Gedeone

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Marta Perciaccanti

Ecco la fiaba vincitrice, per la categoria autori – del nostro concorso Paese da fiaba  , una fiaba classica che nel racconto rende magici alcuni borghi tipici del nostro bel lago e che  evidenzia i valori importanti dell’amicizia, della fedeltà e porta un messaggio finale davvero toccante, legato al ricordo delle persone che amiamo.

Complimenti al suo autore Davide Neva che cura una pagina Facebook, intitolata guarda caso al Gigante Gedeone, in cui regala storie;  e ancora complimenti  alla giovane disegnatrice della copertina de libro: Marta Perciaccanti

Buona lettura

Gedeone

Quella mattina, la piccola Clara si era svegliata di buon mattino per accompagnare la mamma in Municipio per rinnovare la carta d’identità prima di andare a scuola.

Pochi giorni e lei, la mamma e il papà sarebbero partiti per le vacanze estive. Avrebbero fatto un viaggio in Inghilterra.

Arrivati al Municipio la mamma fece sedere Clara su una lunga panca in sala d’attesa e andò allo sportello dell’anagrafe. Clara iniziò a giocherellare con i nastrini che legavano le sue lunghe trecce nere poi, stanca di aspettare, scese dalla panca e iniziò a girovagare per i corridoi del Municipio, quando la sua attenzione fu attratta da un vecchio dipinto. Clara lo vide nella penombra di uno stretto corridoio, sembrava sbucare dal nulla e la luce debole ingannava l’occhio facendo sì che il quadro sembrasse fluttuare.

Clara lo guardò con attenzione, rappresentava un Re seduto su di un trono dorato; il suo viso, a differenza di quello della maggior parte dei re, non era austero ma dolce e sorridente. Aveva lo sguardo rivolto verso un enorme guerriero seduto alla sua sinistra. Era talmente più grande del Re e delle altre persone rappresentate nel quadro che non poteva essere altro che un gigante. Anche lo sguardo e il viso di quest’ultimo sembravano dolci e sorridenti. L’armatura che indossava era singolare perché non era corredata da armi, né spade né pugnali. In compenso però il gigante teneva ben saldo nella mano destra un piccolo sacchetto di pelle marrone legato con un nastro dorato. I due si guardavano e i loro sguardi erano complici; sembravano divertiti dal contenuto del sacchetto.

La voce della mamma che la chiamava riportò Clara alla realtà. Quando la mamma la raggiunse notò il quadro che aveva attratto la piccina e presa Clara per mano e raggiunta una panchina all’ombra di un grande ulivo, le raccontò la storia del dipinto.

Narrava la leggenda che un tempo il castello di Padenghe fosse abitato da un Re saggio e amato da tutti i suoi sudditi. Nessuno, dai regni vicini aveva mai pensato di attaccare il regno di Padenghe perché il saggio Re aveva un gigante come consigliere di guerra. Un gigante di nome Gedeone straordinariamente gentile ma altrettanto forte e coraggioso.

Il regno visse lunghi anni felici sino a quando la moglie del Re, la regina Sofia, perse la vita a causa di una rara malattia. 

Re Bruno fu tanto colpito dalla perdita dell’amata moglie che perse ogni interesse. Il regno presto diede i primi segni della cattiva gestione del monarca, il castello stesso in cui viveva venne semi-abbandonato. Il Re non voleva vedere nessuno. Gedeone addolorato per la perdita e incapace di veder andare il regno in rovina decise di partire per un lungo viaggio per recarsi alla corte del Re dei Giganti, per chiedere consiglio. Gedeone si sarebbe assentato per alcuni giorni e si raccomandò che il regno nel frattempo fosse ben amministrato e il Re accudito. Prima di partire il gigante salutò il sovrano suo amico e gli promise che avrebbe trovato una soluzione al suo grande dolore.

Raccolse poi la sua possente balestra, se la mise a spalle, cinse alla vita la temibile ed enorme spada e partì.

Il regno dei Giganti non era distante ma al contempo era irraggiungibile agli umani.  Gedeone salì nella notte su di una barca a vela e fece rotta per la Rocca di Manerba. Una volta giunto alle pendici della grande scogliera raccolse le sue cose e iniziò ad arrampicarsi. Giunto a circa metà della salita il gigante saltò su di una piccola sporgenza dietro la quale si apriva una grotta nascosta alla vista da erbe e radici. Il gigante vi scomparve all’interno e poco dopo vi riemerse con un enorme specchio tutto lavorato. Lo posò con delicatezza su di un piedistallo di roccia e attese che la luna arrivasse al suo apice in cielo. Quando la luce della luna inondò lo specchio un lampo blu si stagliò in cielo sino a raggiungere la cima di Monte Castello sopra il borgo di Tignale e un altro specchio, nascosto tra le rocce, rimandò il raggio alla forra di Tremosine. La roccia su cui venne proiettato il raggio mostrò un passaggio segreto che sarebbe rimasto aperto solo fino all’Alba. I primi raggi del sole lo avrebbero fatto richiudere.

Gedeone si affrettò a ridiscendere la parete rocciosa e fece appena in tempo a raggiungere il varco prima che i raggi del sole lo facessero scomparire. Mentre il gigante attraversava il passaggio sentì un fremito sulle spalle: ricordò improvvisamente dopo tanti anni che un tempo aveva avuto ali possenti e che le aveva perdute per amore; un sorriso malinconico si dipinse sul suo volto osservando le lunghe ciocche di capelli bianchi che una volta erano stati color dei raggi del sole e il suo olfatto fu ingannato dal miraggio del profumo della donna umana che aveva amato. Non era però il momento di abbandonarsi ai ricordi, Gedeone strinse la sua spada ed attraversò il passaggio.

Poco dopo si ritrovò a casa. La terra dei Giganti era un’isola sospesa tra le nubi, sette soli e sette lune si ergevano contemporaneamente in un cielo perennemente terso. Una dolce brezza soffiava da Nord verso Sud trasportando il profumo delle cime innevate, in cielo stormi di grifoni si libravano in danze meravigliose. In quella terra il tempo era senza fine, immobile ed etereo. Per ogni Re della Terra vi era un gigante e quando un Re era in pericolo il gigante suo custode andava in suo aiuto. Nessuno, eccetto Gedeone, però era stato tanto a lungo lontano da casa e infatti il gigante era l’unico che stava invecchiando.

Quando giunse al cospetto del Re dei Giganti fece un inchino e si mise a sedere su di uno scranno accanto a lui. Il Re lo guardò con tenerezza poi disse:

  • Sei invecchiato mio caro fratellino, sei ben più giovane di me ma a guardarti potresti essere nostro padre. È valsa la pena perdere le tue ali e l’immortalità per amare un umano? –

Gedeone si avvicinò al fratello, strinse le sue mani e guardandolo negli occhi fece cenno di sì.

  • Caro fratello, – disse – non ho mai rimpianto ciò che ho perso per l’amore che ho ricevuto, ma oggi non sono qua per parlare d’amore. Sono altri i sentimenti che mi hanno spinto a tornare per chiedere il tuo aiuto. La fedeltà e l’amicizia che mi legano a Re Bruno mi hanno imposto di chiederti aiuto. Re Bruno ha perso sua moglie è con essa il desiderio di vivere e regnare. Puoi aiutarmi a riempire nuovamente di gioia il cuore del mio Re? –

Il Re dei Giganti, suo fratello, lo ascoltò attentamente e poi disse:

  • Sai bene fratello mio che posso aiutarti ma questo vorrà dire per te nuove rinunce. Non possiamo derogare alle regole dei Giganti. Se un Re umano viene aiutato il gigante suo custode deve portare il fardello della contropartita. –
  • Ne sono consapevole – disse Gedeone chinando il capo.
  • Dunque – disse il Re – che sia come chiedi. Domani avrai la soluzione che cerchi ma per ora siediti alla mia tavola, troppi anni ci hanno tenuti distanti e abbiamo molto da raccontarci. –

I due fratelli trascorsero lunghe piacevoli ore insieme poi andarono a coricarsi. Il giorno seguente Gedeone venne convocato nella sala del trono.

