Jim e la Cerva del lago

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Marta Perciaccante

Sabato 27 Maggio ha avuto luogo il  Pomeriggio da fiaba – è stata davvero una giornata speciale –  che ha premiato i vincitori del Concorso “Un paese da Fiaba” promosso dal Comune di Padenghe sul Garda, e dalla sua Biblioteca Comunale in collaborazione con Fiabe in costruzione.

Come promesso ecco la prima fiaba vincitrice, per la categoria ragazzi:  Jim e la Cerva del Lago:  una fiaba che si rifà ai simboli delle fiabe classiche e attraverso lo specchio magico invita a a guardare la propria anima riflessa.

Complimenti alla sua brava e giovanissima  autrice, Valentina Tonin, e complimenti a Marta Perciaccanti –  anche lei giovanissima e brava illustratrice che ha disegnato la copertina la copertina del libro.

Buona lettura!

Jim e la cerva del Lago

C’era una volta, in un villaggio lontano, un ragazzino di nome Jim che viveva per le strade del paese poiché non aveva né genitori né amici. Tutti lo ritenevano un ladro e per questo lo evitavano. Pensavano, infatti, che nel suo cuore non ci fosse altro che malvagità. Jim incuteva timore a coloro che lo vedevano a causa degli occhi neri come il carbone e i vestiti sporchi. Questo aveva reso il ragazzino sempre più triste, tanto che non sorrideva mai. La sera, quando gli abitanti del villaggio dormivano, Jim correva verso il bosco e si rifugiava tra le piante e i cespugli in fiore. Solo allora Jim era felice, poiché gli piaceva ascoltare il suono lontano degli animali notturni e osservare le stelle dalla cima di un albero. Tutti quei suoni e le piante illuminate dalla luce argentea della luna rendevano il bosco un luogo magico.

Una notte, Jim stava per addormentarsi tra i rami di un albero quando, dall’alto di quella cima, scorse qualcosa che brillava sotto la luce delle stelle e decise di andare a vedere cosa fosse. Iniziò a camminare in direzione del lume finché non crollò a terra, troppo stanco per continuare il viaggio. Si svegliò alle prime luci dell’alba e, con sua grande sorpresa, la prima cosa che vide fu un immenso lago dalla superficie cristallina che rifletteva i raggi rossi del sole del primo mattino. Sulla riva, dei salici piegavano i loro rami nell’acqua, mentre alcuni pesci argentati balzavano allegri schizzando minuscole gocce. La vista di quel lago era tanto incantevole che Jim decise immediatamente di tuffarcisi dentro. L’acqua era fresca e il ragazzo vi s’immerse completamente nuotando sempre più verso il fondo.

Fu allora che Jim vide, nelle profondità del lago, un immenso castello d’argento, coi tetti coperti di alghe e le finestre di vetro sbarrate. Il gigantesco portone, però, era aperto è il ragazzo, vinto dalla curiosità, entrò. Appena varcò la soglia, Jim venne risucchiato all’interno di un gigantesco salone, dove atterrò sul pavimento freddo. Dentro il castello si poteva respirare normalmente: infatti, quando il giovane si girò, vide che il tutta l’acqua rimaneva fuori dal portone come trattenuta da una barriera invisibile.

La curiosità di Jim vinse la sua paura e il giovane passò oltre le altissime colonne della sala. Tutto era splendido, dal soffitto con i suoi lampadari fino al pavimento, e ogni cosa era interamente in argento puro. Nonostante ciò, il castello era vuoto e sembrava disabitato. Ad un tratto, Jim sentì un rumore dietro a una porta e con coraggio l’aprì lentamente. Davanti a lui c’era una distesa di monete d’oro e gioielli da fare invidia ad un re, insieme a mobili decorati e cristalli preziosi. Jim pensò che avrebbe potuto tornare al villaggio da ricco signore, ma non poté avvicinarsi al tesoro poiché, dietro ad una montagna di rubini, un orribile gigante stava contando le gemme che teneva strette con avidità nel suo pugno. La sua voce profonda rimbombava sulle pareti del castello e faceva tremare le monete. Tuttavia, Jim si avvicinò a un cristallo grande come la sua mano, pensando che quell’unica gemma avrebbe potuto fargli dimenticare la povertà, ma pagò caro il suo desiderio. Il gigante, infatti, aveva un udito e un olfatto finissimi e avvertì la presenza dell’intruso. A quel punto lanciò un grido terribile che fece cadere a terra Jim per lo spavento ma, subito dopo, il giovane iniziò a correre più veloce che poteva verso l’uscita del castello, mentre sentiva i passi del mostro sempre più vicini. Appena raggiunse il portone chiuse gli occhi e si tuffò nuovamente tra le acque, superando la barriera magica. Allora il gigante si tramutò in un enorme serpente marino e continuò a inseguire Jim. Stava per raggiungerlo quando una luce abbagliante illuminò l’acqua e accecò il serpente che, spaventato, tornò nel castello.

Il ragazzo riuscì quindi ad arrivare sulla riva e schizzò terrorizzato fuori dal lago sdraiandosi sull’erba umida. Appena si riprese, notò che accanto a lui c’era una splendida cerva dagli occhi blu, che raspava il terreno con gli zoccoli, come se fosse arrabbiata, e teneva il muso in direzione del lago. Al collo dell’animale vi era un piccolo specchio con una cornice di legno, appeso con un filo dorato. Improvvisamente la voce gentile di una giovane donna risuonò nella mente di Jim: “Io sono la regina del lago.”

Il ragazzo non si spaventò poiché quella voce aveva un suono molto rassicurante e lasciò che la cerva si avvicinasse a lui. “Molto tempo fa – iniziò lei a raccontare – vivevo felice nel castello e il mio regno prosperava. Tutto era meraviglioso finché non arrivò il gigante, che pretese il mio trono e ordinò agli abitanti di rinchiudermi per sempre nella prigione del reame. I miei sudditi ed io, però, ci rifiutammo e allora il mostro, furioso, scagliò un incantesimo che trasformò il regno in un gigantesco lago e tutta la gente si tramutò in pesci di varie specie, costretti a vivere solo all’interno di quelle acque. Il mio castello affondò e il gigante, vittorioso, decise di tenere per sé il tesoro del regno. Fu allora che mi trasformò in cerva e fui costretta a fuggire, ma prima di scappare presi di nascosto questo specchio. Da quel giorno cerco qualcuno che possa salvarci e finalmente sei arrivato tu.”

Jim rimase allibito e perplesso, lui non era un eroe e aveva sempre vissuto per la strada, come poteva da solo salvare un intero regno?

La giovane regina percepì la sua preoccupazione e chiese al ragazzo di guardare la propria immagine nello specchio. Jim fece come gli era stato chiesto e per un attimo contemplò il suo sguardo scuro riflesso, ma subito dopo una luce abbagliante, come quella che aveva spaventato il gigante, si diffuse nel bosco. La voce soave tornò a parlare nella sua mente: “Questo specchio riflette l’anima di coloro che lo guardano e vede nel cuore di ognuno di loro. Mentre fuggivi dal serpente ho fatto in modo che lo specchio riflettesse la tua immagine quando eri ancora immerso nell’acqua. La tua anima è talmente valorosa che irradia luce pura. Io non posso toccare quest’acqua a causa dell’incantesimo del gigante, ma tu puoi sconfiggerlo. Torna in quel castello insieme a questo specchio magico e salvaci tutti!”

Detto questo la cerva lasciò scivolare l’oggetto nelle mani di Jim che, inizialmente timoroso, adesso aveva ritrovato il coraggio. Finalmente qualcuno credeva in lui! Accarezzò la cerva e, con lo specchio stretto al cuore, si tuffò nel lago.

Il castello era silenzioso come la prima volta che vi era entrato, ma stavolta sapeva dove doveva andare. Jim si diresse verso la stanza del tesoro, aprendo con cautela la porta e nascondendosi velocemente dietro a un mucchio di gioielli. Vide il gigante che dormiva sdraiato in cima a quelle ricchezze, russando sonoramente. Il giovane si accorse di una spada dall’elsa dorata che giaceva in mezzo agli smeraldi e l’afferrò. Il rumore delle pietre che rotolavano sul pavimento d’argento, però, risvegliò il gigante che non appena vide Jim si lanciò verso di lui. Il ragazzo cercò di nascondersi ma il peso della lama gli impediva di muoversi velocemente e ben presto si ritrovò di fronte al mostro. L’enorme mano del gigante calò su Jim, che cercò inutilmente di difendersi con la spada. Il mostro prese l’arma con le dita e la scagliò lontano, poi rivolse al ragazzo uno sguardo gelido e cercò di afferrarlo. Jim allora, col cuore che batteva come impazzito, si arrampicò su una montagna di monete e non appena fu faccia a faccia col gigante fece in modo che il mostro vedesse il proprio riflesso nello specchio. Nell’istante in cui questo vide la propria immagine si tramutò in una statua di pietra, proprio come il suo cuore. Il pavimento sotto ai piedi di Jim iniziò a tremare e il castello cominciò a salire lentamente verso la superficie del lago. Quando Jim uscì dal portone, l’acqua si era trasformata in una radura immensa e tutt’intorno c’era gente che si abbracciava tra lacrime di gioia. Il castello era circondato dai salici e il sole illuminava la distesa d’erba interrotta soltanto da un piccolo fiume.

