verso la città del Sonno: ormai la sua vita era in gioco. 

Lungo il cammino si fermò ad una fonte dove incontrò un vecchio pellegrino dalla pelle bruciata dal sole. Si scrutarono a lungo in silenzio. Infine il vecchio commentò: «un crociato qui?». Gualtiero non rispose: il mantello con la croce rossa testimoniava per lui; si dissetò e rispose: «questo mantello mi ha accompagnato nel Santo Sepolcro e porta su di sé la polvere di quel luogo». 

Un lampo di speranza brillò nello sguardo del pellegrino: «se me lo darai avrò finito il mio camminare; ormai non mi rimane molto tempo e potrò morire nella pace del Signore». Quelle parole colpirono Gualtiero che pensò: “forse domani il mantello non mi servirà più…” se lo tolse scambiandolo con quello di ruvido sacco del pellegrino, poi riprese il cammino.

Fatti pochi passi il vecchio lo chiamò: «cavaliere! Avvicinati al drago quando le campane suoneranno il vespro: due teste dormiranno, sull’unica che veglia getta il mio mantello». Pronunciate quelle parole scomparve. Sbalordito Gualtiero diede di sprone al cavallo.

 Giunto alla tana del drago si avvicinò con cautela confondendosi tra le rocce: l’antro era un luogo terribile e vi regnava l’alito della morte. Attese immobile, silenzioso e al rintocco del vespro si avvicinò: un fragore infernale gli fece dubitare delle parole del pellegrino; ugualmente brandì la spada ed entrò.

L’aspetto del mostro era orrendo, eppure Gualtiero sorrise: due teste dormivano davvero, russando in modo disumano. Senza esitare gettò il mantello del pellegrino sulla testa di ghiaccio per poi avventarsi come una furia su quella d’elettro che con un unico fendente passò dal sonno alla morte.

Come una belva ferita la testa del passato si destò con un ululato infernale. La vista dell’accaduto aumentò il suo furore e azzannò il mantello scagliandolo lontano. Gualtiero s’avvide che la testa di ghiaccio si era sciolta, pure con la sola testa rimasta il drago era temibile e non trovò di meglio che battere in ritirata.

Trovò rifugio dietro ad una grande roccia pensando a come poter chiudere il conto con l’orribile bestia: a tal proposito, purtroppo, il pellegrino non aveva detto nulla.

Intanto il drago, rabbioso, era uscito dall’antro. Gualtiero l’udì avvicinarsi con passi che scuotevano il terreno, mentre la sua mente lavorava freneticamente: “è un animale magico e non si può sconfiggere con la sola spada; ho vinto il futuro con l’audacia, il presente con la Carità, ma il passato non può essere combattuto, ma solo purificato…” così dicendo toccò il sacchetto di cuoio che portava al collo. Vi custodiva un pugno di terra raccolta sul Golgota. Un lampo di conoscenza gli attraversò la mente e seppe cosa fare.

Uscì dal nascondiglio: il drago inalberò la testa come un gigantesco serpe e si preparò ad attaccare scrutandolo malignamente con l’unico occhio di cui era fornito. Gualtiero con un gesto fluido, quasi un passo di danza, gettò la terra del Golgota nell’occhio del drago e roteò la spada. Accecata la bestia ululò furente scoprendo il collo che la spada di Gualtiero recise d’un sol colpo staccando di netto la testa d’ambra.

 Sulla riva del lago un fuoco illuminò la notte e il drago fu arso su una grande pira. Vi furono festeggiamenti, danze, giochi e vino a fiumi. Gualtiero si sottrasse a quell’euforia, l’impresa era solo all’inizio: il drago non era giunto sulle rive del lago per caso, ma era l’espressione di un volere maligno che aveva preso di mira quel luogo e le fertili terre che lo contornavano per una ragione che gli sfuggiva.

Scartò l’idea di tornare a castello e ripensò all’incontro col pellegrino e comprese che era solo una pedina di una battaglia che si combatteva in sfere ben più eccelse e in ogni caso chi aveva creato il drago non gli avrebbe permesso di andarsene semplicemente, ma avrebbe scatenato la sua vendetta ed egli non poteva che esserne il primo bersaglio.

Era indispensabile scoprire quale segreto e quale scopo si celava dietro la comparsa del drago: doveva arrivare fino in fondo e danzare fino all’ultimo passo.

Il luogo stesso della manifestazione era evidentemente percorso da energie potenti: si narrava di un intero villaggio scomparso nel giro di una notte, ma per un drago occorreva l’opera di una volontà maligna e forte, conoscenze magiche oscure che forzatamente dovevano aver lasciato qualche traccia.

