Un giorno il signor Virus incontrò…

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Qualcuno si lamenta di tutto, qualcuno dà la colpa a destra e a manca, qualcuno rimpiange qualcosa che, nemmeno, ha mai desiderato.

Qualcuno si piange addosso. Qualcuno distrugge ogni cosa, parole, intenzioni, emozioni.

Qualcuno crea… prende carta e penna, e scrive.

Ci sono tanti modi di affrontare le situazioni che non dipendono da noi e che non possiamo controllare; l’esito dipende, sempre, da come noi ci poniamo di fronte alle cose. 

Perché noi facciamo sempre la differenza sempre.

Continuano le piccole, fiabe preziose del nostro esercizio di scrittura: scrivere una piccola storia, nata dal binomio davvero improbabile, ma per questo perfetto, delle parole VIRUS e FELICITA’.

Ecco la bella fiaba di Letizia de Lorenzo

Un giorno il Signor Virus camminava malefico per la città, selezionando
egregiamente le sue prossime vittime. Incontrò la Felicità, intenta a ridere, ballare
e cantare. Il Virus pensò bene di farla sparire dalla faccia della terra per puro
piacere; così si mise a insultarla nel peggiore dei modi, a darle i pizzicotti, a
tirarle i capelli, diventando sempre più fastidioso e violento. La Felicità
inizialmente gemeva, piangeva e lo supplicava di fermarsi; ma, non molto dopo,
si rialzò come se nulla le fosse accaduto e guardò il Virus negli occhi dicendogli:
“Io sono più forte di te e tu non mi fai paura”. Sfortunatamente il virus non si
arrese e le dichiarò guerra, una guerra che la Felicità era determinata a vincere al
fine di proteggere le persone da lei amate. Purtroppo la Felicità non ha ancora
terminato le sue battaglie e il Virus le sta dando un filo da torcere. La Felicità è
fragile e ha tantissimi lividi e ferite, ma sa anche di essere qualcosa che mai si
spegnerà.

 

Le forme della felicità

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Una nuova piccola fiaba  per affrontare la paura, la tristezza e la stanchezza di questi strani giorni. Il nostro esercizio di scrittura, creare piccole storie dal binomio perfetto – come insegna  Rodari – dalla coppia improbabile di VIRUS E FELICITA’, si sta rivelando sempre più produttivo e interessante, pieno di piccole meravigliose sorprese.

Ogni piccola fiaba, porta con sé messaggi di speranza e bellezza; la voglia di cambiamento e di guardare il mondo con occhi diversi.

Ecco la nuova, bella fiaba di Fiorella B.

C’era una volta una Terra senza confini, né muri e barriere, il cielo era il tetto che proteggeva ogni essere vivente e l’aria portava con sé la parola libertà. Col tempo però alcuni esseri umani che la abitavano, decisero di tracciare con pennarelli indelebili numerose frontiere, cominciarono a voler respirare l’odore del metallo, non si curarono più del verde che ricopriva la terra, delle zampe che da sempre lasciavano impronte, delle ali che accarezzavano il vento e delle pinne che disegnavano splendide scie nell’acqua. Alcuni fortunati viaggiavano in lungo e in largo per il pianeta, camminavano seguendo le indicazioni fornite dall’imperatore denaro, orientandosi grazie alla bussola dell’infelicità: Narcisismo, Sfruttamento, Egoismo e Oblio.

Una sera un piccolo pipistrello si posò, come al solito, tra i rami di un albero. Ma quella notte non era solo. Era accompagnato da un minuscolo essere, così piccolo da sembrare invisibile, ma così forte da volersi chiamare Corona Virus, il re di tutti i virus. Si era messo in testa di oltrepassare ogni confine, voleva entrare nelle vite di ogni essere umano, ricco, povero, buono, cattivo, alto, basso, triste o contento. Il suo era un compito difficile: da una parte voleva donare alla Natura, a Madre Terra e ad ogni essere animale e vegetale il Tempo e lo spazio per potersi mostrare nuovamente in tutto il loro splendore; dall’altra desiderava che gli uomini riscoprissero un tesoro ormai nascosto dentro i loro cuori: la felicità. E proprio questo era il segreto: qualora gli uomini l’avessero trovata, il virus sarebbe scomparso per sempre, non avrebbe più avuto il potere di far ammalare le persone, non avrebbe potuto togliere loro l’amico di una vita: il respiro. Fu così che il virus cominciò a viaggiare di paese in paese, di casa in casa trasportato dall’aria, dalle braccia, dai baci e dalle mani di donne, uomini, vecchi e bambini. Molti di questi purtroppo lasciarono il loro corpo e questa terra, gli altri decisero di rifugiarsi nelle loro case, nelle loro capanne, nelle loro tende o semplicemente sotto una coperta per cercare di sfuggire a questo virus tanto forte quanto pericoloso.