Il popolo acclamò Jim come un eroe e il ragazzo scese le scale che ora separavano il portone dalla terra. In fondo alla gradinata lo attendeva una splendida giovane dai capelli dorati e dagli inconfondibili occhi blu, vestita di un abito argenteo. Quando la raggiunse, Jim le consegnò il piccolo specchio incantato ricevendo in compenso un caloroso abbraccio.

Dopo alcuni anni la regina e Jim si sposarono e governarono saggiamente il loro regno difendendolo dai malvagi. Da allora vissero tutti felici e contenti.

 

I disegni che raccontano fiabe

Il concorso Un Paese da Fiaba è terminato ma non sono terminate le soddisfazioni e le soprese che questo Concorso ci ha regalato.

Abbiamo pubblicato le fiabe finaliste e quelle vincitrici del nostro Concorso  Un Paese da Fiaba organizzato dal Comune di Padenghe sul Garda e dalla Biblioteca Comunale con la collaborazione di Fiabe in Costruzione;

Vi abbiamo fatto leggere bellissime fiabe, e ora vi mostriamo i disegni che raccontano fiabe; disegni che i bambini della scuola primaria di Padenghe hanno realizzato per il Concorso.

Ogni bambino ha partecipato al Concorso scrivendo una fiaba e facendo un disegno, e poi alcune fiabe sono state lette in aula e gli alunni hanno potuto commentarle dando consigli, e suggerimenti con grande collaborazione ed entusiasmo; mentre i più piccoli, che ancora non sanno scrivere, hanno disegnato le fiabe che alcuni   compagni più grandi hanno letto loro.

Una grande partecipazione di tutti gli alunni della scuola, che grazie al gruppo delle maestre della Scuola Primaria di Padenghe,  grazie alla loro passione e amore per il proprio lavoro – elementi che possono muovere le montagne – hanno realizzato un bellissimo laboratorio scolastico che ha  visto coinvolto non solo i bambini e le loro maestre, in un bellissimo lavoro di gruppo, ma  anche altre persone al di fuori dell’ambito scolastico, che hanno collaborato, portando le proprie esperienze professionali e di vita con le maestre  e i bambini.

Lo studio delle fiabe rientra nel programma scolastico della scuola primaria, e quale miglior occasione della partecipazione ad un concorso di fiabe, per fare diventare una materia di studio, un’attività  gratificante che è diventata una bellissima esperienza di condivisione: i nonni hanno partecipato con i propri nipoti alla creazione delle fiabe, e alcuni di loro sono andati in classe a raccontare i loro ricordi di vita,  raccontando la storia del Paese, – anche i giochi che si facevano una volta – una memoria storica importanti che i bambini hanno ascoltato incantati; una valorizzazione fondamentale del rispetto per la storia e per gli anziani che la storia l’hanno vissuta!

Il gruppo delle maestre della Scuola Primaria ha inoltre coinvolto l’Associazione Artisti di Padenghe, artisti che spesso hanno esposto le loro belle opere per le strade del Paese, e che hanno partecipato con grande generosità ed entusiasmo: i bambini sono stati divisi per classi e poi   – ottima occasione per visitare il paese -sono stati accompagnati  al lago, al nostro Castello o alla foce del Rì, il nostro fiume – conosciuto perchè è il fiume più corto del mondo – e lì, ogni artista ha spiegato la tecnica del disegno e l’uso del colore donando la propria competenza ed esperienza artistica.

Un’attività bellissima per tutti i bambini che ha coniugato bellezza, arte, cooperazione, rispetto per la nostra storia, passione e divertimento; un lavoro che merita di essere preso ad esempio e ci teniamo a ringraziare il Gruppo delle Maestre della Scuola  Primaria di Padenghe, oltre che per il loro splendido  lavoro,  perchè  hanno regalato al nostro Concorso una nuova e  bellissima gratificazione.

Ed ora, la parola ai disegni!

Il fantasma, la strega e gli incantesimi tecnologici – epilogo

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Lorenza Bianchi

Cosa farà la povera Ermengarda, fiera principessa longobarda figlia di Re Desiderio, per combattere l’incantesimo della strega? Una lotta tecnologica fra nickname, profili Facebook e App innovative.! Anche le streghe si adeguano! Ecco la seconda parte della bella  fiaba vincitrice, per la categoria Autori, del nostro bel  concorso  Un Paese da Fiaba 

Ancora complimenti alla sua autrice Lorenza Bianchi!

Il fantasma, la strega e gli incantesimi tecnologici

“I genitori scrissero tutti su Facebook chiedendo spiegazioni, ma Bennie –  aka Condora – fingendosi Adgar – e cioè Garda’s – rispose prontamente che aveva stabilito nuove regole e raccomandò di seguirle e di farle seguire attentamente anche ai propri figli. Quando Garda’s – aka Adgar – si accorse del problema trasalì, si mise le mani sul lenzuolo che la ricopriva dove avrebbero dovuto esserci i capelli, e poi pianse prima di dolore e poi di rabbia. Terminato l’attimo di sconforto si mise subito al lavoro. Impostò nuovamente il sito e Facebook, cambiò la password e poi comunicò a tutti i suoi seguaci che qualcuno aveva svolto un’azione di “phishing” e cioè si era impadronito della sua password, e poi era entrato nel suo profilo FB e nel suo sito e aveva modificato tutti i contenuti della sua App. Immediatamente i genitori e i ragazzi le risposero che nessuno di loro aveva creduto veramente che fosse stata lei a scrivere quelle cose, e colsero l’occasione per ringraziarla ancora una volta per tutto ciò che faceva per la comunità. La strega, leggendo quelle risposte si arrabbiò all’inverosimile e fu attraversata dall’antica invidia, la stessa che le aveva fatto decidere, molti anni prima, di trasformare Garda’s in un fantasma. Decise di giocare d’astuzia, creò un profilo su Facebook che chiamò “Sono una mamma speciale” e poi chiese l’amicizia a tutti gli amici di Garda’s – aka Adgar – tralasciando quest’ultima. In breve tempo, grazie anche a un trucco tecnologico, tantissimi genitori aderirono alla sua richiesta di amicizia. Bennie – aka Condora – a quel punto, iniziò a commentare e ad instillare un grande dubbio nei genitori: qualcuno sapeva chi fosse effettivamente Adgar? Chi era la persona che si nascondeva dietro a quel profilo? Qualche genitore l’aveva mai vista o conosciuta personalmente? Adgar stava diventando per tutti i bambini un punto di riferimento, e i genitori avrebbero dovuto incontrarla e parlare con lei. E la strega fu ancora più subdola: suggerì ai genitori di dedicarle una grande festa e di raccogliere dei soldi per regalarle un grande mazzo di fiori. Dato che aveva trasformato Garda’s in un fantasma invisibile agli occhi umani e destinato a vagare nel castello per sempre, sarebbe stata impossibile la sua partecipazione alla festa e, di conseguenza, Adgar avrebbe perso, agli occhi dei genitori, qualsiasi tipo di credibilità.