  • Fratello mio – disse il Re – ecco ciò che ti ho promesso – e porse al gigante un piccolo sacchetto di cuoio con un laccio dorato – portalo a Re Bruno con questa lettera, lui capirà ma tu ora devi spogliarti delle tue armi, questa è la contropartita che ti chiedo. –

Gedeone non esitò un solo istante, si spogliò della balestra, del pugnale e dell’amata spada.

Avvicinandosi a lui il Re gli sussurrò all’orecchio:

  • Non ti preoccupare l’arma più potente è ancora ben salda nel tuo petto. –

I due fratelli si abbracciarono e Gedeone riprese la strada del ritorno. Quando riattraversò il portale nel mondo degli umani erano già trascorse alcune settimane e il gigante si affrettò a fare ritorno a Padenghe. Trovò il Re suo amico ancora più triste e abbattuto anche se per lui rivedere il suo caro amico gigante fu piacevole.

Gedeone spiegò a Re Bruno l’accaduto e poi porse la lettera e il sacchetto nelle mani dell’amico e si allontanò.

Re Bruno andò a sedersi sotto una grande vetrata e iniziò a leggere la lettera:

“Caro Re Bruno,

benché noi Giganti abbiamo molti poteri non ci è dato di riportare in vita le creature ormai defunte ma regalandoti i semi contenuti nel sacchetto voglio donarti forti radici per non dimenticare la tua amata Sofia e con i frutti che le piante daranno farti assaporare ancora la dolcezza dei suoi baci. Ricorda Re Bruno nessuno potrà mai morire realmente finche il suo ricordo albergherà nel cuore di chi l’ha amato.”

Re Bruno aprì il sacchetto e rovesciò nel palmo della mano un mucchietto di semi.

Il giorno seguente ordinò che venissero piantati nel parco del castello. Più ne venivano messi a dimora e più ne uscivano dal sacchetto. Ben presto l’intero regno fu seminato con i semi magici e in pochi anni meravigliose piante di Ulivo ricoprirono il territorio. Nel regno non vi furono mai carestie e ogni volta che Re Bruno vedeva un albero d’ulivo riconosceva nelle sue fronde i capelli dell’amata, nel tronco sinuoso le forme di sua moglie e nel sapore dei suoi frutti la dolcezza dei suoi baci.

Il regno di Re Bruno durò a lungo e mai vi furono guerre anche se l’amico gigante era spogliato delle sue armi, alla sua morte Gedeone fece ritorno alla terra dei Giganti dove ancora oggi viene ricordato per la sua lealtà. 

Clara e sua madre stettero per alcuni istanti in silenzio guardando i raggi del sole filtrare tra le fronde del grande ulivo. La bambina raccolse un’oliva, la strofinò un poco tra le mani e ne annusò il profumo. In effetti sembrava proprio il profumo della mamma quando la stringeva forte al petto. Clara sorrise, che fosse un’oliva o chissà che altro pensò che in fondo la lezione del Re dei Giganti fosse che finché il nostro cuore avrà spazio per seminarvi ricordi nessuna delle persone che amiamo ci potrà lasciare.

                                                            

 

                                      

 

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Il fantasma, la strega e gli incantesimi tecnologici – epilogo

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Lorenza Bianchi

Cosa farà la povera Ermengarda, fiera principessa longobarda figlia di Re Desiderio, per combattere l’incantesimo della strega? Una lotta tecnologica fra nickname, profili Facebook e App innovative.! Anche le streghe si adeguano! Ecco la seconda parte della bella  fiaba vincitrice, per la categoria Autori, del nostro bel  concorso  Un Paese da Fiaba 

Ancora complimenti alla sua autrice Lorenza Bianchi!

Il fantasma, la strega e gli incantesimi tecnologici

“I genitori scrissero tutti su Facebook chiedendo spiegazioni, ma Bennie –  aka Condora – fingendosi Adgar – e cioè Garda’s – rispose prontamente che aveva stabilito nuove regole e raccomandò di seguirle e di farle seguire attentamente anche ai propri figli. Quando Garda’s – aka Adgar – si accorse del problema trasalì, si mise le mani sul lenzuolo che la ricopriva dove avrebbero dovuto esserci i capelli, e poi pianse prima di dolore e poi di rabbia. Terminato l’attimo di sconforto si mise subito al lavoro. Impostò nuovamente il sito e Facebook, cambiò la password e poi comunicò a tutti i suoi seguaci che qualcuno aveva svolto un’azione di “phishing” e cioè si era impadronito della sua password, e poi era entrato nel suo profilo FB e nel suo sito e aveva modificato tutti i contenuti della sua App. Immediatamente i genitori e i ragazzi le risposero che nessuno di loro aveva creduto veramente che fosse stata lei a scrivere quelle cose, e colsero l’occasione per ringraziarla ancora una volta per tutto ciò che faceva per la comunità. La strega, leggendo quelle risposte si arrabbiò all’inverosimile e fu attraversata dall’antica invidia, la stessa che le aveva fatto decidere, molti anni prima, di trasformare Garda’s in un fantasma. Decise di giocare d’astuzia, creò un profilo su Facebook che chiamò “Sono una mamma speciale” e poi chiese l’amicizia a tutti gli amici di Garda’s – aka Adgar – tralasciando quest’ultima. In breve tempo, grazie anche a un trucco tecnologico, tantissimi genitori aderirono alla sua richiesta di amicizia. Bennie – aka Condora – a quel punto, iniziò a commentare e ad instillare un grande dubbio nei genitori: qualcuno sapeva chi fosse effettivamente Adgar? Chi era la persona che si nascondeva dietro a quel profilo? Qualche genitore l’aveva mai vista o conosciuta personalmente? Adgar stava diventando per tutti i bambini un punto di riferimento, e i genitori avrebbero dovuto incontrarla e parlare con lei. E la strega fu ancora più subdola: suggerì ai genitori di dedicarle una grande festa e di raccogliere dei soldi per regalarle un grande mazzo di fiori. Dato che aveva trasformato Garda’s in un fantasma invisibile agli occhi umani e destinato a vagare nel castello per sempre, sarebbe stata impossibile la sua partecipazione alla festa e, di conseguenza, Adgar avrebbe perso, agli occhi dei genitori, qualsiasi tipo di credibilità.