E fu così che ogni essere umano cominciò a riscoprire la Nobiltà d’animo, la Semplicità, le Emozioni, l’Oggi vero e prezioso. Questa bussola cominciò a mostrare la via verso il tesoro nascosto dentro i cuori di ciascuno. Ecco che gli occhi cominciarono a godere dell’assoluta bellezza del tramonto, dell’alba, della volta celeste, del chiarore della luna piena; le orecchie divennero incredibilmente sensibili al canto del vento, al fruscio delle foglie, ai concerti degli uccellini in amore, alle voci delle persone con cui vivevano e alla sacralità del silenzio; il naso riscoprì il profumo del pane fatto in casa appena sfornato, dei fiori sui davanzali con cui si iniziava anche a scambiare incredibili racconti, l’odore della pelle dei propri familiari, la freschezza dell’aria che entrava dalle narici, il profumo delle pagine di un libro mai letto, l’essenza delle fotografie ormai dimenticate in vecchi album impolverati; le mani ricominciarono a creare, a dare vita ad oggetti strabilianti, a far vibrare corde di strumenti musicali appesi alle pareti da troppo tempo, ad impugnare la penna e scrivere parole, emozioni e meravigliosi racconti, a riportarsi con delicatezza vicino al cuore. Durante questa caccia al tesoro, lungo questo cammino, al virus cominciò così a vacillare la corona….

La Felicità stava riprendendo forma, anzi, tante forme.

Il rito della buonanotte

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Forse il momento più difficile è la notte:  la giornata con i suoi ritmi così scombussolati, i suoi tempi dilatati, le cose nuove che cerchiamo di far diventare nuove abitudini.

La notte cala un silenzio ancora più grande di quello che si sente, di  giorno, ingombrante,  sotto, sotto le chiacchiere fra i balconi, la musica, i rumori di una vita apparentemente normale.

Di notte è un silenzio immenso che ci avvolge, che lascia spazio ai pensieri tristi, forse alla paura. Alla mancanza di chi non possiamo vedere, perché forse di notte ci si sente più soli;  alla mancanza delle cose di sempre, quelle un po’ noiose ma  che, ora sappiamo, sono così rassicuranti.

Abbiamo bisogno di riti. Abbiamo bisogno di ritualizzare momenti delle nostre giornate, di questi strani giorni, in cui nulla sembra più come prima, e sembra di non aver più punti di riferimento. Riti, che rendano piccoli attimi del nostro tempo, un appuntamento prezioso con noi stessi per avere la consapevolezza che ci siamo, siamo qui, ben ancorati a terra, nonostante i venti contrari.

I riti, fin dall’antichità,  hanno aiutato l’individuo a superare i momenti fondamentali di passaggio, di crescita e di cambiamento.  I miti li hanno creati e narrati, e le fiabe hanno continuato a raccontarli.

Basta davvero poco, piccole cose.

Ringraziare, per dieci cose belle prima ancora di scendere dal letto.

La colazione al mattino, alla stessa ora,  condivisa con il proprio cane, o gatto, se avete la fortuna di averne uno, o con un libro. O con chi amiamo, magari con una videochiamata. O svegliarsi con quella musica, che ci rilassa o ci dà la carica, a seconda dei nostri bisogni.

Il tea alle 5.00, con i biscotti che fa tornare a quando eravamo piccoli, o ci fa sentire eroine di un romanzo inglese.

Insomma, diamoci un appuntamento con piccole cose preziose. Che diventi un rito immancabile, il nostro.

Io, per questa sera ve ne suggerisco uno, che è dolce e potente… portatevi nel letto, una tazza di camomilla, o tisana, basta che si ben zuccherata, e portatevi parole.

Parole belle, forti, struggenti, magiche. Parole che lasciano un segno. Non  ne servono tante, ma se scegliete quelle giuste, restano lì sospese, fra le pieghe del primo sonno e vi accompagnano nei sogni.

