Sonno

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Mio buon Principe, sarà ormai più di cinquant’anni che ho sentito raccontare da mio padre che in quel castello c’era una Principessa, la più bella che si potesse mai vedere; che essa doveva dormirvi cento anni, e che sarebbe destata dal figlio di un Re, al quale era destinata in sposa”. A queste parole, il Principe s’infiammò; senza esitare un attimo, pensò che sarebbe stato lui, quello che avrebbe condotto a fine una sì bella avventura, e spinto dall’amore e dalla gloria, decise di mettersi subito alla prova. Appena si mosse verso il bosco, ecco che subito tutti gli alberi d’alto fusto e i pruneti e i roveti si tirarono da parte, da se stessi, per lasciarlo passare.” La bella addormentata nel bosco – Perrault

 

Il principe cigno

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Il principe cigno – Donzelli Editore – Illustrator F. Negrin

Una ragazza viveva nel mezzo di un grande bosco, e un giorno le fece visita un cigno. Portava un gomitolo di filo e le disse:”non sono un cigno, ma un principe stregato, e tu potrai  liberarmi se riuscirai a dipanare il filo al quale resterò legato in volo, ma attenta a non spezzarlo” 

Se la ragazza riuscirà a dipanare il filo, libererà il principe dall’incantesimo e lui la farà sua sposa, ma se lei  lascerà rompere il filo, lui rimarrà per sempre stregato.  La ragazza accetta, prende  il gomitolo e il cigno prende il volo, e quando sembra andare tutto per il meglio, il filo si rompe. La ragazza disperata, parte alla ricerca del suo cigno, per salvarlo e arriva nella casa di un orco, ma viene aiutata dalla vecchia moglie che si chiama Sole,  che la nasconde e poi la fa scappare, lasciandole un dono. Nel suo cammino, per altre due volte la ragazza arriva nelle casa di un orco e le vecchie mogli, Luna e Stella, l’aiutano e le danno un dono.

Quando la giovane arriva al castello trova finalmente il suo re, che è già sposato ad un’altra donna. Allora, cerca in tutti i modi di parlargli ma la regina che è gelosa della giovane,  dà del sonnifero al suo sposo, e il re addormentato non può sentire le sue parole.

Il principe cigno  è una delle quarantadue  fiabe segrete dei fratelli Grimm, scoperte duecento anni dopo la loro stesura. Una fiaba antica, una storia che porta un prezioso messaggio.

Questa storia è la nostra storia.  Quante volte abbiamo iniziato una relazione con qualcuno che non era la persona  giusta per noi – a volte lo capiamo subito – ma ci ha chiesto aiuto  –  non far rompere il filo che mi lega a te – o forse noi abbiamo pensato che avesse bisogno del nostro aiuto per cambiare, per migliorare, per trasformarsi secondo i nostri desideri – ci siamo sentiti responsabili della suo benessere, della sua felicità, della sua fortuna: se non fai rompere il filo diventerò il tuo principe.

Come la ragazza  della fiaba, se il filo si rompe, o temiamo che si possa rompere,  siamo disposti a tutto per non perdere il nostro amore e, come lei,  corriamo nel bosco – inizia il nostro viaggio – anche se è buio, anche se abbiamo paura, perchè solo grazie al nostro aiuto, alla nostra presenza e alla nostra dedizione, il nostro amore sarà salvato e ci sarà grato. E ci amerà. 

Perchè a volte amiamo chi non potrà mai darci quello che desideriamo, anche quando ne siamo consapevoli, anche quando le sue azioni ci dimostrano che non è la persona per noi. Anche quando l’unico sentimento che ci tiene legati, è la nostra insicurezza.

Non riusciamo a mollare il filo, sottile, fragile che ci tiene legato a lui. E ancora tentiamo ogni cosa per avvicinare il nostro amore, per farlo cambiare, per farci amare.Così si fece notte, e quando il re fu messo a letto lei cominciò a cantare: ma il re Cigno non pensa più a Juliane, promessa sposa laggiu’? Ma il Re non sentiva”.