Bennie – aka Condora – tramite il suo profilo “Sono una mamma speciale” inviò dei messaggi a tutti i genitori raccomandando di non far sapere ad Adgar – aka Garda’s – della festa, in quanto avrebbe dovuto essere una sorpresa, non pensando che ogni rappresentante di classe avrebbe dato ad ogni allievo una busta da portare ai propri genitori per raccogliere i soldi per i fiori. E fu così che quando Ander chiese i soldi per la colletta alla propria madre, Garda’s venne a conoscenza del piano di “Sono una mamma speciale”. Dapprima si angosciò perché, in quanto fantasma, non avrebbe potuto presenziare alla festa e quindi non sarebbe stata più creduta né dai genitori e neppure dai ragazzi. Successivamente si chiese quale vantaggio traesse “Sono una mamma speciale” nel mettere in dubbio la sua identità, e chi si nascondesse dietro quel profilo. Pensò che molto probabilmente si trattava della stessa persona che aveva sabotato il suo sito internet e anche Facebook. Dopo un giorno e una notte di indagini approfondite scoprì la colpevole e decise di tenderle un tranello per renderla inoffensiva. Chi conosce il mondo delle streghe e dei maghi sa che il Gran Magano, capo di tutte le streghe, ogni trecentosessantacinque giorni, nella giornata di venerdì, premia tutte le streghe che nel corso dell’anno abbiano compiuto un grande maleficio. Garda’s – aka Adgar – finse di essere il Gran Magano e inviò una mail a Bennie – aka Condora –  nella quale si congratulò per l’ottimo lavoro svolto nel sabotaggio della “App della felicità”. Aggiunse poi di aver creato un premio apposta per lei che consisteva in una speciale pozione a base di spezie in grado di donare un’incredibile memoria. Specificò che la pozione si trovava presso le segrete del castello, ma affinché svolgesse rapidamente il suo effetto, sarebbe stato necessario berla tutta d’un fiato allo scoccare delle ore ventuno di quella stessa sera. La strega, che ormai data l’età era quasi senza memoria, non appena lesse il messaggio esultò e, dentro di sé, ringraziò il Gran Magano per averle fornito un’opportunità così preziosa. Garda’s – aka Adgar – sapeva che Bennie – aka Condora –  non reggeva l’alcool, perciò preparò un’abbondante dose di vino “Garda Classico Groppello”, cui aggiunse molto zucchero per aumentarne la gradazione alcolica, e vari tipi di spezie. La strega alle venti e cinquanta entrò nelle segrete direttamente dal finestrino e, con la sua scopa computerizzata, effettuò un atterraggio di tutto rispetto. Attese lo scoccare delle ore ventuno e ansiosa di ottenere una memoria prodigiosa, trangugiò rapidamente la “magica pozione” preparata dal fantasma che, nascosto in un armadio, seguiva con trepidazione la scena. Dopo aver bevuto, Bennie – aka Condora – emise un rutto pazzesco seguito da un singhiozzo rumoroso e poi stramazzò a terra svenuta. Garda’s – aka Adgar – passò attraversò l’armadio, raccolse da terra la scopa computerizzata e digitò con furia sul pc nel tentativo di collegarsi al computer principale della strega. L’operazione non riuscì subito, ci volle del tempo durante il quale, il fantasma, per la paura che la strega riprendesse i sensi, si mise a sudare così copiosamente da inumidire tutto il lenzuolo che lo ricopriva. Quando il sito si aprì Garda’s – aka Adgar – rimase a bocca aperta: scoprì che Bennie – aka Condora – non solo aveva congegnato un sistema per distruggere completamente la start-up della felicità, ma aveva creato un programma denominato “Le scatole del male” che aveva lo scopo di far scomparire i bambini e i ragazzi bravi. Il programma era virtuale e composto da tante scatole diverse, ma il progetto consisteva nel rendere reali le scatole e regalarle alle scuole, in modo che tutti i bambini e i ragazzi potessero accedervi. Ad esempio la scatola dei “Nasi finti” conteneva nasi di maiale e nasi di Pinocchio, e i bambini e i ragazzi che li avessero indossati sarebbero stati trasformati rispettivamente in maiali costretti a rotolarsi nel fango per sempre, e in burattini di legno uguali a Pinocchio obbligati a raccontare solo bugie. C’era anche la scatola dei “Dolci ingrassanti” colma di pasticcini apparentemente normali, ma se solo un bambino o un ragazzo ne avesse assaggiato uno, avrebbe avuto fame di dolci per tutta la vita e con il tempo sarebbe diventato una persona obesa, ma così obesa da non riuscire a passare neppure più dalla porta. Per non parlare della scatola dei “Finti videogiochi”: sarebbe stato sufficiente giocare una sola volta con un finto videogioco per dimenticare tutta la storia e la geografia imparate sino a quel momento. Il peggio era sicuramente rappresentato dalla finta lotteria: chi avesse aperto i biglietti della lotteria gratuiti non sarebbe più stato capace di leggere un libro, in questo modo i bambini e i ragazzi, sarebbero rimasti ignoranti e si sarebbe potuto raccontare loro ciò che si voleva e questi ci avrebbero creduto. L’ultima scatola conteneva delle poltrone di plastica gonfiabili, i bambini e i ragazzi che le avessero gonfiate e si fossero seduti sopra sarebbero rimasti incollati con la schiena ed il sedere e, con il tempo, i muscoli sarebbero scomparsi del tutto, impedendo loro persino di camminare! Il fantasma cancellò in un battibaleno tutto quanto e si affrettò a cercare la formula che gli avrebbe consentito di trasformarsi nella bella ragazza dei tempi precedenti al sortilegio. Quando l’ebbe trovata recitò le parole magiche e, come per incanto, il lenzuolo si dissolse e lei si ritrovò di nuovo… umana. Garda’s – aka Adgar – provò una strana sensazione: pochi istanti prima era trasparente e senza peso ed ora, invece, poteva vedere e toccare il proprio corpo.

Si avvicinò ad uno specchio per verificare il suo aspetto, ma proprio in quel momento la strega emise un rantolo e la ragazza, per la paura che ritornasse in sé, cercò nel computer una formula che la rendesse innocua. Ne trovò una che avrebbe trasformato Bennie -aka Condora – in sottili goccioline di pioggia; si apprestò a recitare la formula magica, ma proprio mentre stava per pronunciare le due ultime parole, la strega emise uno starnuto fortissimo, rinvenne e si rialzò. Resasi conto di ciò che stava per succedere, afferrò il pettine che aveva tra i capelli e fece per scagliarlo in direzione di Garda’s: se fosse riuscita a colpirle la bocca il sortilegio non avrebbe sortito effetto. La ragazza, però, riuscì a terminare la formula, e il pettine, ormai vicinissimo alle sue labbra, fece un’improvvisa inversione a “u”, raggiunse Bennie – aka Condora – ed evaporò insieme a lei. Garda’s si sentì pervadere da un enorme senso di sollievo mentre osservava le goccioline innalzarsi verso il cielo, poi però, si mise a tremare all’idea di quello che sarebbe potuto succedere se la strega avesse attuato il suo piano. Si soffermò a guardare il suo corpo e si rese conto che, finalmente, avrebbe potuto vivere senza un ingombrante lenzuolo addosso, ma soprattutto, avrebbe potuto lasciare il castello e ciò le avrebbe permesso di conoscere la gente. Era stanca di avere amicizie solo virtuali ed inoltre pensava fosse sciocco comunicare attraverso un computer quando esisteva la possibilità di guardare negli occhi le persone, osservarne le espressioni del viso e, a volte, poterle persino abbracciare! L’antica pendola scandì ventidue rintocchi e, dato che la festa indetta dai genitori in suo onore avrebbe avuto luogo il giorno seguente, si rese conto di avere a disposizione pochissimo tempo per trasformare i suoi vestiti e la sua elaborata acconciatura. La ragazza tolse le forcine dalle trecce che le incorniciavano il capo, sciolse i lunghissimi capelli e, ispirandosi ad un taglio moderno che aveva visto su una delle riviste della madre di Ander, li accorciò all’altezza delle spalle e li scalò leggermente. Poi, con l’aiuto della macchina da cucire, trasformò i suoi vestiti che nonostante l’età, (risalivano al 760), erano ancora in perfetto stato.  Dall’ampia gonna ricavò un bel vestito, e con la camicetta ricamata realizzò un’elegante stola. Il giorno successivo tutto andò alla perfezione, Garda’s ricevette molti onori ed anche un’entusiasmante proposta di lavoro nell’ambito dell’informatica, ma quel che più le fece piacere fu la possibilità di conversare con le persone e stringere loro le mani, poiché nessuna chat e nessun telefono può e potrà sostituire il contatto umano! Il sole fu presente per buona parte della giornata, ma nel tardo pomeriggio una nuvola, dalla stessa forma del pettine della strega Bennie, lo coprì parzialmente e subito dopo caddero delle sottili goccioline di pioggia. Un bambino chiamò la mamma, indicò il cielo e disse: -Guarda mamma, c’è il sole eppure piove, vuol dire che si sta pettinando una strega! – Garda’s sorrise tra sé e pensò che quel bambino aveva proprio           ragione.