Bennie – aka Condora – tramite il suo profilo “Sono una mamma speciale” inviò dei messaggi a tutti i genitori raccomandando di non far sapere ad Adgar – aka Garda’s – della festa, in quanto avrebbe dovuto essere una sorpresa, non pensando che ogni rappresentante di classe avrebbe dato ad ogni allievo una busta da portare ai propri genitori per raccogliere i soldi per i fiori. E fu così che quando Ander chiese i soldi per la colletta alla propria madre, Garda’s venne a conoscenza del piano di “Sono una mamma speciale”. Dapprima si angosciò perché, in quanto fantasma, non avrebbe potuto presenziare alla festa e quindi non sarebbe stata più creduta né dai genitori e neppure dai ragazzi. Successivamente si chiese quale vantaggio traesse “Sono una mamma speciale” nel mettere in dubbio la sua identità, e chi si nascondesse dietro quel profilo. Pensò che molto probabilmente si trattava della stessa persona che aveva sabotato il suo sito internet e anche Facebook. Dopo un giorno e una notte di indagini approfondite scoprì la colpevole e decise di tenderle un tranello per renderla inoffensiva. Chi conosce il mondo delle streghe e dei maghi sa che il Gran Magano, capo di tutte le streghe, ogni trecentosessantacinque giorni, nella giornata di venerdì, premia tutte le streghe che nel corso dell’anno abbiano compiuto un grande maleficio. Garda’s – aka Adgar – finse di essere il Gran Magano e inviò una mail a Bennie – aka Condora –  nella quale si congratulò per l’ottimo lavoro svolto nel sabotaggio della “App della felicità”. Aggiunse poi di aver creato un premio apposta per lei che consisteva in una speciale pozione a base di spezie in grado di donare un’incredibile memoria. Specificò che la pozione si trovava presso le segrete del castello, ma affinché svolgesse rapidamente il suo effetto, sarebbe stato necessario berla tutta d’un fiato allo scoccare delle ore ventuno di quella stessa sera. La strega, che ormai data l’età era quasi senza memoria, non appena lesse il messaggio esultò e, dentro di sé, ringraziò il Gran Magano per averle fornito un’opportunità così preziosa. Garda’s – aka Adgar – sapeva che Bennie – aka Condora –  non reggeva l’alcool, perciò preparò un’abbondante dose di vino “Garda Classico Groppello”, cui aggiunse molto zucchero per aumentarne la gradazione alcolica, e vari tipi di spezie. La strega alle venti e cinquanta entrò nelle segrete direttamente dal finestrino e, con la sua scopa computerizzata, effettuò un atterraggio di tutto rispetto. Attese lo scoccare delle ore ventuno e ansiosa di ottenere una memoria prodigiosa, trangugiò rapidamente la “magica pozione” preparata dal fantasma che, nascosto in un armadio, seguiva con trepidazione la scena. Dopo aver bevuto, Bennie – aka Condora – emise un rutto pazzesco seguito da un singhiozzo rumoroso e poi stramazzò a terra svenuta. Garda’s – aka Adgar – passò attraversò l’armadio, raccolse da terra la scopa computerizzata e digitò con furia sul pc nel tentativo di collegarsi al computer principale della strega. L’operazione non riuscì subito, ci volle del tempo durante il quale, il fantasma, per la paura che la strega riprendesse i sensi, si mise a sudare così copiosamente da inumidire tutto il lenzuolo che lo ricopriva. Quando il sito si aprì Garda’s – aka Adgar – rimase a bocca aperta: scoprì che Bennie – aka Condora – non solo aveva congegnato un sistema per distruggere completamente la start-up della felicità, ma aveva creato un programma denominato “Le scatole del male” che aveva lo scopo di far scomparire i bambini e i ragazzi bravi. Il programma era virtuale e composto da tante scatole diverse, ma il progetto consisteva nel rendere reali le scatole e regalarle alle scuole, in modo che tutti i bambini e i ragazzi potessero accedervi. Ad esempio la scatola dei “Nasi finti” conteneva nasi di maiale e nasi di Pinocchio, e i bambini e i ragazzi che li avessero indossati sarebbero stati trasformati rispettivamente in maiali costretti a rotolarsi nel fango per sempre, e in burattini di legno uguali a Pinocchio obbligati a raccontare solo bugie. C’era anche la scatola dei “Dolci ingrassanti” colma di pasticcini apparentemente normali, ma se solo un bambino o un ragazzo ne avesse assaggiato uno, avrebbe avuto fame di dolci per tutta la vita e con il tempo sarebbe diventato una persona obesa, ma così obesa da non riuscire a passare neppure più dalla porta. Per non parlare della scatola dei “Finti videogiochi”: sarebbe stato sufficiente giocare una sola volta con un finto videogioco per dimenticare tutta la storia e la geografia imparate sino a quel momento. Il peggio era sicuramente rappresentato dalla finta lotteria: chi avesse aperto i biglietti della lotteria gratuiti non sarebbe più stato capace di leggere un libro, in questo modo i bambini e i ragazzi, sarebbero rimasti ignoranti e si sarebbe potuto raccontare loro ciò che si voleva e questi ci avrebbero creduto. L’ultima scatola conteneva delle poltrone di plastica gonfiabili, i bambini e i ragazzi che le avessero gonfiate e si fossero seduti sopra sarebbero rimasti incollati con la schiena ed il sedere e, con il tempo, i muscoli sarebbero scomparsi del tutto, impedendo loro persino di camminare! Il fantasma cancellò in un battibaleno tutto quanto e si affrettò a cercare la formula che gli avrebbe consentito di trasformarsi nella bella ragazza dei tempi precedenti al sortilegio. Quando l’ebbe trovata recitò le parole magiche e, come per incanto, il lenzuolo si dissolse e lei si ritrovò di nuovo… umana. Garda’s – aka Adgar – provò una strana sensazione: pochi istanti prima era trasparente e senza peso ed ora, invece, poteva vedere e toccare il proprio corpo.

Si avvicinò ad uno specchio per verificare il suo aspetto, ma proprio in quel momento la strega emise un rantolo e la ragazza, per la paura che ritornasse in sé, cercò nel computer una formula che la rendesse innocua. Ne trovò una che avrebbe trasformato Bennie -aka Condora – in sottili goccioline di pioggia; si apprestò a recitare la formula magica, ma proprio mentre stava per pronunciare le due ultime parole, la strega emise uno starnuto fortissimo, rinvenne e si rialzò. Resasi conto di ciò che stava per succedere, afferrò il pettine che aveva tra i capelli e fece per scagliarlo in direzione di Garda’s: se fosse riuscita a colpirle la bocca il sortilegio non avrebbe sortito effetto. La ragazza, però, riuscì a terminare la formula, e il pettine, ormai vicinissimo alle sue labbra, fece un’improvvisa inversione a “u”, raggiunse Bennie – aka Condora – ed evaporò insieme a lei. Garda’s si sentì pervadere da un enorme senso di sollievo mentre osservava le goccioline innalzarsi verso il cielo, poi però, si mise a tremare all’idea di quello che sarebbe potuto succedere se la strega avesse attuato il suo piano. Si soffermò a guardare il suo corpo e si rese conto che, finalmente, avrebbe potuto vivere senza un ingombrante lenzuolo addosso, ma soprattutto, avrebbe potuto lasciare il castello e ciò le avrebbe permesso di conoscere la gente. Era stanca di avere amicizie solo virtuali ed inoltre pensava fosse sciocco comunicare attraverso un computer quando esisteva la possibilità di guardare negli occhi le persone, osservarne le espressioni del viso e, a volte, poterle persino abbracciare! L’antica pendola scandì ventidue rintocchi e, dato che la festa indetta dai genitori in suo onore avrebbe avuto luogo il giorno seguente, si rese conto di avere a disposizione pochissimo tempo per trasformare i suoi vestiti e la sua elaborata acconciatura. La ragazza tolse le forcine dalle trecce che le incorniciavano il capo, sciolse i lunghissimi capelli e, ispirandosi ad un taglio moderno che aveva visto su una delle riviste della madre di Ander, li accorciò all’altezza delle spalle e li scalò leggermente. Poi, con l’aiuto della macchina da cucire, trasformò i suoi vestiti che nonostante l’età, (risalivano al 760), erano ancora in perfetto stato.  Dall’ampia gonna ricavò un bel vestito, e con la camicetta ricamata realizzò un’elegante stola. Il giorno successivo tutto andò alla perfezione, Garda’s ricevette molti onori ed anche un’entusiasmante proposta di lavoro nell’ambito dell’informatica, ma quel che più le fece piacere fu la possibilità di conversare con le persone e stringere loro le mani, poiché nessuna chat e nessun telefono può e potrà sostituire il contatto umano! Il sole fu presente per buona parte della giornata, ma nel tardo pomeriggio una nuvola, dalla stessa forma del pettine della strega Bennie, lo coprì parzialmente e subito dopo caddero delle sottili goccioline di pioggia. Un bambino chiamò la mamma, indicò il cielo e disse: -Guarda mamma, c’è il sole eppure piove, vuol dire che si sta pettinando una strega! – Garda’s sorrise tra sé e pensò che quel bambino aveva proprio           ragione.


                                          Fine

 

 

 

Il fantasma, la strega e gli incantesimi tecnologici

fiaba definitivo

Lorenza Bianchi

Il nostro bel Concorso Un Paese da Fiaba – organizzato dal Comune di Padenghe sul Garda, con la Biblioteca Comunale e la collaborazione di Fiabe in Costruzione ci sta accompagnando in questa calda estate, con le sue bellissime fiabe.

Vi abbiamo raccontato le storie di castelli, magie , streghe e incantesimi, e oggi, rullo di tamburi, siamo arrivati alla fiaba vicitrice, prima classificata per la Categoria Autori 

“Il fantasma, la strega e gli incantesimi tecnologici” ; anche le fiabe sanno adattarsi ai nostri tempi moderni e raccontare di streghe e terribili incantesimi  ai tempi dei computer, Facebook, e innovative App! Una bella fiaba originale e diversa, il bellissimo connubio creatività e fantasia,  che porta la magia delle fiabe nei nostri tempi moderni, che di fiabe ne hanno proprio bisogno!

Complimenti all’autrice Lorenza Bianchi, vincitrice, per la categoria Autori, del Concorso un Paese da Fiaba!

Il fantasma, la strega e gli incantesimi tecnologici – prima parte

C’era una volta uno splendido castello abitato da Desiderio, Re dei Longobardi, e dalla figlia Ermenegarda. Quest’ultima era una fanciulla dolce e gentile con gli occhi dello stesso azzurro dell’acqua del lago di Garda. La ragazza adorava il lago e i prati che lo circondavano e, per una strana e misteriosa ragione, era convinta di aver vissuto in quei luoghi ancora prima di nascere e sentiva di appartenervi. Questo fu il motivo per il quale il padre abbreviò il suo nome in: Garda’s. Tutti amavano la fanciulla, ad eccezione della strega Bennie – la strega si chiamava proprio come il mostro che popola le acque del lago – che, invidiosa del fascino della ragazza, quando questa compì diciotto anni, la trasformò in un fantasma destinato a vagare per sempre all’interno del castello. La strega per far credere a tutti che Garda’s fosse annegata, gettò i suoi vestiti nel lago e li fece galleggiare; un pescatore li trovò e li portò al padre. Il Re diede la figlia per morta e, insieme a tutti i sudditi, ne pianse a lungo la scomparsa. Trascorsero molti anni, Re Desiderio morì e a lui successero altri regnanti e poi varie repubbliche. Garda’s continuava ad essere un fantasma che viveva nel castello e sfruttava la proprietà di essere invisibile per poter aiutare gli altri. Bennie, invece, era diventata una strega triste ed annoiata. Ultimamente la sua memoria la tradiva e quando doveva compiere qualche maleficio le succedeva spesso di scambiare le formule con le pozioni. Aveva provato ad annotarle su un diario, solo che poi scordava dove l’aveva riposto. Anche la sua scopa non era più affidabile: aveva poca accelerazione, stentava a decollare, e per di più non reggeva lunghi percorsi. Questo le impediva di raggiungere le altre streghe quando si riunivano in posti lontani. Tutto ciò la faceva sentire terribilmente isolata.