E’ un Re addormentato – la regina rappresenta il suo distacco,  –  che non può, non vuole sentire.  Cosa ci spinge ad innamorarci di chi non può sentirci, di non vuole ascoltarci? Di chi non può cambiare per noi, nonostante siamo disposti ad affrontare il buio del bosco che ci fa così paura, ad accettare quello che non ci piace;  siamo pronti ad annullarci. Per un amore che non ci appartiene…

Ma la ragazza della fiaba nel suo cammino deve affrontare delle prove, incontra degli orchi, addirittura dorme nella loro casa – vuol dire affrontare  le nostre paure, i nostri limiti, la nostra fragilità, e ogni volta che guardiamo in faccia i nostri mostri, troviamo aiutanti magici, le mogli dei tre orchi,  che ci danno dei doni, doni d’oro, preziosi –  le nostre risorse interiori, la forza, la capacità di guardarsi dentro, una nuova consapevolezza di sè e il privilegio della crescita personale. 

Alla fine la ragazza riuscirà a farsi sentire dal suo re, perchè ha imparato a rapportarsi alle proprie emozioni in modo equilibrato, e lui, allontando le sue stesse paure,  la sceglierà come sua sposa:

E la regina il giorno dopo dovette tornarsene nella sua casa paterna e il re sposò la sua vera fidanzata, e vissero felici e contenti finchè morte non li separò”.

Le fiabe ci insegnano che i problemi e le difficoltà possono essere superati, e che possiamo ottenere quello che desideriamo, ma solo quando siamo disposti a guardarci dentro, a guardare  in faccia, e ad  affrontare  i nostri mostri,  a vincere le nostre paure.

Il nostro compito non è creare la felicità di chi abbiamo accanto, noi dobbiamo creare solo la nostra felicità; solo così possiamo imparare ad amare, ad accettare, a crescere.

Da dove possiamo partire? Basta aprire la mano, senza paura,  e lasciare scorrere via il filo… lascialo andare,  se è vero amore non ha bisogno di fragili catene…

 

 

 

 

 

 

 

La diversità è felicità!

Che cosa è per te la diversità? Una domanda fatta agli alunni di seconda e quarta classe di due scuole primarie.

Una domanda semplice, o forse no; sono certa che possa mettere  in difficoltà anche qualche adulto, ma i bambini, che non temono di dare risposte sbagliate, ci regalano piccole preziose verità.

Per me la diversità è felicità” – Giada

“Per me la diversità è la caratteristica più speciale che abbiamo” – Riccardo A.

“Per me la diversità è amore perchè essendo diversi  ci piacciamo come siamo” – Mirko F.

“Per me la diversità è una cosa speciale che ognuno di noi ha, e speciale in ogni caso” – Martina

“Diversità è per essere diversi tra di noi altrimenti non sarebbe bello” –  Elisa

“Per me la diversità è l’amicizia”  – Aroon

“Per me la diversità è una acosa bella perchè se no saremmo tutti uguali” – Marco M.

“Per me la diversità è l’amore” – Basma

“Non essere tutti uguli di cervello” – Chiara G.

Perchè se uno è marrone non vuol dire che non puoi essere amico” – Giulia D.

“Non importa se uno è diverso dall’altro” – Ale T.

“Tutti sono diversi” – Alessia F.

“Siamo diversi perchè non abbiamo i capelli uguali” – Maskouratou

La diversità è gli occhi” – Giulia

“La diversità è la pelle” – Diagne M.

“Abbiamo tutti facce diverse”-  Nicolò R.

Essere diversi è bello” – Rayan

Queste sono alcune delle risposte dei meravigliosi bambini che ho incontrato.

Una bellissima esperienza:  laboratori di scrittura creativa e fiabe, sul tema della diversità,  realizzati grazie alla volontà delle insegnanti di sostegno, volontarie dell’AID associazione italiana dislessia  che svolgono la loro importante e bella attività nelle scuole primarie di Prevalle e Vobarno, che hanno accolto questa importante iniziativa.

Un grazie gigante a tutti i bambini che con  la loro semplicità e voglia di fare, mi hanno regalato un’esperienza davvero unica, e grazie alle loro insegnanti : Raffella Polini e Francesca Moscariello, Giuliana Lombardi, Luisella Fenoli, Angelo Mora e Andrea Barbieri, per la scuola primaria di Prevalle, classe 4C- 4A- 4BFrancesca Moscariello è la responsabile del bel progetto Insuperabili: una settimana di attività e iniziative con l’obiettivo di sensibilizzare e far riflettere su diversità e inclusione

E grazie  alle maestre Cristina Nolli, e Sara, della scuola primaria di Vobarno, classe 2A –  e 2B,  che mi hanno accompagnato, e mi accompagnerano anche nei prossimi incontri previsti, sempre a Vobarno.