                                          Fine

 

 

 

Il fantasma, la strega e gli incantesimi tecnologici

fiaba definitivo

Lorenza Bianchi

Il nostro bel Concorso Un Paese da Fiaba – organizzato dal Comune di Padenghe sul Garda, con la Biblioteca Comunale e la collaborazione di Fiabe in Costruzione ci sta accompagnando in questa calda estate, con le sue bellissime fiabe.

Vi abbiamo raccontato le storie di castelli, magie , streghe e incantesimi, e oggi, rullo di tamburi, siamo arrivati alla fiaba vicitrice, prima classificata per la Categoria Autori 

“Il fantasma, la strega e gli incantesimi tecnologici” ; anche le fiabe sanno adattarsi ai nostri tempi moderni e raccontare di streghe e terribili incantesimi  ai tempi dei computer, Facebook, e innovative App! Una bella fiaba originale e diversa, il bellissimo connubio creatività e fantasia,  che porta la magia delle fiabe nei nostri tempi moderni, che di fiabe ne hanno proprio bisogno!

Complimenti all’autrice Lorenza Bianchi, vincitrice, per la categoria Autori, del Concorso un Paese da Fiaba!

Il fantasma, la strega e gli incantesimi tecnologici – prima parte

C’era una volta uno splendido castello abitato da Desiderio, Re dei Longobardi, e dalla figlia Ermenegarda. Quest’ultima era una fanciulla dolce e gentile con gli occhi dello stesso azzurro dell’acqua del lago di Garda. La ragazza adorava il lago e i prati che lo circondavano e, per una strana e misteriosa ragione, era convinta di aver vissuto in quei luoghi ancora prima di nascere e sentiva di appartenervi. Questo fu il motivo per il quale il padre abbreviò il suo nome in: Garda’s. Tutti amavano la fanciulla, ad eccezione della strega Bennie – la strega si chiamava proprio come il mostro che popola le acque del lago – che, invidiosa del fascino della ragazza, quando questa compì diciotto anni, la trasformò in un fantasma destinato a vagare per sempre all’interno del castello. La strega per far credere a tutti che Garda’s fosse annegata, gettò i suoi vestiti nel lago e li fece galleggiare; un pescatore li trovò e li portò al padre. Il Re diede la figlia per morta e, insieme a tutti i sudditi, ne pianse a lungo la scomparsa. Trascorsero molti anni, Re Desiderio morì e a lui successero altri regnanti e poi varie repubbliche. Garda’s continuava ad essere un fantasma che viveva nel castello e sfruttava la proprietà di essere invisibile per poter aiutare gli altri. Bennie, invece, era diventata una strega triste ed annoiata. Ultimamente la sua memoria la tradiva e quando doveva compiere qualche maleficio le succedeva spesso di scambiare le formule con le pozioni. Aveva provato ad annotarle su un diario, solo che poi scordava dove l’aveva riposto. Anche la sua scopa non era più affidabile: aveva poca accelerazione, stentava a decollare, e per di più non reggeva lunghi percorsi. Questo le impediva di raggiungere le altre streghe quando si riunivano in posti lontani. Tutto ciò la faceva sentire terribilmente isolata.

Un giorno, però, lesse un articolo dove apprese che con l’uso di Internet e di Facebook sarebbe stato facile tenersi in contatto con le colleghe ed eventualmente scambiare con loro alcune ricette. Inoltre, se avesse imparato ad usare il computer, avrebbe archiviato, e quindi ritrovato senza problemi, le formule e anche le pozioni. Approfondendo l’argomento scoprì che, montando sulla sua scopa un mini pc collegato al suo computer principale, non solo la scopa sarebbe diventata più potente, ma avrebbe potuto usufruire anche di uno speciale navigatore in grado di decifrare le mappe interstellari per le streghe. Bennie trovò tutto ciò geniale; si trasformò immediatamente in una signora di mezz’età e si iscrisse ad un corso d’informatica per principianti organizzato dalla Biblioteca del paese. L’informatica la appassionò a tal punto che, terminato il corso per principianti, s’iscrisse al corso per intermedi e successivamente anche a quello per avanzati. In poco tempo si trasformò in un’esperta e costruì un sito internet che suscitò l’invidia di tutte le altre streghe. Nel sito Internet inserì anche uno shopping on-line dove vendeva ingredienti particolari, quali: polvere di ali di pipistrelli, lingue di rospo e code di lucertola, utili per la realizzazione di pozioni magiche e normalmente introvabili nei negozi. Ma Bennie non fu l’unica ad occuparsi d’informatica, anche Garda’s divenne un’esperta.

Il castello dove il fantasma vagava era composto rispettivamente da un’area antica rimasta invariata nel tempo e perciò meta di turisti spesso tedeschi, ed un’altra zona, più recente, formata da un insieme di abitazioni. In una delle case abitava Ander, un ragazzino sensibile che amava la natura. Il vero nome di Ander era Andrea, ma lui si faceva chiamare così perché nutriva un amore particolare per il vento Ander, dal quale si faceva trasportare con il suo wind surf ogni volta che, di pomeriggio, cavalcava le onde del lago di Garda. Quando il ragazzo tornava da scuola, il fantasma, senza mai manifestare la propria presenza, gli stava vicino e lo aiutava soprattutto nello svolgimento dei compiti. Ad esempio: quando Ander cercava di risolvere qualche problema di matematica e non riusciva, Garda’s sottolineava sul libro il passaggio che gli avrebbe consentito di raggiungere la soluzione e poi, approfittando di un attimo di distrazione del ragazzo, glielo spostava vicino in modo che lui lo vedesse. E quando Ander doveva studiare storia, il fantasma, che la storia l’aveva vissuta per davvero, gliela rendeva più facile e gradevole facendogli trovare, infilati nel libro, degli appunti che riportavano aneddoti divertenti realmente successi. Il ragazzo ripeteva gli aneddoti a scuola e l’insegnante, che non li conosceva, si congratulava con lui. Garda’s amava tutte le persone, e in modo particolare i ragazzi, ma per via della sua invisibilità non poteva comunicare con loro, ed allora, per conoscere meglio i loro desideri e le loro necessità, imparò ad usare Facebook. Creò il profilo Ardag, ottenuto anagrammando una parte del suo nome, e in breve tempo conquistò l’amicizia di molte persone ritrovandosi a chattare spesso anche con i compagni di Ander, cogliendone i lati del carattere e del comportamento. Purtroppo scoprì che i ragazzi di quell’età erano tristi, annoiati e soprattutto sedentari: quando avevano tempo libero anziché uscire a giocare, stavano in casa incollati al televisore, al computer o al telefonino. Garda’s si rese inoltre conto che spesso erano lasciati soli perché i genitori lavoravano sempre di più, e quando arrivavano a casa erano talmente sfiniti da non riuscire a dedicare tempo ai figli. Dopo lunghi ripensamenti su come risolvere la situazione, decise di elaborare la “App della felicità”: attraverso la redistribuzione del tempo e del denaro i genitori avrebbero lavorato meno e guadagnato tutti in modo ragionevole, ciò avrebbe permesso loro di giocare con i figli trascorrendo insieme anche del tempo all’aria aperta.