Come questa lettera d’amore…

“Certo, il mio amore per te è nato come una protesta di individualista protesta contro tutto un clima mosso da un bisogno profondissimo, ma con un significato generale, una lezione per tutti, di non-rinuncia, di coraggio alla felicità. Come questa lezione si tradurrà nell’opera creativa è ancora da vedersi. Se mi mancasse il tuo amore tutta la mia vita mi si sgomitolerebbe addosso. Tu sei un’eroina di Ibsen, io mi credevo un uomo di Cechov. Ma non è vero, non è vero. Gli eroi di Cechov hanno la pateticità e la nobiltà degli sconfitti. Io no: o vinco o mi annullo nel vuoto incolore. E vinco, vinco, sotto le tue frustate. No, cara, non hai nulla dell’eroina dannunziana, sei una grande donna pratica e coraggiosa, che si muove da regina e da amazzone e trasforma la vita più accidentata e difficile in una meravigliosa cavalcata d’amore. Ho la tua lettera dal treno.” Lettera inviata da Italo Calvino a Elsa de’ Giorgi. 

Buonanotte…

Il respiro della natura

Basta guardarsi intorno e restare in ascolto.

La natura ci sta parlando e da troppo tempo non l’ascoltiamo.

E’ arrivato il momento di inchinarci ai silenzi nobili degli alberi secolari e ascoltare le voci antiche che li abitano. Un tempo alberi e uomini erano fratelli…

E’ arrivato il momento di prenderci cura della natura, di proteggere Madre Terra, e tutte le sue meravigliose creature.  Lei, maestra, ci concede il Dono di imparare.

Lei sta combattendo contro lo stesso virus con il quale  sta combattendo l’uomo. Ma il suo virus siamo noi.

E’ arrivato il momento, di comprendere che il suo respiro è anche il nostro…

Il virus che si credeva re

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Una nuova fiaba che racconta la storia di un virus che credeva di essere un Re.

Piccole, deliziose storie che nascono dall’unione di una coppia davvero improbabile: cosa può nascere da VIRUS E FELICITA’?  Come direbbe Rodari, un binomio perfetto, e in più, tante belle parole di speranza e positività.

Naturalmente aspettiamo anche la tua fiaba…

Ecco la nuova, bellissima storia di Bruna Andruccioli

In un paese lontano lontano c’era una volta un essere così piccolo che nessuno poteva vederlo e siccome aveva una specie di corona sulla testa, si credeva un re e si faceva chiamare Coronavirus. Il fatto che nessuno lo vedesse lo faceva arrabbiare moltissimo. Fu così che diventò assai cattivo e cominciò a torturare gli uomini.

Spadroneggiava dappertutto e diceva loro: – Dovete sottostare tutti al mio potere. Il re sono io e qui comando io. Ma gli uomini, che a loro volta si credevano i padroni della terra, non lo consideravano affatto e continuavano la loro vita frettolosa e disordinata. Allora cominciò una guerra senza quartiere.

Piccolo com’era, il virus riusciva a entrare di soppiatto nel corpo degli animali e poi delle persone e li faceva ammalare. Un giorno avvenne che, dopo vari tentativi, dal corpo di un pipistrello riuscì ad entrare in quello di un uomo. Il malcapitato cominciò a tossire, a tossire e alla fine non potendo respirare, morì. Com’era contento il virus di vederlo soffrire!

 All’inizio colpiva soprattutto i vecchi e quando si vantava dei suoi successi gli amici virus gli dicevano:

– Che sforzo che fai! Colpisci i vecchi che sono già malandati; sei un vigliacco; ti voglio vedere come te la cavi con quelli più giovani…

Da quel momento allora cominciò a dar la caccia anche ai più giovani e tutti erano molto impauriti, anche perché non sapevano dove si nascondesse. La gente fu costretta a tapparsi in casa, le strade diventarono silenziose, le porte chiuse, i giardini abbandonati. Fuori non c’erano più saluti né sorrisi, niente strette di mano. Non cinguettavano più neanche gli uccellini e non suonavano le campane. Sembrava che gli uomini avessero perso la loro parte più bella e più calda: vivevano distanti e angosciati.

Intanto però i nemici del virus cominciarono a combatterlo uniti e compatti e riuscirono a scacciarlo dal regno. Il Corona allora scappò nei paesi confinanti e, completamente impazzito per la paura, mieteva vittime a più non posso. I nemici capirono che la loro strategia funzionava e raddoppiarono gli sforzi.