Un giorno, però, lesse un articolo dove apprese che con l’uso di Internet e di Facebook sarebbe stato facile tenersi in contatto con le colleghe ed eventualmente scambiare con loro alcune ricette. Inoltre, se avesse imparato ad usare il computer, avrebbe archiviato, e quindi ritrovato senza problemi, le formule e anche le pozioni. Approfondendo l’argomento scoprì che, montando sulla sua scopa un mini pc collegato al suo computer principale, non solo la scopa sarebbe diventata più potente, ma avrebbe potuto usufruire anche di uno speciale navigatore in grado di decifrare le mappe interstellari per le streghe. Bennie trovò tutto ciò geniale; si trasformò immediatamente in una signora di mezz’età e si iscrisse ad un corso d’informatica per principianti organizzato dalla Biblioteca del paese. L’informatica la appassionò a tal punto che, terminato il corso per principianti, s’iscrisse al corso per intermedi e successivamente anche a quello per avanzati. In poco tempo si trasformò in un’esperta e costruì un sito internet che suscitò l’invidia di tutte le altre streghe. Nel sito Internet inserì anche uno shopping on-line dove vendeva ingredienti particolari, quali: polvere di ali di pipistrelli, lingue di rospo e code di lucertola, utili per la realizzazione di pozioni magiche e normalmente introvabili nei negozi. Ma Bennie non fu l’unica ad occuparsi d’informatica, anche Garda’s divenne un’esperta.

Il castello dove il fantasma vagava era composto rispettivamente da un’area antica rimasta invariata nel tempo e perciò meta di turisti spesso tedeschi, ed un’altra zona, più recente, formata da un insieme di abitazioni. In una delle case abitava Ander, un ragazzino sensibile che amava la natura. Il vero nome di Ander era Andrea, ma lui si faceva chiamare così perché nutriva un amore particolare per il vento Ander, dal quale si faceva trasportare con il suo wind surf ogni volta che, di pomeriggio, cavalcava le onde del lago di Garda. Quando il ragazzo tornava da scuola, il fantasma, senza mai manifestare la propria presenza, gli stava vicino e lo aiutava soprattutto nello svolgimento dei compiti. Ad esempio: quando Ander cercava di risolvere qualche problema di matematica e non riusciva, Garda’s sottolineava sul libro il passaggio che gli avrebbe consentito di raggiungere la soluzione e poi, approfittando di un attimo di distrazione del ragazzo, glielo spostava vicino in modo che lui lo vedesse. E quando Ander doveva studiare storia, il fantasma, che la storia l’aveva vissuta per davvero, gliela rendeva più facile e gradevole facendogli trovare, infilati nel libro, degli appunti che riportavano aneddoti divertenti realmente successi. Il ragazzo ripeteva gli aneddoti a scuola e l’insegnante, che non li conosceva, si congratulava con lui. Garda’s amava tutte le persone, e in modo particolare i ragazzi, ma per via della sua invisibilità non poteva comunicare con loro, ed allora, per conoscere meglio i loro desideri e le loro necessità, imparò ad usare Facebook. Creò il profilo Ardag, ottenuto anagrammando una parte del suo nome, e in breve tempo conquistò l’amicizia di molte persone ritrovandosi a chattare spesso anche con i compagni di Ander, cogliendone i lati del carattere e del comportamento. Purtroppo scoprì che i ragazzi di quell’età erano tristi, annoiati e soprattutto sedentari: quando avevano tempo libero anziché uscire a giocare, stavano in casa incollati al televisore, al computer o al telefonino. Garda’s si rese inoltre conto che spesso erano lasciati soli perché i genitori lavoravano sempre di più, e quando arrivavano a casa erano talmente sfiniti da non riuscire a dedicare tempo ai figli. Dopo lunghi ripensamenti su come risolvere la situazione, decise di elaborare la “App della felicità”: attraverso la redistribuzione del tempo e del denaro i genitori avrebbero lavorato meno e guadagnato tutti in modo ragionevole, ciò avrebbe permesso loro di giocare con i figli trascorrendo insieme anche del tempo all’aria aperta.

Il fantasma si mise subito all’opera: di giorno appuntava su un foglio i passaggi necessari per la realizzazione dell’App e durante la notte usava il computer di Ander per trascriverli ed elaborarli. Una notte però, il suo segreto corse il rischio di essere svelato: il ragazzo si svegliò improvvisamente e vide il computer illuminato con la tastiera che si muoveva da sola ad una velocità folle, si spaventò ed urlò come un forsennato. I genitori accorsero subito e lo rassicurarono spiegandogli che sicuramente si era trattato di un incubo. Garda’s – aka Ardag – che nel frattempo si era fatta molti amici su Facebook, aprì una pagina e “postò” il significato della “App della felicità” e il “link” del sito Internet dove poterla scaricare gratuitamente. Ricevette davvero molti complimenti dai genitori dei compagni di Ander che caricarono la sua App gratuita sul pc e sui telefonini e misero in pratica i consigli per poter vivere meglio sia sul lavoro, sia con la propria famiglia. Anche i ragazzi seguirono i giochi da lei proposti e, grazie a ciò, impararono molte cose. Garda’s – aka Arda – pubblicò su molti portali, anche internazionali, la “App della felicità”. In breve tempo le sue idee divennero “virali” e giunsero così anche all’orecchio di Bennie, la quale decise d’intervenire per evitare che la gente fosse felice.

Qualche tempo prima la strega era rimasta letteralmente folgorata dalla storia del più grande hacker – pirata – informatico e cioè Kevin Mitnick, detto “Condor” e aveva deciso d’ intraprendere la sua stessa strada. Aveva imitato l’hacker in tutto e per tutto, al punto da farsi chiamare, nome in codice: “Condora”.

La strega, attraverso la sua bacchetta magica, riuscì a sapere che dietro Ardag si celava Garda’s e, gelosa del successo che riscuoteva, decise di distruggere il suo lavoro. Entrò prima nella sua App, poi nel suo sito, e infine nel suo profilo FB e li stravolse totalmente. La cosa più grave riguardò il cambiamento delle regole della “App della felicità”, al punto tale che i genitori insorsero quando, il giorno seguente, lessero esattamente il contrario di ciò che era stato scritto fino ad allora.

Ecco le nuove regole della strega per i genitori:

 

  • Lavorare senza passione e solo per incassare denaro
  • Maltrattare il/i bambino/i
  • Sgridarlo/i senza motivo
  • Trascorrere il proprio tempo libero davanti alla televisione
  • Fare differenze tra un figlio ed un altro
  • Fumare in presenza del/i bambino/i
  • Non cucinare e far mangiare al proprio /i figlio/i solo cibo spazzatura
  • Andare a spasso o in discoteca lasciando solo/i il/i proprio/i figlio/i
  • Dire agli Insegnanti che il/i proprio/i figlio/i ha/hanno sempre ragione
  • Parlare male del/dei proprio/i figlio/i in presenza dei compagni di classe o degli amici
  • Ripetere in continuazione al/ai proprio/i figlio/i che non capisce /capiscono nulla
  • Istigare il/i proprio/i figlio/i a picchiare i compagni
  • Convincere il/i proprio/i figlio/i a non condividere nulla di ciò che possiede/possiedono con chi è meno fortunato
  • Mescolare la pattumiera mettendo nello stesso sacco l’umido con la plastica o la carta con la plastica
  • Inquinare l’acqua del lago gettando l’olio della frittura nel lavandino
  • Lasciare i rifiuti ingombranti nei prati anziché smaltirli presso la piattaforma ecologica

Mentre queste erano le nuove regole della felicità per i bambini:

  • Andare a scuola il meno possibile o non andarci affatto
  • Rispondere male agli insegnanti
  • Non studiare
  • Non recarsi mai in biblioteca
  • Non leggere mai libri e neppure giornali
  • Guardare la televisione tutto il giorno oppure giocare con i videogiochi, senza mai fare i compiti
  • Alzarsi in continuazione durante il pranzo e la cena e giocare con il cellulare
  • Mangiare solo patatine fritte, merendine e bere solo bibite gassate
  • Non mangiare mai frutta, e neppure verdura
  • Fare gare di rutti a tavola
  • Rispondere male ai genitori e agli insegnanti
  • Non sparecchiare la tavola
  • Non rifarsi il letto e mettere in disordine il più possibile la cameretta
  • Non fare mai la doccia e non cambiarsi mai i calzini e le mutande
  • Essere sempre tristi e scontenti
  • Fare i dispetti e picchiare gli amici e i compagni
  • Fare dispetti a tutti gli animali, oppure ucciderli
  • Gettare le carte e i chewingum per terra

fine prima parte.

Il soave canto di Gertrude

IMGP1988

Simo Nygren

Il castello, il lago e la strega: questi erano i tre elementi che dovevano essere raccontati nelle fiabe che hanno partecipato al concorso Un paese da Fiaba; il concorso organizzato dal Comune di Padenghe sul Garda, dalla Biblioteca Comunale con la collaborazione di Fiabe in Costruzione.

Un’occasione per promuovere la cultura, la scrittura e le fiabe, un patrimonio importante della nostra tradizione e per promuovere il nostro bel paese, con il suo dolce lago, il suo bel castello e la sua storiae nelle fiabe  non può mai mancare la Strega!