Il fantasma si mise subito all’opera: di giorno appuntava su un foglio i passaggi necessari per la realizzazione dell’App e durante la notte usava il computer di Ander per trascriverli ed elaborarli. Una notte però, il suo segreto corse il rischio di essere svelato: il ragazzo si svegliò improvvisamente e vide il computer illuminato con la tastiera che si muoveva da sola ad una velocità folle, si spaventò ed urlò come un forsennato. I genitori accorsero subito e lo rassicurarono spiegandogli che sicuramente si era trattato di un incubo. Garda’s – aka Ardag – che nel frattempo si era fatta molti amici su Facebook, aprì una pagina e “postò” il significato della “App della felicità” e il “link” del sito Internet dove poterla scaricare gratuitamente. Ricevette davvero molti complimenti dai genitori dei compagni di Ander che caricarono la sua App gratuita sul pc e sui telefonini e misero in pratica i consigli per poter vivere meglio sia sul lavoro, sia con la propria famiglia. Anche i ragazzi seguirono i giochi da lei proposti e, grazie a ciò, impararono molte cose. Garda’s – aka Arda – pubblicò su molti portali, anche internazionali, la “App della felicità”. In breve tempo le sue idee divennero “virali” e giunsero così anche all’orecchio di Bennie, la quale decise d’intervenire per evitare che la gente fosse felice.

Qualche tempo prima la strega era rimasta letteralmente folgorata dalla storia del più grande hacker – pirata – informatico e cioè Kevin Mitnick, detto “Condor” e aveva deciso d’ intraprendere la sua stessa strada. Aveva imitato l’hacker in tutto e per tutto, al punto da farsi chiamare, nome in codice: “Condora”.

La strega, attraverso la sua bacchetta magica, riuscì a sapere che dietro Ardag si celava Garda’s e, gelosa del successo che riscuoteva, decise di distruggere il suo lavoro. Entrò prima nella sua App, poi nel suo sito, e infine nel suo profilo FB e li stravolse totalmente. La cosa più grave riguardò il cambiamento delle regole della “App della felicità”, al punto tale che i genitori insorsero quando, il giorno seguente, lessero esattamente il contrario di ciò che era stato scritto fino ad allora.

Ecco le nuove regole della strega per i genitori:

 

  • Lavorare senza passione e solo per incassare denaro
  • Maltrattare il/i bambino/i
  • Sgridarlo/i senza motivo
  • Trascorrere il proprio tempo libero davanti alla televisione
  • Fare differenze tra un figlio ed un altro
  • Fumare in presenza del/i bambino/i
  • Non cucinare e far mangiare al proprio /i figlio/i solo cibo spazzatura
  • Andare a spasso o in discoteca lasciando solo/i il/i proprio/i figlio/i
  • Dire agli Insegnanti che il/i proprio/i figlio/i ha/hanno sempre ragione
  • Parlare male del/dei proprio/i figlio/i in presenza dei compagni di classe o degli amici
  • Ripetere in continuazione al/ai proprio/i figlio/i che non capisce /capiscono nulla
  • Istigare il/i proprio/i figlio/i a picchiare i compagni
  • Convincere il/i proprio/i figlio/i a non condividere nulla di ciò che possiede/possiedono con chi è meno fortunato
  • Mescolare la pattumiera mettendo nello stesso sacco l’umido con la plastica o la carta con la plastica
  • Inquinare l’acqua del lago gettando l’olio della frittura nel lavandino
  • Lasciare i rifiuti ingombranti nei prati anziché smaltirli presso la piattaforma ecologica

Mentre queste erano le nuove regole della felicità per i bambini:

  • Andare a scuola il meno possibile o non andarci affatto
  • Rispondere male agli insegnanti
  • Non studiare
  • Non recarsi mai in biblioteca
  • Non leggere mai libri e neppure giornali
  • Guardare la televisione tutto il giorno oppure giocare con i videogiochi, senza mai fare i compiti
  • Alzarsi in continuazione durante il pranzo e la cena e giocare con il cellulare
  • Mangiare solo patatine fritte, merendine e bere solo bibite gassate
  • Non mangiare mai frutta, e neppure verdura
  • Fare gare di rutti a tavola
  • Rispondere male ai genitori e agli insegnanti
  • Non sparecchiare la tavola
  • Non rifarsi il letto e mettere in disordine il più possibile la cameretta
  • Non fare mai la doccia e non cambiarsi mai i calzini e le mutande
  • Essere sempre tristi e scontenti
  • Fare i dispetti e picchiare gli amici e i compagni
  • Fare dispetti a tutti gli animali, oppure ucciderli
  • Gettare le carte e i chewingum per terra

fine prima parte.

La leggenda di Tempusfugit – 1° parte

tempusfugit foto

Vanni Camurri

Continua il nostro viaggio nelle bellissime fiabe che ci  raccontano, fra magia e incanto, la storia di un paese, del suo castello e del suo bellissimo lago.

Vi abbiamo già detto che  il  Concorso Un paese da Fiaba organizzato dal Comune di Padenghe sul Garda, con la Biblioteca Comunale e la collaborazione di Fiabe in Costruzione ci ha regalato molte soddisfazioni, tanta partecipazione e un sacco di fiabe.

Oggi vi presentiamo la fiaba terza classificata per la categoria Autori e il suo bravo autore VANNI CAMURRI, a cui facciamo i nostri complimenti,  che si è definito ” un nonno” con la passione per la storia, e per le  storie da scrivere e raccontare,  e proprio una bella storia  ci racconta il sig. Vanni, una leggenda  ambientata sulle sponde del nostro bel lago.

Fatevi trascinare dalla magia  del racconto e  dal suo mistero… potrete incontrare un vecchio pellegrino,  una saggia herbaria; o un terribile drago a tre teste…

Ecco a voi:

La leggenda di  Tempusfugit

Accadde un tempo lontano: feroce qual Leviatiano apparve sulle rive del lago

 Tempusfugit il drago.

Gualtiero era tornato dalla crociata. Si era fermato sulle sponde del lago prendendo possesso di un terreno sulle colline, disdegnato persino dalle capre; vi aveva lavorato tutta l’estate, ma prima che il vento del nord sollevasse alte onde con le sue gelide dita, aveva sistemato una casupola di sasso, scavato una cisterna e piantato rose ed erbe medicamentose portate dall’oriente. Ne ricavava unguenti, cataplasmi, decotti e tisane che ben presto lo avevano reso noto e benvoluto in tutta la regione.

La croce rossa sul mantello che indossava era un lasciapassare che apriva molte porte e anche a castello era ben accolto, particolarmente dalle dame di corte cui non faceva mancare un prezioso unguento a base di rosa damascena dai poteri quasi miracolosi che rendeva la pelle luminosa e profumata.