Le persone barricate in casa, nel frattempo, costrette a fermarsi e a stare insieme, si impegnarono a trovare un modo per passare bene il tempo.

Fu così che ripresero una vita più lenta e tranquilla insieme ai loro cari. Dalle finestre trapelavano i profumi dei cibi cucinati insieme, le musiche di chi riscopriva talenti abbandonati, il canto di chi voleva mandare il suo messaggio d’amore. Meditavano sulla loro vita e qualcuno ringraziava il virus per avergli aperto gli occhi.

Intanto fuori la primavera stava preparando un mondo smagliante di luce e colori e ripuliva il cielo che diventava sempre più lucido e vivo; dentro il bozzolo delle case avveniva una lenta metamorfosi e gli uomini si preparavano a diventare tante farfalle colorate, pronte a librarsi nell’aria come un enorme arcobaleno.

Trovando porte e usci sbarrati, il virus s’indispettì, diventò ancor più cattivo e tentò di entrare dai camini, ma la fuliggine lo intrappolava e fu costretto ad andarsene, allora tentò di colpire i pochi che uscivano per fare la spesa, ma ebbe una brutta sorpresa: si erano coperti bocca e naso con una specie di museruola. Per quanto serrasse i pugni e battesse i piedi, non trovava nessun corpo in cui entrare.

Vistosi sconfitto, scappò a nascondersi sottoterra pieno di vergogna e non si vide mai più.

A questo punto porte e finestre si spalancarono, grandi e piccini sciamarono per le strade e nei giardini, gli uccellini ripresero a cantare e tutto ricominciò a funzionare. In quel periodo di sosta gli uomini avevano capito cosa serve per il loro benessere, la gioia invase i loro cuori e tutti si scambiarono gli abbracci e i baci che non si erano potuti dare prima.

Da quel momento iniziò il regno di Felicità e tutti vissero a lungo soddisfatti e contenti.

La felicità non è per le streghe

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Continuano le piccole fiabe preziose nate dal binomio perfetto VIRUS E FELICITA’, un esercizio piccolo ma molto potente che aiuta a combattere la paura, ad affrontare e vincere il nemico. Perché questo insegnano le fiabe; dopo aver affrontato il tuo drago, poi  andrà tutto bene, e troverai il tuo tesoro!

Aspettiamo la tua fiaba, intanto ecco la bella fiaba di Noris Calì

C’era una volta un bellissimo villaggio, circondato da colline verdeggianti e prati in fiore, il suo nome era “Sorriso”.

Era un luogo di pace e felicità, gli abitanti vivevano in armonia tra loro, si aiutavano a vicenda, godevano di buona salute e di prosperità. L’idea che ci fosse un villaggio così felice faceva tanta rabbia a Magarpia, Magaracchia e Magagracchia, le tre sorelle streghe della nera radura, le quali avevano escogitato un piano malvagio per distruggere quella felicità. Così, all’ alba volarono sul villaggio con le loro scope e liberarono nell’aria un virus che contagiò di tristezza, l’intero villaggio.

Da quel momento tutto cambiò… Le persone piangevano senza motivo, i bambini non giocavano più nei viottoli, tutti si chiudevano in casa e non uscivano più nemmeno per una passeggiata, mentre le streghe se la ridevano a crepapelle per il loro piano perfettamente riuscito. Però,per fortuna, le tre malvagie sorelle non avevano calcolato un particolare molto importante, ovvero la contagiosità del virus, infatti, dopo qualche giorno furono contagiate anche loro.

E così, anziché ridere, cominciarono a piangere come delle bambine disperate, e si misero subito all’ opera preparando una pozione magica”acchiappavirus”. Piangendo e disperandosi, sparsero nel cielo la pozione magica e in men che non si dica scacciò via la tristezza riportando la felicità a tutti gli abitanti del villaggio.

Ma allora perché’ le tre streghe continuavano a piangere ininterrottamente?

Semplice, il filtro magico non aveva effetto sulle tre sorelle; si erano condannate da sole a piangere una vita intera, ma ben gli stava, non credete?