Anche oggi vi raccontiamo la fiaba di un castello  che sorgeva poco distante dal lago e che era  pervaso da una strana malia “Da quel castello, di notte, si sentivano levare lamenti spaventosi, pianti di un’anima in pena, grida, strepiti e gemiti senza fine. “

Il soave canto di Gertrude è la bella  fiaba, scritta da Giovanni Quaresmini, appassionato scrittore a cui facciamo davvero tanti complimenti,  che si è aggiudicata la seconda posizione nella classifica Autori.

Chi  potrà vincere  il terribile incantesimo della Strega che vive nel Castello?

Il soave canto di Gertrude

In quel castello, che sorgeva poco distante dal lago, le rondini non costruivano il loro nido e anche gli altri uccelli se ne stavano alla larga.

Nessun volatile si azzardava a sorvolare quel maniero che, all’apparenza, sembrava invitante.

La rocca assumeva così l’aspetto di una costruzione avvolta da un’atmosfera di sconforto e di solitudine.

Il castello era piantato sopra uno sperone di roccia che sembrava un meteorite piombato in quel luogo dall’abisso dell’universo, ma era circondato da un terreno così fertile che, man mano che digradava verso la riva del lago, gli alberi vi verdeggiavano assumendo dimensioni gigantesche.

Ma anche tra quelle piante regnava un silenzio affranto, sospeso, impenetrabile.

Da quel castello, di notte, si sentivano levare lamenti spaventosi, pianti di un’anima in pena, grida, strepiti e gemiti senza fine. Solo alle prime luci dell’alba cessavano, ma allora sul quel luogo calava un silenzio che sembrava ancor più insopportabile.

Era un silenzio carico d’angoscia che neppure la luce del giorno riusciva a dissolvere.

Ma a rendere ancora più inquietante la scena contribuiva un altro aspetto allarmante.

La strada che conduceva verso il ponte levatoio per entrare nell’androne del castello era costellata da statue di gesso: per lo più rappresentavano uomini, ma non mancavano le donne e i bambini. Si raccontava che si trattasse di persone in carne ed ossa che, all’improvviso, erano state trasformate in statue prima di raggiungere l’ingresso del castello.

 Anche tra quelle statue regnava un silenzio irreale. Le persone erano state bloccate nell’ultimo gesto che precedeva la loro trasformazione. Era proprio un mistero quello che permeava quel castello.

Ed erano sempre di più coloro che narravano una strana storia secondo la quale tra quelle mura viveva un principe che una strega cattiva aveva imprigionato con un maleficio di cui però nessuno conosceva né le ragioni, né le modalità con le quali era stato portato a termine.

Quella strega, a volte, si sentiva sghignazzare sulle mura del castello richiamando l’attenzione di qualche passante che se ne guardava bene dall’avvicinarsi.

In certe giornate, però, si spandeva tutt’intorno al castello una musica suadente, meravigliosa che invitava a correrle incontro come per assaporarla ed esserne avvolto. Chi l’ascoltava per qualche tempo ne rimaneva così ammaliato da precipitarsi verso il luogo dal quale proveniva, ma giunto in prossimità del ponte levatoio veniva trasformato in una statua di gesso.

Di conseguenza, l’atmosfera che vi regnava era perennemente costituita da un clima di solitudine e di perdizione che veniva immediatamente percepito da chiunque vi si avvicinasse. Da tanto tempo durava quella strana malia.

Gli abitanti del luogo non sapevano proprio come farvi fronte. Erano stati in parecchi ad escogitare i piani più diversi, ma nessuno era andato a buon fine, anzi coloro che avevano tentato una qualche sortita erano stati tutti trasformati in statue di gesso.

Quando l’imperatore Federico Barbarossa, si trovò a passare da quei paraggi per recarsi nel feudo di un suo vassallo, furono in parecchi a corrergli incontro per avvisarlo della pericolosa malia di quel luogo, così decise di girargli alla larga. Lo fece a malincuore perché quel castello era proprio affascinante. La sua architettura slanciata, le sue pietre ben squadrate e lisce, le alte torri coniugavano la monumentalità all’eleganza.

Di conseguenza, decise di accamparsi poco distante, al limite di un bosco che sorgeva in riva al lago. Gli altissimi alberi conferivano alle acque lacustri le più diverse tonalità di verde che, nell’azzurro, sembravano ondeggiare come arazzi.

L’imperatore Federico Barbarossa, da buon militare, decise di mandare un drappello di soldati all’assalto del castello verso il ponte levatoio, perché pensava che le armature li avrebbero protetti.

Ma quale fu la sua sorpresa quando si accorse che uno dopo l’altro furono tutti trasformati in statue di gesso. Soltanto i cavalli, ancora imbizzarriti per l’inspiegabile evento, dopo aver disarcionato i cavalieri, tornarono al galoppo elevando fortissimi nitriti di sgomento. Convocò anche un consiglio di guerra, ma neppure i suoi generali abituati a risolvere le situazioni con spade, lance e giavellotti furono in grado di dare consigli utili.

La strana vicenda che teneva fermo addirittura il Barbarossa in quel luogo, passando di bocca in bocca, venne all’orecchio di una famiglia di pescatori che abitava in una grotta sotto un dirupo a strapiombo sul lago. Il capofamiglia, un uomo abilissimo nel gettare le reti per prendere i pesci, era sposato con una donna di origini finlandesi. Da lei aveva avuto una bambina bellissima dai capelli biondi come l’oro e gli occhi bruni. Gertrude era il suo nome. La bambina quando cantava riusciva ad incantare gli ascoltatori con la sua voce angelica, dai gorgheggi che sembravano eterei.

 Persino gli uccelli stavano ad ascoltarla e il bosco acquistava risonanze più fonde e, allo stesso tempo, più limpide quando la sua voce si spandeva nell’aria tersa. Quando cantava intorno a lei calava un profondo silenzio, ma non era un silenzio angosciante come quello che avvolgeva il castello. Si trattava di un silenzio carico di limpidezza e di gioia creaturale.

Infatti, i fiori iniziavano a sbocciare, gli alberi avviavano l’apertura delle gemme, gli animali fraternizzavano ed ascoltavano rapiti. Era proprio un silenzio di luce.

Ad un generale del seguito di Federico Barbarossa, che si era imbattuto per caso in quella fanciulla mentre cantava, venne l’idea di portarla all’accampamento. Anche l’imperatore rimase affascinato dal suo canto melodioso. Ad un altro generale del seguito venne l’idea di farla avvicinare al castello per vedere l’esito dell’incontro tra quella sua voce soave che rapiva in senso creaturale e quella musica suadente che attraeva verso il castello per trasformare le creature in statue di gesso. Voleva constatare tra il silenzio luminoso che procurava l’una rispetto al silenzio angosciante che scaturiva dall’altra, quale dei due avrebbe prevalso.

Ebbene, quando il canto di Gertrude e la musica propinata dalla strega si incontrarono lungo le onde sonore propagate dall’aria si vide una sorta di rapidissimo scintillio tra terra e cielo che via via si propagò verso il castello. Era come se la musica si ritraesse nella dolcezza dell’urto con il canto carezzevole della fanciulla fino a scomparire.

Nello stesso tempo accadde qualcosa di prodigioso: in cielo comparve uno stormo di rondini che recavano nel becco una piccola rosa. Ed ecco che, giunte sopra il castello, ciascuna rondine, dopo una piccola virata, vi lasciava cadere la propria rosa. Lo spettacolo era davvero strabiliante. Centinaia e centinaia di rose sembravano galleggiare nell’aria volteggiando al canto di Gertrude, mentre tutt’intorno si spandeva un profumo soave da mille e una notte. Le mura del castello ne furono sommerse perché al primo stormo di rondini ne sopraggiunsero numerosi altri. Subito dopo il ponte levatoio si abbassò mentre dalle statue di gesso riprendevano vita coloro che vi erano stati immobilizzati. Tutti si diressero all’entrata del castello mentre la strega non sapeva più da che parte scappare.  Ma venne subito presa e gettata in fondo al pozzo la cui apertura fu immediatamente richiusa con una pesantissima botola. Solo allora comparve, scendendo dalle scale del salone, il principe accompagnato da un piccolo stormo di rondini che gli volteggiavano intorno.

Il canto di Gertrude aveva rotto quel malefico incantesimo che soltanto un cuore innocente di una fanciulla dalla voce soave aveva potuto vincere.

In quello stesso giorno arrivarono dal lago, sospinte da vele d’oro, numerose barche a vela. Erano quelle del padre del principe, sovrano di quelle terre, per investitura dell’imperatore Federico Barbarossa che tornava da un lungo viaggio dalle terre più estreme d’Oriente.

In quel borgo si fece festa per una settimana. Vi partecipò anche l’imperatore con i suoi notabili. L’imperatore Federico Barbarossa avrebbe voluto che Gertrude lo seguisse, ma il cuore della fanciulla apparteneva al principe che aveva salvato dal sortilegio e che si era subito invaghito di lei.

Del resto   il principe Giovanni, dopo aver vissuto per anni nel limbo di quel maleficio, era tornato a nuova vita. Dopo quella disavventura era in grado di assaporare ogni felicità grande e piccola con occhi diversi e sapeva ormai di dover stare attento alle trappole che preparano i malvagi. In quel castello sul lago, il principe Giovanni e Gertrude vissero lunghi anni felici ed ebbero numerosi figli e figlie che allietarono i loro giorni.