Quel territorio viveva uno dei rari momenti di pace e Gualtiero lentamente aveva dimenticato di aver respirato la polvere dei campi di battaglia, udito il clangore delle armi, i gemiti dei feriti, lo scempio della morte.

Con un lavoro instancabile aveva scavato canaletti di irrigazione e costruito due essiccatoi a seconda che le sue erbe abbisognassero del calore del sole o del chiarore della luna. Non parlava mai dei giorni trascorsi in Terrasanta, neppure quando i bambini gli chiedevano di raccontare le fiabe d’Oriente e a chi, cercando di fargli aprire bocca, lo stuzzicava: «come mai non sei tornato ricco dalla Crociata?».

Rispondeva pacatamente: «la ricchezza non è cose da possedere, ma bastare a sé stessi», e senza aggiungere altro se ne andava.

Una sera ricevette la visita del valletto della Signora di Padingula che lo invitava a recarsi senza indugio a castello. “Madonna Gemma avrà finito l’unguento di rosa…” Pensò, ma il valletto aveva portato un palafreno anche per lui, fatto inusuale che lo mise in allarme, ma poi il piacere, dopo tanto tempo, di montare una magnifica cavalcatura scacciò la preoccupazione. Fu introdotto nelle sale della Signora dove vide che ad attenderlo c’era anche Neri di Manerba, il castellano.

Immediatamente mise il ginocchio a terra in segno di rispetto, ma questi gli si avvicinò con premura: «rialzati Gualtiero: l’ora è grave e di fronte al pericolo l’uomo è quello che vale e non il titolo che porta».

Il castellano era un uomo nel pieno vigore degli anni, dai tratti virili e proporzionati; una corta barba incorniciava un volto gentile in cui gli occhi, mobili e profondi rivelavano la nobiltà d’animo. Colpito dall’inusuale familiarità di quelle parole Gualtiero fiutò guai in arrivo e domandò: «che accade mio signore?».

«Notizie di sciagura: nei pressi della città del Sonno si è stabilito un drago dal potere tenebroso che terrorizza la popolazione: così paura e povertà dilagano in quella terra, non nascono bambini, nessuno cura le proprie occupazioni e la regione è percorsa da torme di sbandati che hanno l’unico scopo di uccidere e distruggere».

«Quella povera gente», intervenne angosciata la Signora «è convinta che il drago sarà placato offrendogli la vita della nostra bambina, Samiel».

«Ha solo sei anni…», mormorò Gualtiero inorridito, cogliendo nello sguardo della castellana una nota di sconforto e fatalismo che lo portò a replicare: «col male non si scende a patti, ma si combatte senza sacrificare i propri figli!».

Sul viso della nobile signora sbocciò un mesto sorriso; la sua figura minuta parve insignificante nella vastità della sala, attanagliata com’era dall’impossibilità di intravvedere una soluzione. Cautamente Gualtiero domandò: «non mancheranno valorosi cavalieri che vorranno affrontare il drago».

«È questo il punto», replicò il castellano, «occorre un valoroso, dal cuore intrepido e con esperienza di guerra; i nostri campioni sono irruenti, ma cresciuti in tempo di pace e al massimo hanno esperienza di tornei…».

«Accettate voi questo compito!». Intervenne anelante la Signora, «temiamo per il nostro popolo, e per la piccola Samiel!». Gualtiero ne incrociò lo sguardo e nei suoi occhi vide la bambina, le sue trecce bionde, il collo esile, lo sguardo innocente.

«Partirò domani», dichiarò Gualtiero con semplicità. «Avrete la nostra riconoscenza e tutto ciò che chiederete sarà vostro!». Dichiarò sollevato il re. «Ne riparleremo se e quando tornerò», replicò Gualtiero increspando appena le labbra in una specie di sorriso e riprese: «sapete se il drago ha un nome?».

«Sì», rispose Neri abbassando la voce. «È conosciuto come Tempusfugit e possiede tre teste: una d’elettro che penetra il futuro, una d’ambra che conosce i segreti del passato ed una di ghiaccio con cui domina il presente».

Nella notte Gualtiero affilò la propria spada e lucidò l’armatura; la sfida che lo attendeva era al limite del possibile e la preoccupazione gli circolava nelle vene assieme all’adrenalina: essere coraggiosi non significava non sentire la paura, ma dominarla; essere più forte di lei perché dove non c’è timore neppure c’è coraggio; aveva convissuto con quello stato d’animo ogni notte prima della battaglia e non ci si era mai abituato, forse per questo era ancora vivo: il valore è figlio della prudenza, non della temerarietà e la paura dominata insegnava appunto la prudenza.

Infine indossò il mantello con cui era entrato nel Santo Sepolcro; sellò il cavallo e si diresse verso la città del Sonno: ormai la sua vita era in gioco. 

Lungo il cammino si fermò ad una fonte dove incontrò un vecchio pellegrino dalla pelle bruciata dal sole. Si scrutarono a lungo in silenzio. Infine il vecchio commentò: «un crociato qui?». Gualtiero non rispose: il mantello con la croce rossa testimoniava per lui; si dissetò e rispose: «questo mantello mi ha accompagnato nel Santo Sepolcro e porta su di sé la polvere di quel luogo». 

Un lampo di speranza brillò nello sguardo del pellegrino: «se me lo darai avrò finito il mio camminare; ormai non mi rimane molto tempo e potrò morire nella pace del Signore». Quelle parole colpirono Gualtiero che pensò: “forse domani il mantello non mi servirà più…” se lo tolse scambiandolo con quello di ruvido sacco del pellegrino, poi riprese il cammino.

Fatti pochi passi il vecchio lo chiamò: «cavaliere! Avvicinati al drago quando le campane suoneranno il vespro: due teste dormiranno, sull’unica che veglia getta il mio mantello». Pronunciate quelle parole scomparve. Sbalordito Gualtiero diede di sprone al cavallo.

 Giunto alla tana del drago si avvicinò con cautela confondendosi tra le rocce: l’antro era un luogo terribile e vi regnava l’alito della morte. Attese immobile, silenzioso e al rintocco del vespro si avvicinò: un fragore infernale gli fece dubitare delle parole del pellegrino; ugualmente brandì la spada ed entrò.

L’aspetto del mostro era orrendo, eppure Gualtiero sorrise: due teste dormivano davvero, russando in modo disumano. Senza esitare gettò il mantello del pellegrino sulla testa di ghiaccio per poi avventarsi come una furia su quella d’elettro che con un unico fendente passò dal sonno alla morte.

Come una belva ferita la testa del passato si destò con un ululato infernale. La vista dell’accaduto aumentò il suo furore e azzannò il mantello scagliandolo lontano. Gualtiero s’avvide che la testa di ghiaccio si era sciolta, pure con la sola testa rimasta il drago era temibile e non trovò di meglio che battere in ritirata.

Trovò rifugio dietro ad una grande roccia pensando a come poter chiudere il conto con l’orribile bestia: a tal proposito, purtroppo, il pellegrino non aveva detto nulla.

Intanto il drago, rabbioso, era uscito dall’antro. Gualtiero l’udì avvicinarsi con passi che scuotevano il terreno, mentre la sua mente lavorava freneticamente: “è un animale magico e non si può sconfiggere con la sola spada; ho vinto il futuro con l’audacia, il presente con la Carità, ma il passato non può essere combattuto, ma solo purificato…” così dicendo toccò il sacchetto di cuoio che portava al collo. Vi custodiva un pugno di terra raccolta sul Golgota. Un lampo di conoscenza gli attraversò la mente e seppe cosa fare.