E’ bellissimo vedere come i bambini sappiano sempre rispondere con grande entusiasmo e partecipazione quando si chiede loro di lavorare insieme di usare la fantasia e l’immaginazione.

Io spero che il libretto possa essere ugualmente utile a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola” – La grammatica della Fantasia – Gianni Rodari

 

 

Piccoli attimi preziosi

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Ben White

Oggi è la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, giornata che nasce per volontà dell’Unesco nel 1996. L’ obiettivo è promuovere la lettura, la pubblicazione dei libri e la tutela del copyright.

 

In tempi di e-book e alta tecnologia, necessaria e benvenuta, noi amiamo il libro cartaceo, il suo odore di carta stampata; ci piace aprirlo e cercare –  con piacevole e sottile ansia di attesa – le prime righe che ci introducono alla storia. Non sono quelle che ce lo fanno scegliere?

Abbiamo libri ovunque – in ogni stanza della casa, ne portiamo uno sempre con noi, anche se sappiamo che non riusciremo a leggerlo, perchè amiamo possederli.

Un amore che nasce fin da piccoli, perchè l’amore per la lettura, per i libri, e per la lettura, si può insegnare ai bambini, iniziando a leggere loro le fiabe, perchè già attorno ai 2 anni, il bambino ama sentire raccontare storie, un desiderio naturale di sentirsi narrare degli eventi, e che verso  6 anni si evolve ulteriormente con la lettura autonoma.

Leggere  le fiabe insieme ai nostri bambini è un dono per loro e per noi stessi.

Il loro ascolto  permette lo sviluppo del “pensiero narrativo”, cioè la capacità cognitiva attraverso cui le persone strutturano la propria esistenza e le danno significato,  e attivano due modalità caratterizzanti l’attività mentale degli esseri umani: la realtà e la fantasia. 

Attraverso l’ascolto della fiaba il bambino attiva due funzioni fondamentali,  il pensiero razionale e il  pensiero fantastico, indispensabili per lo sviluppo e per il corretto funzionamento della sua attività mentale; inoltre le fiabe contribuiscono allo sviluppo psicologico dei bambini – non ci stancheremo mai di dirlo – nel linguaggio, nella sfera emotiva, relazionale e sociale.

E per i grandi? Leggere una fiaba significa aprirci al mondo del fantastico, dell’impossibile che diventa possibile, di lasciarsi andare alla meraviglia. Anche se non lo sappiamo, anche se lo abbiamo scordato, il nostro bambino interiore ha ancora bisogno – ha sempre bisogno – di ascoltare le fiabe, le ama. 

Proibito dire che non abbiamo tempo!

Facciamoci  un dono: leggere, e ancora di più, condividere la lettura con chi amiamo,  è regalarsi un piccolo attimo prezioso.

L’ora del tè

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Le fiabe ci vengono a cercare. E’ un dato assodato. Lo fanno quando hanno qualcosa da dirci. Qualcosa di davvero importante, qualcosa di cui abbiamo davvero bisogno.

Nel meriggio tutto d’oro… Guardando il sole, or ora tramontato. Alice! Accetta questa favola infantile, E deponila con mano gentile Là dove i sogni innocenti Presto s’intrecceranno a un mistico ricordo, Come ghirlande di fiori ormai appassiti Colti dai pellegrini nei più remoti siti.

Quel «pomeriggio dorato», del 4 luglio 1862, un venerdì, è ricordato da Carroll nel suo diario; parla di una gita in barca con le sorelline Liddel, sue vicine di casa, con cui passava gran parte del suo tempo, Lorina, Edith e Alice, quest’ultima sua preferita e sua musa. Durante quella gita, Carrol raccontò alle sue piccole amiche, per la prima volta,  la favola con le avventure di Alice  nel sottosuolo.

Forse potrebbe essere  difficile, leggere le avventure della piccola Alice senza pensare alle voci dell’ ambiguo  interesse di Carrol per i bambini:

“Per chi lo volesse proprio sapere, comunque, diremo che sì, Charles Lutwidge Dodgson alias Lewis Carroll era un pedofilo.” Carroll, Lewis. Alice nel Paese delle Meraviglie (Nuovi acquarelli) (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 31-32). Giunti Demetra.