Piantarono alberi e alberi in modo che il canto di Gertrude percorresse di ramo in ramo tutta la regione accompagnando i voli degli uccelli dai mille colori.

Ancor oggi vicino a quel castello, se si tende l’orecchio mentre volano le farfalle, si può udire quel canto meraviglioso che, di sera, sembra innalzato verso il cielo da stormi di lucciole festose.”             

La leggenda di Tempusfugit – epilogo

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Vanni Camurri

Proseguono le avventure di Gualtiero, valoroso cavaliere che ha combattuto nelle crociate; ecco l’epilogo della Leggenda di Tempusfugit, la fiaba che si è aggiudicata la terza posizione per la  categoria Autori, al nostro bel Concorso  Un Paese da Fiaba organizzato dal Comune di Padenghe sul Garda, con la Biblioteca Comunale e la collaborazione di Fiabe in Costruzione.

Ancora complimenti al suo autore Vanni Camurri

La leggenda di Tempusfugit

“Gualtiero tornò lentamente sulle rive del lago meditando sulle parole dell’herbaria: se non aveva voluto dire di più non poteva darle torto: era una donna sola ed indifesa, senza protezione contro un’eventuale vendetta della dama di Glorenza, in ogni caso era sulla pista giusta, ne avrebbe parlato con Neri di Manerba e decise di pendere la strada del ritorno. Sostò alla fonte presso cui aveva incontrato il pellegrino, si dissetò e quando rialzò il capo rivide il sant’uomo.

«Dio ti salvi guerriero della croce».  Lo salutò questi.

«Chi siete, di grazia, messere?».

«Un messaggero… per aiutarti a terminare l’impresa cui sei chiamato».

Il pellegrino si tolse il mantello da crociato restituendolo a Gualtiero: «prendilo, ti servirà a vincere il gelo che ti attende; ora torna alla tua dimora, cerca l’olivo piantato da Santo Francesco e cogline il frutto, cerca la radice di mandragora, uniscili e fanne un unguento, poi recati dove sai e quando Dama Samblana di Glorenza si rivelerà, offriglielo; all’ultimo dovrai unire un ingrediente segreto e, se sarai coraggioso, libererai questa regione dalla malvagità di quell’anima perduta. Non parlarne con alcuno, resta celato e fai quanto ho detto».

«E quale sarebbe l’ultimo ingrediente?».

Gualtiero non ebbe tempo di terminare la domanda che il pellegrino era scomparso. Ancora una volta avrebbe dovuto affidarsi al proprio intuito e alla sua buona stella.

Fece comunque secondo le parole del sant’uomo.

Tornò alla sua dimora e nei giorni successivi si recò sull’isola del Benaco presso un piccolo eremo abitato dai seguaci del santo d’Ascesi che gli indicarono un vecchio Olivo. Ne colse i frutti e quindi si mise alla ricerca della radice di mandragora. Prese con sé un cane nero, indispensabile per raccoglierne la radice, così simile al corpo umano.

Cercò nei campi incolti, aridi e lungo le siepi, ben attento a non confondersi con la borraggine. Finalmente scovò la pianta dalle foglie oblunghe e rugose, dai fiori violacei e con piccole bacche color della zucca. La legò alla base col guinzaglio del cane, lasciandolo poi libero di correre. Secondo i libri degli antichi la radice, venendo alla luce, avrebbe emesso un doloroso lamento che avrebbe ucciso la creatura che l’aveva portata allo scoperto. Fortunatamente non avvenne nulla del genere: il cane scorrazzò felice per il campo e alla fine tornò da lui per ricevere la sua razione di carezze; Gualtiero giudicò quell’avvenimento beneaugurante.

Recuperò la radice, la ripose nella sacca che portava alla cintola e tornò sui suoi passi per riconsegnare prima di tutto il simpatico cane al pastore che glielo aveva affidato; l’animale era stato un ottimo compagno e gli sarebbe piaciuto averlo sempre con sé.

In seguito seccò la radice, spremette i frutti dell’olivo benedetto e lavorando con pazienza al mortaio preparò l’unguento, sempre pensando a come avrebbe potuto inserire, all’ultimo, un ingrediente sconosciuto. Ora non restava che attendere il giorno propizio.

Il bel tempo sembrava non finire mai ed ebbe modo di salire all’abatiola di Maguzzano dove si affidò alle preghiere dei santi frati benedettini, si confessò e volle trascorrere una veglia d’armi, come quando era stato investito cavaliere ed era partito per la Terrasanta.

 E venne il giorno del sole pidocchioso e del vento assassino: nubi alte e sottili avevano preso possesso del cielo offuscando il sole, rendendo il suo splendore evanescente e lattiginoso. Un vento freddo da nord spazzava pianura e colline, piegando siepi e cime degli alberi; anche il lago sembrava soffrire quel clima: le sue acque avevano assunto il colore della giada e dell’olivo, appena increspate da onde piccole e nervose.

Gualtiero annusò l’aria del mattino e decise che il momento della verità era giunto. Indossò il mantello, cinse la spada, montò a cavallo, mormorò una preghiera sotto la barba e diede di sprone. Legata alla cintura aveva la preziosa ampolla con l’unguento che aveva preparato. Lasciò andare il cavallo, ma lo sentiva nervoso e si limitò a condurlo con leggeri tocchi delle ginocchia per rassicurarlo. Giunse infine alla collina di Montdragon, salì l’erta arida e sassosa, spazzata da un vento gelido e impetuoso; giunto sul crinale fermò il cavallo e scese: oltre si scorgeva l’imboccatura della valle delle streghe, oscura e desolata; il luogo stesso in cui era giunto era inospitale e senza alcun segno di vita.

Il vento aumentò d’intensità raggelando terra ed aria. Gualtiero si guardò attorno e l’unica cosa con un’apparenza di vita erano le froge del suo cavallo i cui sbuffi subito si condensavano in nuvolette di vapore, poi, all’improvviso, comparve un gatto completamente nero, solo la testa era bianca: una livrea inquietante che non aveva mai visto. Il gatto lo fissò per un lungo momento poi, come era comparso, svanì. L’atmosfera era come sospesa e Gualtiero intuì che l’incontro con la dama di Glorenza era prossimo.

Cadde qualche fiocco di neve, volteggiando rapido nel vento rabbioso. Si guardò nuovamente attorno, inquieto, finché, come fossero spuntate dal nulla, vide dinnanzi a sé due graziose bambine; vestivano tunichette azzurrognole e cangianti come i nevai d’alta quota, capelli biondi sottili come paglia, occhi azzurri, acquosi, quasi bianchi; gli parve che non lo vedessero, quasi fossero cieche o assorte in una visione evanescente.

«Cosa cerchi cavaliere?». Gualtiero sussultò: non solo le piccole erano identiche, certamente gemelle, ma parlavano all’unisono suscitando echi misteriosi che il vento disperdeva.

«Chi siete?». Domandò a sua volta Gualtiero, vacillando come se l’atmosfera in cui si trovava gli suggesse l’energia vitale. Sempre all’unisono le bambine risposero e le loro parole, portate dal vento parvero replicarsi mille volte, giungendo a Gualtiero da ogni dove.

«Siamo le Eguales, ancelle di Samblana; cosa cerchi cavaliere?».

«Parlare con la vostra signora».

«Non importa quel che tu vuoi, solo quello che la nostra signora vuole è importante».

La nevicata era aumentata d’intensità e i fiocchi turbinavano riducendo la visibilità; le bambine erano immobili, silenziose, irreali; il gelo aumentò all’infinito e i fiocchi, mulinando vorticosamente, formarono una figura umana. E Samblana apparve.

Sul viso, seducente, spiccavano gli occhi, freddi eppur dal lume intenso e la bocca, d’uno scarlatto affascinante e al contempo tempo sgradevole.

«Cosa ti porta qui, cavaliere?».Quelle parole colpirono Gualtiero come se fosse stato trafitto da candelotti di ghiaccio, ma pure la risposta gli fluì dalle labbra come suggerita da un sapere lontano.

«Venire a patti con te, sai chi sono?».

«Colui che ha ucciso il drago che avevo evocato per punire questa gente malvagia; cosa ti fa pensare che ora non ucciderò te allo stesso modo?».

Gualtiero rise sonoramente, pur se tremava di paura e per il gelo: «Se era in tuo potere lo avresti già fatto: tu mi temi come io temo te».

«Ti posso spezzare con un sol gesto, nessuno ostacolerà la mia vendetta su Neri di Manerba perché nessuno come lui mi ha offesa: rapirò sua figlia Samiel e le Eguales diverranno tre, sorelle in un destino peggiore della morte, vita non vita, senza gioia e il fremito di un’emozione, di un affetto». Gualtiero sussultò di sdegno, eppure un piano affiorò nella sua mente:

«quel che farai con Neri non mi importa, voglio proporre una tregua, un patto tra me e te, per questo ti ho portato un dono», e così dicendo mostrò la preziosa ampolla.

«Vuoi comprarmi?», commentò sarcastica Samblana ridendo sinistramente, e riprese: «E cosa avresti di tanto raro e inestimabile? Nulla mi serve: col mio potere posso dominare tempo e materia».

«È il più prezioso dei miei unguenti; non v’è regina o principessa che pagherebbe qualsiasi cifra o concederebbe qualunque privilegio pur di accaparrarselo».