Uscì dal nascondiglio: il drago inalberò la testa come un gigantesco serpe e si preparò ad attaccare scrutandolo malignamente con l’unico occhio di cui era fornito. Gualtiero con un gesto fluido, quasi un passo di danza, gettò la terra del Golgota nell’occhio del drago e roteò la spada. Accecata la bestia ululò furente scoprendo il collo che la spada di Gualtiero recise d’un sol colpo staccando di netto la testa d’ambra.

 Sulla riva del lago un fuoco illuminò la notte e il drago fu arso su una grande pira. Vi furono festeggiamenti, danze, giochi e vino a fiumi. Gualtiero si sottrasse a quell’euforia, l’impresa era solo all’inizio: il drago non era giunto sulle rive del lago per caso, ma era l’espressione di un volere maligno che aveva preso di mira quel luogo e le fertili terre che lo contornavano per una ragione che gli sfuggiva.

Scartò l’idea di tornare a castello e ripensò all’incontro col pellegrino e comprese che era solo una pedina di una battaglia che si combatteva in sfere ben più eccelse e in ogni caso chi aveva creato il drago non gli avrebbe permesso di andarsene semplicemente, ma avrebbe scatenato la sua vendetta ed egli non poteva che esserne il primo bersaglio.

Era indispensabile scoprire quale segreto e quale scopo si celava dietro la comparsa del drago: doveva arrivare fino in fondo e danzare fino all’ultimo passo.

Il luogo stesso della manifestazione era evidentemente percorso da energie potenti: si narrava di un intero villaggio scomparso nel giro di una notte, ma per un drago occorreva l’opera di una volontà maligna e forte, conoscenze magiche oscure che forzatamente dovevano aver lasciato qualche traccia.

Gli era stato riferito che in quella zona operava una herbaria, una donna delle erbe, conoscitrice di un sapere antico, capace di guarire con le sole virtù offerte dalla natura. In passato si era ripromesso di farle visita nella speranza di carpirle qualcuno dei suoi saperi, ma ora erano altre le domande che desiderava porle.

 La incontrò il mattino successivo in un prato incolto, china sul terreno che setacciava con sguardo attento. La salutò con deferenza: «Dio ti sia propizio, signora».

«In che posso servirti?», rispose questa senza distogliere lo sguardo dalla sua ricerca, poi, alzato il capo, fu colta da un moto di sorpresa: «il crociato di Padingula qui?! Cosa desideri dalla tua serva?». «Mi chiamo Gualtiero», rispose questi con un sorriso aperto. «Non pensavo che la mia fama fosse giunta alle tue orecchie».

La donna si pulì le mani nel lungo grembiule cinto in vita e rispose con un sorriso che spianò la ragnatela di rughe del volto, vecchio, ma illuminato da iridi di un azzurro incredibile.

Osservò Gualtiero con pacatezza e rispose: «avevo udito meraviglie su di te come herbario, ma da quando hai ucciso il drago il tuo nome e la tua fama corrono da una riva all’altra del lago… anche se da quanto ho udito ti facevo più alto».

Gualtiero sorrise all’arguzia della donna: «ho bisogno di parlare con te».

«Ti ospiterò nella mia umile dimora dove staremo al sicuro».  

Poco dopo Gualtiero entrò in una semplice abitazione, come la sua, ma all’interno era evidente il tocco di una mano femminile che gli intenerì l’animo: quella era una gioia che a lui era negata. «Preparo un infuso di salvia», disse l’herbaria avvicinandosi al focolare: «dona longevità e saggezza; cosa ti porta da me?». «Hai piantato tu stessa la salvia?», chiese Gualtiero.

L’herbaria sorrise sorniona: «sei un uomo prudente: so anch’io che piantare salvia da sé porta sfortuna e quindi l’ho fatto fare da un estraneo».

«Scusami donna, dubitare è una abitudine che non riesco a dominare…». «E forse per questo sei ancora vivo, ma dimmi cosa vuoi sapere».

Gualtiero le narrò dei suoi sospetti sulla comparsa del drago e se sapesse chi aveva potuto evocarlo.

L’herbaria si fece pensierosa: «ho sentito dire che al Doss delle strie appare una dama, preceduta da due ancelle bambine, identiche in tutto e per tutto, che attirano i giovani che si avventurano in quel luogo; una volta condotti al cospetto della dama sono costretti a danzare fino a morirne… effettivamente qualche giovane è scomparso, ma che questa sia la vera ragione non so…».

Gualtiero era perplesso: «storie come queste fioriscono in tutte le regioni e di solito servono a nascondere altri misfatti; io credo che qualcuno voglia colpire i signori di Padingula: perché altrimenti sarebbe circolata la voce che per placare il drago sarebbe stato necessario sacrificare la loro bambina?».

«Sei acuto, guerriero della croce, io stessa mi sono fatta un’altra idea, che ha radici lontane nel tempo». «Ti ascolto, proprio questo desideravo sentire».

L’herbaria versò in due ciotole di legno l’infuso di salvia che addolcì col miele, sedette di fronte a Gualtiero, bevve un sorso e prese a dire:

«molti anni fa si diceva che Neri, l’attuale signore di Padingula, avrebbe dovuto prendere in sposa la figlia di una nobile famiglia di Glorenza, ben conosciuta nelle nostre zone per il commercio del sale; sembrava che il patto fosse concluso, ma poi… Neri preferì prendere in sposa Gemma che portava in dote il feudo e il castello; volarono accuse da entrambe le parti, poi tutto si quietò; girarono voci che la fanciulla di Glorenza non reggesse all’affronto e scomparve, chi dice nascosta nel monastero di Sabiona, chi al seguito di una compagnia di nomadi; sono convinta che gli ultimi avvenimenti abbiamo qui la loro origine».

Benché sospettasse che la donna sapesse molto di più Gualtiero comprese che non avrebbe detto altro, tuttavia azzardò: «e dove potrei incontrare questa misteriosa fanciulla?».

L’herbaria sorrise sorniona e raccogliendo le tazze borbottò: «io farei un giro dalle parti di Montdragon e sceglierei un giorno di sole pidocchioso e vento assassino… ora però debbo mettermi al lavoro, molti corpi sofferenti attendono una mia visita; spero di vederti in un’altra occasione guerriero della croce, avrei molte cose da domandarti», e detto questo prese a ravvivare il fuoco nel camino e lavorare al mortaio.”

 fine prima parte 

Valentina e la regina dei suoi sogni

SAMSUNG CSC

Chiara Bertasi

La magia del 1 Concorso Letterario Un paese da Fiaba organizzato dal Comune di Padenghe sul Garda, con la Biblioteca  comunale e la collaborazione di Fiabe in Costruzione, continua con la pubblicazione delle fiabe vincitrici.

Chiara Bertasi è la seconda classificata  per la categoria “bambini scuola primaria nel Primo Concorso Letterario Un paese da Fiaba”, e questa è la sua storia, tenerissima, che racconta di una bimba che amava tutte le fiabe. Complimenti alla piccola autrice!

Valentina e la Regina dei suoi sogni

C’era una volta in un paesino sperduto una casetta in cui viveva una bambina di 7 anni di nome Valentina. Questa bambina adorava tutte le fiabe che esistono al mondo. Infatti ogni sera, prima di andare a dormire, chiedeva a suo papà se poteva leggerle una delle fiabe che teneva sullo scaffale: per vivere le avventure fantastiche che adorava di più.