Ma  dobbiamo anche pensare che è proprio  l’Inghilterra Vittoriana di allora che ha rapporti ambigui e malsani con i bambini che sono costretti a turni di lavoro impossibili, e le bambine delle famiglie più povere  vengono avviate alla prostituzione o al matrimonio quando hanno fra i 12  e 14 anni di età. Senza considerare la rigida educazione a cui vengono sottoposti, una rigidità che non lascia nessun spazio alla fantasia e alla creatività. Lo stesso Carrol, probabilmente, deve la sua balbuzia ai tentativi degli adulti di  eliminare il terribile difetto del suo mancinismo.

Leggendo e rileggendo Alice ti viene da pensare, preferiamo pensare, che Carrol  abbia voluto donare alla sua creatura, e allo stesso tempo alla sua reale, piccola musa, la vita fantasiosa e creativa, che le era negata, liberandola, e liberando sè stesso dalle rigide regole e dagli imperativi imposti dalla società del tempo.

Alice è  catapultata in un mondo dove tutto è al rovescio, al contrario, dove le regole di spazio e di tempo non esistono, dove regna il caos e,  attenzione – possiamo scoprire che anche il caos segue delle regole precise –  dove puoi bere strani  intrugli senza porti nessun problema o addirittura puoi mangiare funghi strani che ti fanno crescere a dismisura.

Alice incontra conigli, topi, un bruco fumato, un gatto che sparisce, un Cappellaio che ha litigato con il tempo, e strani animali che dicono  cose, ancora più strane. Ma ognuno di questi incontri, fa apprendere  qualcosa alla piccola Alice, perchè le insegnano ad adattarsi ad un mondo apparentemente incomprensibile – e non solo perchè cresce o diventa piccola, a seconda di quello che beve o mangia – un ottimo esempio di flessibilità (Bastone), ma anche perchè la crescita dell’individuo sta nella sua capacità di adattarsi all’ambiente e di interagire con esso. Una capacità che mostra la più alta forma di intelligenza dell’individuo. (Piaget)

Alice seguendo il coniglio bianco, nella sua tana,  non ha paura di scendere nell’ oscurità e nelle profondità della terra – e del  proprio inconscio, –  primo passo consapevole per la propria crescita personale.

La tana del coniglio scendeva giù dritta, come una galleria, e poi sprofondava all’improvviso, tanto all’improvviso che Alice non ebbe neanche il tempo di pensare a fermarsi, e si trovò a precipitare giù per quel cunicolo profondo. Alice nel paese delle meraviglie – L. Carrol

Ogni personaggio che incontra Alice mette in discussione le sue sicurezze e tutte le cose che ha conosciuto fino ad  allora, e le permette di crescere e proseguire nel suo cammino alla consapevolezza di sè, la ricerca fondamentale di ogni individuo, l’archetipo più importante.

Avevo letto questa fiaba molto tempo fa. Forse l’avevo dimenticata, anche se è impossible dimenticare Alice nel paese delle meraviglie. Probabilmente non l’avevo capita.

Lei è tornata a cercarmi, per le vie insolite e magiche delle inaspettate coincidenze. Perchè anch’ io, come Alice, mi sono trovata in un mondo per aria,  e nonostante questo – o proprio per questo –  non ho esitato, e ancora non  esito, a buttarmi nei varchi semiaperti del mio inconscio, senza pensarci tanto, inseguendo il coniglio bianco – a proposito il bianco è il colore, assenza di colore,  che simboleggia l’ iniziazione –

Il coniglio bianco è la mia parte in affanno, sempre in ritardo,  che vuole sapere, che mi esorta a cercare, a conoscere e fare mille cose nello stesso tempo.

Ho scoperto di avere anche il mio cappellaio matto, un amico speciale che, chissà come, è sempre presente quando la regina vuole tagliarmi la testa, e mi sta insegnando a vivere con leggerezza, anche quando sembra che il tempo si  cristallizzi in una finta, ma confortevole quiete, mi insegna a vivere i momenti no, e i pensieri attorcigliati e cupi, come un’interminabile e folle, nel senso più positivo e costruttivo del termine,  ora del tè.

Le fiabe ci vengono a cercare. E’ un dato assodato. Hanno sempre qualcosa di importante da dire…

 

Scriviamo una fiaba?

 

Si è concluso sabato  il laboratorio di creatività e scrittura fiaba ” Scriviamo una fiaba?” 