Maga o no Samblana era pur sempre una donna e parve lusingata: «stendi tu l’unguento sul mio volto, se aggiungerà qualcosa alla mia bellezza parleremo della tua proposta». Si trattava di una richiesta inusuale e bizzarra che celava certamente un inganno, ma ormai Gualtiero non poteva tirarsi indietro… e non sapeva ancora quale altro componente doveva aggiungere all’unguento di mandragora: era sconfitto su tutta la linea! Ugualmente si avvicinò alla maga. Alle sue spalle le Eguales parlarono:

«attento cavaliere, se hai parlato mentendo, toccando la signora morrai all’istante».

Come folgorato Gualtiero comprese qual era l’ingrediente mancante: mettere in gioco la sua vita per portare pace alle genti del lago ed evitare a Samiel un futuro sventurato.

Sorrise: non aveva esitato partendo per la Terrasanta, perché avrebbe dovuto farlo ora?

Con coraggio si tolse i guanti, emulsionò sulle mani l’unguento, si avvicino a Samblana tracciandole con decisione un segno di croce sulla fronte. Incredula la maga si rese conto in un solo istante, breve ed eterno, di aver perso ogni potere: la sua figura si sfaldò in fiocchi di neve che il vento disperse mentre le labbra scarlatte si spalancarono in un grido silenzioso.

Lentamente la tempesta di neve si placò, il vento cessò ed un cielo lattiginoso lasciò intravvedere il riflesso del sole. Con la coda dell’occhio Gualtiero scorse un movimento furtivo: era il gatto nero con la testa bianca che fuggiva verso la valle delle streghe come fosse inseguito da una muta di mastini. Sul colle erano rimasti solo lui, il suo destriero e le due bambine, spaesate, sconcertate, quasi si destassero da un lungo sonno.

«Chi siete cavaliere?» chiese una delle due, abbracciando la compagna in segno di protezione. «E voi chi siete?» chiese di rimando Gualtiero.

«Non lo sappiamo cavaliere, non ci abbandonate: da sole moriremmo!». Le fece salire sul cavallo e tenendolo per le briglie s’incamminò sulla via del ritorno.

«Non temete damigelle, vi condurrò a casa». All’inizio dell’impresa Neri di Manerba gli aveva promesso di esaudire ogni sua richiesta: gli avrebbe domandato di prendersi cura delle bambine al pari di figlie.

«Non conosco il vostro nome», disse rivolto alle fanciulle.

«Neppure noi lo sappiamo, cavaliere».

«Allora il tuo nome sarà Francesca e tua sorella…».

Mandragola non gli parve un nome adatto ad una bambina e scelse qualcosa di più grazioso: «E tua sorella si chiamerà Chiara». 

Sorrise, era una buona soluzione: le due piccole avevano bisogno di una famiglia per crescere bene e Samiel… di due sorelle. Era felice di essere vivo e di aver compiuto un’impresa valorosa, forse più che in Terrasanta. Era felice di tornare alla vita di tutti i giorni, al suo lavoro, alla sua casa; tutto sarebbe tornato come prima, o forse no, ma di certo avrebbe avuto un cane a fargli compagnia.”

                                             Fine

La leggenda di Tempusfugit – 1° parte

tempusfugit foto

Vanni Camurri

Continua il nostro viaggio nelle bellissime fiabe che ci  raccontano, fra magia e incanto, la storia di un paese, del suo castello e del suo bellissimo lago.

Vi abbiamo già detto che  il  Concorso Un paese da Fiaba organizzato dal Comune di Padenghe sul Garda, con la Biblioteca Comunale e la collaborazione di Fiabe in Costruzione ci ha regalato molte soddisfazioni, tanta partecipazione e un sacco di fiabe.

Oggi vi presentiamo la fiaba terza classificata per la categoria Autori e il suo bravo autore VANNI CAMURRI, a cui facciamo i nostri complimenti,  che si è definito ” un nonno” con la passione per la storia, e per le  storie da scrivere e raccontare,  e proprio una bella storia  ci racconta il sig. Vanni, una leggenda  ambientata sulle sponde del nostro bel lago.

Fatevi trascinare dalla magia  del racconto e  dal suo mistero… potrete incontrare un vecchio pellegrino,  una saggia herbaria; o un terribile drago a tre teste…

Ecco a voi:

La leggenda di  Tempusfugit

Accadde un tempo lontano: feroce qual Leviatiano apparve sulle rive del lago

 Tempusfugit il drago.

Gualtiero era tornato dalla crociata. Si era fermato sulle sponde del lago prendendo possesso di un terreno sulle colline, disdegnato persino dalle capre; vi aveva lavorato tutta l’estate, ma prima che il vento del nord sollevasse alte onde con le sue gelide dita, aveva sistemato una casupola di sasso, scavato una cisterna e piantato rose ed erbe medicamentose portate dall’oriente. Ne ricavava unguenti, cataplasmi, decotti e tisane che ben presto lo avevano reso noto e benvoluto in tutta la regione.

La croce rossa sul mantello che indossava era un lasciapassare che apriva molte porte e anche a castello era ben accolto, particolarmente dalle dame di corte cui non faceva mancare un prezioso unguento a base di rosa damascena dai poteri quasi miracolosi che rendeva la pelle luminosa e profumata.

Quel territorio viveva uno dei rari momenti di pace e Gualtiero lentamente aveva dimenticato di aver respirato la polvere dei campi di battaglia, udito il clangore delle armi, i gemiti dei feriti, lo scempio della morte.

Con un lavoro instancabile aveva scavato canaletti di irrigazione e costruito due essiccatoi a seconda che le sue erbe abbisognassero del calore del sole o del chiarore della luna. Non parlava mai dei giorni trascorsi in Terrasanta, neppure quando i bambini gli chiedevano di raccontare le fiabe d’Oriente e a chi, cercando di fargli aprire bocca, lo stuzzicava: «come mai non sei tornato ricco dalla Crociata?».

Rispondeva pacatamente: «la ricchezza non è cose da possedere, ma bastare a sé stessi», e senza aggiungere altro se ne andava.

Una sera ricevette la visita del valletto della Signora di Padingula che lo invitava a recarsi senza indugio a castello. “Madonna Gemma avrà finito l’unguento di rosa…” Pensò, ma il valletto aveva portato un palafreno anche per lui, fatto inusuale che lo mise in allarme, ma poi il piacere, dopo tanto tempo, di montare una magnifica cavalcatura scacciò la preoccupazione. Fu introdotto nelle sale della Signora dove vide che ad attenderlo c’era anche Neri di Manerba, il castellano.

Immediatamente mise il ginocchio a terra in segno di rispetto, ma questi gli si avvicinò con premura: «rialzati Gualtiero: l’ora è grave e di fronte al pericolo l’uomo è quello che vale e non il titolo che porta».

Il castellano era un uomo nel pieno vigore degli anni, dai tratti virili e proporzionati; una corta barba incorniciava un volto gentile in cui gli occhi, mobili e profondi rivelavano la nobiltà d’animo. Colpito dall’inusuale familiarità di quelle parole Gualtiero fiutò guai in arrivo e domandò: «che accade mio signore?».

«Notizie di sciagura: nei pressi della città del Sonno si è stabilito un drago dal potere tenebroso che terrorizza la popolazione: così paura e povertà dilagano in quella terra, non nascono bambini, nessuno cura le proprie occupazioni e la regione è percorsa da torme di sbandati che hanno l’unico scopo di uccidere e distruggere».

«Quella povera gente», intervenne angosciata la Signora «è convinta che il drago sarà placato offrendogli la vita della nostra bambina, Samiel».

«Ha solo sei anni…», mormorò Gualtiero inorridito, cogliendo nello sguardo della castellana una nota di sconforto e fatalismo che lo portò a replicare: «col male non si scende a patti, ma si combatte senza sacrificare i propri figli!».

Sul viso della nobile signora sbocciò un mesto sorriso; la sua figura minuta parve insignificante nella vastità della sala, attanagliata com’era dall’impossibilità di intravvedere una soluzione. Cautamente Gualtiero domandò: «non mancheranno valorosi cavalieri che vorranno affrontare il drago».

«È questo il punto», replicò il castellano, «occorre un valoroso, dal cuore intrepido e con esperienza di guerra; i nostri campioni sono irruenti, ma cresciuti in tempo di pace e al massimo hanno esperienza di tornei…».

«Accettate voi questo compito!». Intervenne anelante la Signora, «temiamo per il nostro popolo, e per la piccola Samiel!». Gualtiero ne incrociò lo sguardo e nei suoi occhi vide la bambina, le sue trecce bionde, il collo esile, lo sguardo innocente.

«Partirò domani», dichiarò Gualtiero con semplicità. «Avrete la nostra riconoscenza e tutto ciò che chiederete sarà vostro!». Dichiarò sollevato il re. «Ne riparleremo se e quando tornerò», replicò Gualtiero increspando appena le labbra in una specie di sorriso e riprese: «sapete se il drago ha un nome?».

«Sì», rispose Neri abbassando la voce. «È conosciuto come Tempusfugit e possiede tre teste: una d’elettro che penetra il futuro, una d’ambra che conosce i segreti del passato ed una di ghiaccio con cui domina il presente».

Nella notte Gualtiero affilò la propria spada e lucidò l’armatura; la sfida che lo attendeva era al limite del possibile e la preoccupazione gli circolava nelle vene assieme all’adrenalina: essere coraggiosi non significava non sentire la paura, ma dominarla; essere più forte di lei perché dove non c’è timore neppure c’è coraggio; aveva convissuto con quello stato d’animo ogni notte prima della battaglia e non ci si era mai abituato, forse per questo era ancora vivo: il valore è figlio della prudenza, non della temerarietà e la paura dominata insegnava appunto la prudenza.