Una notte quando Valentina dormiva profondamente fece un sogno stupendo. Si ritrovò in un prato immenso, pieno di lucciole che si illuminavano di vari colori e di fiori che si richiudevano e sbocciavano in continuazione. Quel luogo era

magico e tutto era possibile, bastava desiderarlo. Valentina pensò ad un bel vestitino e apparve un abitino tutto fru fru ricoperto di brillantini di un colore rosa luccicante.

Pensò ad un pony e apparve un piccolo cavallino tutto bianco con una criniera luccicante. Tutto questo non le sembrava possibile, era diventata la bambina più felice del mondo.

Ad un certo punto le venne un’idea: far apparire tutti i personaggi delle fiabe per giocare con loro. Ma non apparve neanche una principessa, né uno nanetto, non apparve niente di niente.

Era delusa perché pensava che apparissero, vista tutta la magia che regnava lì. Non si abbatté e pensò che forse avrebbe dovuto andare alla ricerca di qualche personaggio fantastico che poteva vivere in quel magico luogo.

Partì subito al galoppo del suo pony bianco e con il vestitino rosa addosso: sembrava proprio una principessa.

Dopo un po’ il prato lasciò il posto ad una fitta foresta che sembrava non finire mai. Ad un tratto spuntò fuori da un albero un folletto piccolissimo con un cappellino a punta ed un vestitino verde e giallo. Quando la bambina vide il folletto, ordinò al piccolo cavallo di fermarsi. Tutto d’un tratto il piccolo essere la vide e le domandò: – Chi sei tu? Cosa ci fai qui? –

Lei con stupore gli rispose: – Sono una semplice bambina… piuttosto chi sei tu? Dove mi trovo? – Lui spiegò che si trovava in un paese magico “il paese del vento” e che questo fitto bosco era la foresta fantastica, un luogo in cui vivevano solo folletti come lui. Visto che aveva specificato che lì vivevano solo folletti non gli chiese neanche se c’erano principesse o principi e riprese il galoppo ancora alla ricerca di personaggi fantastici.

Appena fuori dalla foresta vide un lago enorme: le sue acque avevano un colore strano, infatti non erano azzurre ma color violetto.

Appena alzò lo sguardo vide, sulla riva opposta del lago, un castello bellissimo con una torre alta fino a toccare le nuvole che sembravano fatte di zucchero filato.

Pensò che sicuramente nel castello avrebbe trovato chi cercava! Era talmente felice che trattenne il fiato, ma allo stesso tempo era preoccupata perché non aveva la più pallida idea di come attraversare un lago con un semplice pony.

Mentre rifletteva su questo problema si avvicinò all’acqua e all’improvviso salì in superficie un drago, le si avvicinò ma non ebbe paura, capì che era buono.  Era lungo e sottile come un serpente, di colore rosso fiammante. Valentina decise allora di salire sul drago che gentilmente la aiutò ad attraversare il lago e la accompagnò davanti al castello. Stranamente era aperto e non esitò ad entrarvi.

Lì viveva la strega Ginfred che odiava tutti gli esseri viventi e non viventi, ma Valentina non lo sapeva. Tranquilla perlustrò ogni stanza. Ginfred era nella stanza più malvagia del castello, il laboratorio pazzo, in cui erano custoditi tutti gli ingredienti e le pozioni che utilizzava per comandare. Quando Valentina vi entrò e la vide capì dove si trovava. Senza farsi scoprire prese il primo liquido che trovò e lo rovesciò sopra la strega maligna, che svenne dopo un istante.

La bambina si spaventò, era confusa, non capiva quello che era successo; poi guardò il barattolo che conteneva il liquido. Vide un’etichetta con la scritta “pozione del bene”. Questa era l’unica pozione del bene che la strega Ginfred avesse preparato nella sua vita. 

 Valentina uscì subito dal castello ma non fece in tempo: la strega si risvegliò e la rincorse. Ma grazie alla pozione era diventata buona e volle parlare insieme alla bambina.

Ginfred le raccontò che tempo fa nel paese “del vento” esistevano anche principesse e principi ma erano sottomessi da lei.

Ora però la strega era cambiata e voleva fare solo del bene. Valentina incontrò le principesse e i principi che erano rinchiusi nel castello e ora finalmente erano liberi. Essi le raccontarono che era solo un sogno e le donarono un braccialetto così ogni notte avrebbe potuto sognare e rivivere nuove avventure con loro.

Per la sua azione la incoronarono regina del paese del vento.

Visse per sempre felice e contenta perché anche se qualche giornata fosse stata difficile la aspettava una notte da urlo!!! 

 

                                               Fine

 

 

Giacomo e la strega

SAMSUNG CSC

Massimo Paolo Lungu

Come promesso ecco la prima fiaba che si è aggiudicata la terza posizione in classifica per la categoria “bambini scuola primaria nel Primo Concorso Letterario Un paese da Fiaba”.  Ed ecco il suo giovanissimo autore: Massimo Paolo Lungu  che ha esultato contento, quando si è sentito chiamare sul palco per la premiazione!

Questa è la  dolcissima fiaba di Giacomo e la Strega…

“Giacomo era un bambino simpatico, allegro, spiritoso, sempre pronto a giocare e divertirsi. La sua migliore amica era una Streghetta che non era cattiva; in verità era simpatica, gentile e di buon cuore.

Una volta, tanto tempo fa, era stata una strega cattiva, per colpa di un incantesimo lanciato su di lei da uno stregone.

Streghetta abitava nel suo castello e Giacomo andava spesso a giocare da lei. Nelle stanze del castello giocavano a nascondino, a forza quattro, a monopoli.

Non litigavano mai, tranne quando giocavano a nascondino, perché la Streghetta grazie ai suoi poteri, lo trovava sempre.

D’estate andavano al lago a fare il bagno, a prendere il sole, a camminare lungo la passeggiata che porta a Moniga: erano proprio veri amici.

Un giorno, mentre stavano andando per la solita passeggiata, rimasero senza parole: il lago non c’era più, al suo posto c’era una grande buca profonda … Ma dove era finito?

Si guardarono attorno…non c’era più!!!Dovevano trovarlo assolutamente.

Gli abitanti dei paesi che si affacciavano sul lago erano disperati… niente più acqua, niente bagni, niente passeggiate, niente turisti, niente lavoro, anche il clima era diventato più freddo e le piante stavano cambiando. Che fare?

Giacomo scongiurò Streghetta di trovare una soluzione.

Streghetta rispolverò la sua vecchia scopa, fece salire con lei anche Giacomo e volò, volò alla ricerca del lago. Dopo aver girato per giorni e notti, lo trovarono sulla riva del mare… – Cosa fai qui? – Gli chiesero – Tutti a casa ti aspettano. Nessuno può vivere senza di te. –

Il lago spiegò loro che era stufo di stare al suo posto calmo e tranquillo, vedeva sempre le stesse cose e gli era venuta voglia di conoscere il mare. Gli avevano detto che le sue onde erano alte, che era immenso e vedeva tante cose diverse, compresi i pesci e gli uccelli che venivano da ogni parte del mondo.

I due amici capirono il desiderio del lago e rimasero con lui qualche giorno.

Il lago e il mare si raccontarono tante cose, ma poi il lago capì che non era giusto desiderare di essere una cosa diversa da quello che si è. Sentì la nostalgia dei suoi paesini, dei suoi castelli, della sua gente. In fondo gli erano tutti affezionati e lo trattavano bene, lo facevano sempre sentire importante.

Gli mancava tutto questo, quel mare si vantava troppo, inoltre era salato e sempre rumoroso. Così decise di tornare. Tutti fecero festa quando rividero il loro lago sereno e scintillante di nuovo al suo posto”