Gli era stato riferito che in quella zona operava una herbaria, una donna delle erbe, conoscitrice di un sapere antico, capace di guarire con le sole virtù offerte dalla natura. In passato si era ripromesso di farle visita nella speranza di carpirle qualcuno dei suoi saperi, ma ora erano altre le domande che desiderava porle.

 La incontrò il mattino successivo in un prato incolto, china sul terreno che setacciava con sguardo attento. La salutò con deferenza: «Dio ti sia propizio, signora».

«In che posso servirti?», rispose questa senza distogliere lo sguardo dalla sua ricerca, poi, alzato il capo, fu colta da un moto di sorpresa: «il crociato di Padingula qui?! Cosa desideri dalla tua serva?». «Mi chiamo Gualtiero», rispose questi con un sorriso aperto. «Non pensavo che la mia fama fosse giunta alle tue orecchie».

La donna si pulì le mani nel lungo grembiule cinto in vita e rispose con un sorriso che spianò la ragnatela di rughe del volto, vecchio, ma illuminato da iridi di un azzurro incredibile.

Osservò Gualtiero con pacatezza e rispose: «avevo udito meraviglie su di te come herbario, ma da quando hai ucciso il drago il tuo nome e la tua fama corrono da una riva all’altra del lago… anche se da quanto ho udito ti facevo più alto».

Gualtiero sorrise all’arguzia della donna: «ho bisogno di parlare con te».

«Ti ospiterò nella mia umile dimora dove staremo al sicuro».  

Poco dopo Gualtiero entrò in una semplice abitazione, come la sua, ma all’interno era evidente il tocco di una mano femminile che gli intenerì l’animo: quella era una gioia che a lui era negata. «Preparo un infuso di salvia», disse l’herbaria avvicinandosi al focolare: «dona longevità e saggezza; cosa ti porta da me?». «Hai piantato tu stessa la salvia?», chiese Gualtiero.

L’herbaria sorrise sorniona: «sei un uomo prudente: so anch’io che piantare salvia da sé porta sfortuna e quindi l’ho fatto fare da un estraneo».

«Scusami donna, dubitare è una abitudine che non riesco a dominare…». «E forse per questo sei ancora vivo, ma dimmi cosa vuoi sapere».

Gualtiero le narrò dei suoi sospetti sulla comparsa del drago e se sapesse chi aveva potuto evocarlo.

L’herbaria si fece pensierosa: «ho sentito dire che al Doss delle strie appare una dama, preceduta da due ancelle bambine, identiche in tutto e per tutto, che attirano i giovani che si avventurano in quel luogo; una volta condotti al cospetto della dama sono costretti a danzare fino a morirne… effettivamente qualche giovane è scomparso, ma che questa sia la vera ragione non so…».

Gualtiero era perplesso: «storie come queste fioriscono in tutte le regioni e di solito servono a nascondere altri misfatti; io credo che qualcuno voglia colpire i signori di Padingula: perché altrimenti sarebbe circolata la voce che per placare il drago sarebbe stato necessario sacrificare la loro bambina?».

«Sei acuto, guerriero della croce, io stessa mi sono fatta un’altra idea, che ha radici lontane nel tempo». «Ti ascolto, proprio questo desideravo sentire».

L’herbaria versò in due ciotole di legno l’infuso di salvia che addolcì col miele, sedette di fronte a Gualtiero, bevve un sorso e prese a dire:

«molti anni fa si diceva che Neri, l’attuale signore di Padingula, avrebbe dovuto prendere in sposa la figlia di una nobile famiglia di Glorenza, ben conosciuta nelle nostre zone per il commercio del sale; sembrava che il patto fosse concluso, ma poi… Neri preferì prendere in sposa Gemma che portava in dote il feudo e il castello; volarono accuse da entrambe le parti, poi tutto si quietò; girarono voci che la fanciulla di Glorenza non reggesse all’affronto e scomparve, chi dice nascosta nel monastero di Sabiona, chi al seguito di una compagnia di nomadi; sono convinta che gli ultimi avvenimenti abbiamo qui la loro origine».

Benché sospettasse che la donna sapesse molto di più Gualtiero comprese che non avrebbe detto altro, tuttavia azzardò: «e dove potrei incontrare questa misteriosa fanciulla?».

L’herbaria sorrise sorniona e raccogliendo le tazze borbottò: «io farei un giro dalle parti di Montdragon e sceglierei un giorno di sole pidocchioso e vento assassino… ora però debbo mettermi al lavoro, molti corpi sofferenti attendono una mia visita; spero di vederti in un’altra occasione guerriero della croce, avrei molte cose da domandarti», e detto questo prese a ravvivare il fuoco nel camino e lavorare al mortaio.”

 fine prima parte