Infine indossò il mantello con cui era entrato nel Santo Sepolcro; sellò il cavallo e si diresse verso la città del Sonno: ormai la sua vita era in gioco. 

Lungo il cammino si fermò ad una fonte dove incontrò un vecchio pellegrino dalla pelle bruciata dal sole. Si scrutarono a lungo in silenzio. Infine il vecchio commentò: «un crociato qui?». Gualtiero non rispose: il mantello con la croce rossa testimoniava per lui; si dissetò e rispose: «questo mantello mi ha accompagnato nel Santo Sepolcro e porta su di sé la polvere di quel luogo». 

Un lampo di speranza brillò nello sguardo del pellegrino: «se me lo darai avrò finito il mio camminare; ormai non mi rimane molto tempo e potrò morire nella pace del Signore». Quelle parole colpirono Gualtiero che pensò: “forse domani il mantello non mi servirà più…” se lo tolse scambiandolo con quello di ruvido sacco del pellegrino, poi riprese il cammino.

Fatti pochi passi il vecchio lo chiamò: «cavaliere! Avvicinati al drago quando le campane suoneranno il vespro: due teste dormiranno, sull’unica che veglia getta il mio mantello». Pronunciate quelle parole scomparve. Sbalordito Gualtiero diede di sprone al cavallo.

 Giunto alla tana del drago si avvicinò con cautela confondendosi tra le rocce: l’antro era un luogo terribile e vi regnava l’alito della morte. Attese immobile, silenzioso e al rintocco del vespro si avvicinò: un fragore infernale gli fece dubitare delle parole del pellegrino; ugualmente brandì la spada ed entrò.

L’aspetto del mostro era orrendo, eppure Gualtiero sorrise: due teste dormivano davvero, russando in modo disumano. Senza esitare gettò il mantello del pellegrino sulla testa di ghiaccio per poi avventarsi come una furia su quella d’elettro che con un unico fendente passò dal sonno alla morte.

Come una belva ferita la testa del passato si destò con un ululato infernale. La vista dell’accaduto aumentò il suo furore e azzannò il mantello scagliandolo lontano. Gualtiero s’avvide che la testa di ghiaccio si era sciolta, pure con la sola testa rimasta il drago era temibile e non trovò di meglio che battere in ritirata.

Trovò rifugio dietro ad una grande roccia pensando a come poter chiudere il conto con l’orribile bestia: a tal proposito, purtroppo, il pellegrino non aveva detto nulla.

Intanto il drago, rabbioso, era uscito dall’antro. Gualtiero l’udì avvicinarsi con passi che scuotevano il terreno, mentre la sua mente lavorava freneticamente: “è un animale magico e non si può sconfiggere con la sola spada; ho vinto il futuro con l’audacia, il presente con la Carità, ma il passato non può essere combattuto, ma solo purificato…” così dicendo toccò il sacchetto di cuoio che portava al collo. Vi custodiva un pugno di terra raccolta sul Golgota. Un lampo di conoscenza gli attraversò la mente e seppe cosa fare.

Uscì dal nascondiglio: il drago inalberò la testa come un gigantesco serpe e si preparò ad attaccare scrutandolo malignamente con l’unico occhio di cui era fornito. Gualtiero con un gesto fluido, quasi un passo di danza, gettò la terra del Golgota nell’occhio del drago e roteò la spada. Accecata la bestia ululò furente scoprendo il collo che la spada di Gualtiero recise d’un sol colpo staccando di netto la testa d’ambra.

 Sulla riva del lago un fuoco illuminò la notte e il drago fu arso su una grande pira. Vi furono festeggiamenti, danze, giochi e vino a fiumi. Gualtiero si sottrasse a quell’euforia, l’impresa era solo all’inizio: il drago non era giunto sulle rive del lago per caso, ma era l’espressione di un volere maligno che aveva preso di mira quel luogo e le fertili terre che lo contornavano per una ragione che gli sfuggiva.

Scartò l’idea di tornare a castello e ripensò all’incontro col pellegrino e comprese che era solo una pedina di una battaglia che si combatteva in sfere ben più eccelse e in ogni caso chi aveva creato il drago non gli avrebbe permesso di andarsene semplicemente, ma avrebbe scatenato la sua vendetta ed egli non poteva che esserne il primo bersaglio.

Era indispensabile scoprire quale segreto e quale scopo si celava dietro la comparsa del drago: doveva arrivare fino in fondo e danzare fino all’ultimo passo.

Il luogo stesso della manifestazione era evidentemente percorso da energie potenti: si narrava di un intero villaggio scomparso nel giro di una notte, ma per un drago occorreva l’opera di una volontà maligna e forte, conoscenze magiche oscure che forzatamente dovevano aver lasciato qualche traccia.

Gli era stato riferito che in quella zona operava una herbaria, una donna delle erbe, conoscitrice di un sapere antico, capace di guarire con le sole virtù offerte dalla natura. In passato si era ripromesso di farle visita nella speranza di carpirle qualcuno dei suoi saperi, ma ora erano altre le domande che desiderava porle.

 La incontrò il mattino successivo in un prato incolto, china sul terreno che setacciava con sguardo attento. La salutò con deferenza: «Dio ti sia propizio, signora».

«In che posso servirti?», rispose questa senza distogliere lo sguardo dalla sua ricerca, poi, alzato il capo, fu colta da un moto di sorpresa: «il crociato di Padingula qui?! Cosa desideri dalla tua serva?». «Mi chiamo Gualtiero», rispose questi con un sorriso aperto. «Non pensavo che la mia fama fosse giunta alle tue orecchie».

La donna si pulì le mani nel lungo grembiule cinto in vita e rispose con un sorriso che spianò la ragnatela di rughe del volto, vecchio, ma illuminato da iridi di un azzurro incredibile.

Osservò Gualtiero con pacatezza e rispose: «avevo udito meraviglie su di te come herbario, ma da quando hai ucciso il drago il tuo nome e la tua fama corrono da una riva all’altra del lago… anche se da quanto ho udito ti facevo più alto».

Gualtiero sorrise all’arguzia della donna: «ho bisogno di parlare con te».

«Ti ospiterò nella mia umile dimora dove staremo al sicuro».  

Poco dopo Gualtiero entrò in una semplice abitazione, come la sua, ma all’interno era evidente il tocco di una mano femminile che gli intenerì l’animo: quella era una gioia che a lui era negata. «Preparo un infuso di salvia», disse l’herbaria avvicinandosi al focolare: «dona longevità e saggezza; cosa ti porta da me?». «Hai piantato tu stessa la salvia?», chiese Gualtiero.

L’herbaria sorrise sorniona: «sei un uomo prudente: so anch’io che piantare salvia da sé porta sfortuna e quindi l’ho fatto fare da un estraneo».

«Scusami donna, dubitare è una abitudine che non riesco a dominare…». «E forse per questo sei ancora vivo, ma dimmi cosa vuoi sapere».

Gualtiero le narrò dei suoi sospetti sulla comparsa del drago e se sapesse chi aveva potuto evocarlo.

L’herbaria si fece pensierosa: «ho sentito dire che al Doss delle strie appare una dama, preceduta da due ancelle bambine, identiche in tutto e per tutto, che attirano i giovani che si avventurano in quel luogo; una volta condotti al cospetto della dama sono costretti a danzare fino a morirne… effettivamente qualche giovane è scomparso, ma che questa sia la vera ragione non so…».

Gualtiero era perplesso: «storie come queste fioriscono in tutte le regioni e di solito servono a nascondere altri misfatti; io credo che qualcuno voglia colpire i signori di Padingula: perché altrimenti sarebbe circolata la voce che per placare il drago sarebbe stato necessario sacrificare la loro bambina?».

«Sei acuto, guerriero della croce, io stessa mi sono fatta un’altra idea, che ha radici lontane nel tempo». «Ti ascolto, proprio questo desideravo sentire».

L’herbaria versò in due ciotole di legno l’infuso di salvia che addolcì col miele, sedette di fronte a Gualtiero, bevve un sorso e prese a dire:

«molti anni fa si diceva che Neri, l’attuale signore di Padingula, avrebbe dovuto prendere in sposa la figlia di una nobile famiglia di Glorenza, ben conosciuta nelle nostre zone per il commercio del sale; sembrava che il patto fosse concluso, ma poi… Neri preferì prendere in sposa Gemma che portava in dote il feudo e il castello; volarono accuse da entrambe le parti, poi tutto si quietò; girarono voci che la fanciulla di Glorenza non reggesse all’affronto e scomparve, chi dice nascosta nel monastero di Sabiona, chi al seguito di una compagnia di nomadi; sono convinta che gli ultimi avvenimenti abbiamo qui la loro origine».

Benché sospettasse che la donna sapesse molto di più Gualtiero comprese che non avrebbe detto altro, tuttavia azzardò: «e dove potrei incontrare questa misteriosa fanciulla?».

L’herbaria sorrise sorniona e raccogliendo le tazze borbottò: «io farei un giro dalle parti di Montdragon e sceglierei un giorno di sole pidocchioso e vento assassino… ora però debbo mettermi al lavoro, molti corpi sofferenti attendono una mia visita; spero di vederti in un’altra occasione guerriero della croce, avrei molte cose da domandarti», e detto questo prese a ravvivare il fuoco nel camino e lavorare al mortaio.”

 fine prima parte