Il colore della felicità

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Una nuova, piccola, preziosa fiaba nata dal binomio perfetto delle parole VIRUS E FELICITA’, il piccolo ma potente esercizio di scrittura che sto proponendo a chiunque abbia voglia di mettersi in gioco e raccontare questi strani giorni.
Tutti possono partecipare, anche tu, che ora stai scorrendo queste righe e sono certa che sorriderai leggendo questa, e le altre fiabe di tutti gli autori che hanno accettato la sfida.
Aspetto anche la tua fiaba…
Ecco la bellissima e colorata fiaba di Simona Platè
C’era una volta una scatola di cartone gialla come un caldo girasole e piena di felicità.

Era una scatola senza coperchio e tutti i giorni scendeva lungo le strade. Camminando salutava i passanti con calore e permetteva a chiunque di inserire una mano dentro di lei e di prendere tutta la felicità che poteva starci in un pugno. Ognuno era libero di farlo o non farlo.

Tutte le notti, anziché dormire, si ricaricava di felicità per essere pronta a ridistribuirla il giorno dopo.

Accadde però che in un vivace pomeriggio di carnevale incontrò un colorato e villano Arlecchino che passando di corsa inserì non una ma ben due mani dentro di lei e poi scappò via con la felicità carpita.

Troppo tardi la scatola si rese conto che si trattava di un inganno e che nascosto dietro alla nera mascherina si celava un virus pericoloso.

Si sentì smarrita e quando comprese che terribile disattenzione aveva commesso, si richiuse velocemente.

Per non correre il rischio di farsi rubare altra felicità da ingannatore resto a casa per molti e molti giorni.

Era terribilmente dispiaciuta di sottrarsi a tutti gli altri, ma troppo conscia del pericolo per rischiare di lasciare agire indisturbato a lungo il virus.

Si sentiva un po’ inutile, non potendo svolgere il compito importante che le era stato assegnato, ma si fece coraggio e attese con pazienza che il virus esaurisse la dose di felicità che gli aveva usurpato.

Il virus la cercò in ogni volto, in ogni tazzina di caffè, in ogni riflesso negli specchi, in ogni impronta sull’asfalto, ma non riuscendo a trovarla iniziò a sentirsi triste, sconsolato e infine, dopo l’ultima briciola di felicità che gli era rimasta, svanì lontano.

Quel giorno, la scatola aprì la finestra chiamò gentilmente la brezza del mattino e le chiese di distribuire ovunque  il suo contenuto.

La felicità si depositò sui prati di nuovi fiori, su mani di storie antiche, su giovani piedi scalpitanti, su nasi curiosi, su occhi innamorati.

Arrivò ovunque anche a tutti quelli che alla felicità non avevano mai creduto e che adesso le erano riconoscenti. Fu un giorno speciale, uno sbocciare di sorrisi che divennero presto frutti più maturi.

Il folletto Virus

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Una nuova storia nata dal  binomio perfetto di due parole che non c’entrano nulla, l’una con l’altra, ma insieme diventano piccole, potenti storie di catarsi e speranza.

Un esercizio che puoi fare anche tu: crea una piccola storia utilizzando VIRUS E FELICITA’ come protagonisti, e poi invia la tua fiaba a fiabincostruzione@gmail.com.

Lascia che le tue emozioni raccontino questi strani giorni…

Ecco la bella fiaba di Marta Tessera:

In un grande villaggio arrivò un giorno un piccolo signore, in realtà un piccolo folletto.

Il suo nome era Virus. Ovunque andasse le persone iniziavano a ballare, ma a ballare così tanto che non riuscivano a fermare i loro piedi.

All’inizio le persone del villaggio presero un po’ sottogamba gli effetti del piccolo folletto e si riversarono nelle piazze ballando di felicità.

Il loro sorriso svanì quando i più deboli iniziarono a cadere sfiniti per il troppo ballare: una volta che si iniziava a ballare non ci si poteva più fermare e solo i più forti continuavano imperterriti.

Virus era davvero soddisfatto del suo lavoro. Un altro villaggio sarebbe rimasto sotto il suo potere.

Un gruppo di bambini, però, visto ciò che stava succedendo, iniziarono a correre e a urlare casa per casa di non uscire in strada, di stare in casa, dove la musica di Virus non avrebbe potuto raggiungerli. Ci avrebbero pensato loro a quel malefico folletto.

Con la loro forza e giovinezza ballarono e ballarono così tanto che, alla fine, fu lui, il folletto, a stramazzare al suolo.

Con le ultime forze se ne andò lentamente, lasciando per sempre il villaggio.

Un urlo di gioia echeggiò da tutte le case che finalmente furono aperte per far riversare le persone per strada a festeggiare, insieme.