Un bellissimo gruppo di lavoro, che ha saputo collaborare molto bene insieme, condividendo idee e talenti; un gruppo che si è messo in gioco e non si è tirato mai indietro davanti a esercizi e prove,  che  hanno portato alla creazione di piccoli racconti preziosi, e bellissime fiabe che saranno raccolte in un libro.

Ogni momento di formazione è un grande insegnamento per chi apprende e anche per chi insegna, un privilegio, una grande ricchezza.

Grazie di cuore a Aurora, Debora, Michela, Barbara e Ivan e grazie alla bella Biblioteca di Padenghe, intitolata ad “Alda Merini”, che ci ha accolto e ospitato.

Istinto

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Lo stato psichico naturale delle donne è quello selvaggio, una parte instintuale potente, folle e creatrice. E’ la sua  connessione con  la madre Terra, è la sua capacità di essere integra, di trovare il proprio branco, di stare con orgoglio e sicurezza nel proprio corpo, indipendentemente dai propri doni o dai propri limiti.

Essere consapevole. Fidarsi delle proprie percezioni. Seguire i propri istinti.

Ma quando la donna si lascia addomesticare dalla vita, dalle relazioni, o dagli eventi, dimentica la sua natura selvaggia, la sua anima si addormenta. Perde la sua capacità di preveggenza, e quando ha la possibilità di tornare libera, diventa una donna-fera – dal latino fera ,  fiera, selvatica –  una donna che dopo esser stata annullata nella sua natura,  deprivata nelle sue emozioni, tradita nella sua lealtà, ha i suoi sensi affievoliti, e rischia le trappole, e le esche, alcune avvelenate, che incontra sul cammino del ritorno.

A parecchie esche siamo sensibili: relazioni , persone e avventure seducenti e invitanti, che tuttavia hanno dentro qualcosa di affilato che uccide il nostro spirito non appena le addentiamo.” Pinkola 

Dobbiamo  imparare ad evitare le trappole,  prendere i giusti sentieri. E cambiare strada, quando serve.

Ritrovare l’archetipo della donna selvaggia,  vuol dire liberare la creatività troppo a lunga imbrigliata nelle gabbie dorate in cui siamo volontariamente entrate, ascoltare le storie e i sogni che ci arrivano, vuol dire imparare a riconoscere i segnali, dare il tempo alle nostre ferite di rimarginarsi, darci il tempo di riconoscerci,  e lasciarci guidare dall’anima del  lupo che vive dentro di noi.

la donna sana assomiglia molto al lupo: robusta, piena di energia, di grande forza vitale, capace di dare al vita,pronta a difendere il territorio, inventiva leale errante. Eppure la separazione della natura selvaggia fa sì che la natura della donna diventi povera, sottile, pallida spettrale” Pinkola.

Ritroviamo il nostro istinto selvaggio e sarà la nostra guida per  cercare il nostro branco, tornare ad amare con tutte noi stesse,  essere vitali ed erranti. Ricostruirci, ricomponendo le ossa.

molti sono i modi e i mezzi per vivere con la natura istintiva, e le risposte alle domande più profonde cambiano quando voi cambiate e quando il mondo cambia… Per una vita, da quando conosco i lupi, ho cercato di capire come fanno a vivere prevalentemente in tanta armonia. Vi suggerirò quindi di cominciare immediatamente con una voce di questo elenco. Può essere di grande aiuto, per le donne che stanno lottando, cominciare dal numero dieci” Donne che che corrono con i lupi –  Clarissa Pinkola Estes

1. mangiare
2. riposare
3. vagabondare
4. mostrare lealtà
5. amare i piccoli
6. cavillare al chiaro di luna
7. accordare le orecchie
8. occuparsi delle ossa
9. fare l’amore
10. ululare spesso

I colori della dislessia

 

“Ciao Amici sono Carolina, oggi vi parlo di un libro davvero speciale, Le parole di Tobia, il coniglietto che colora il mondo, si tratta di una fiaba che spiega cos’è la dislessia a noi bambini… la scrittrice Mariarosa Ventura in questo libricino formato tascabile è riuscita a toccare il mio cuore e a farmi capire con la guida della mia mamma, come aiutare nel mio piccolo, chi ha la dislessia.

La storia si svolge in un bosco dove c’è una bellissima scuola, circondata da cespugli di more selvatiche e da distese do piccole margheritine primaverili.

Anche gli animali vanno a scuola, devono imparare a leggere, a scrivere e a contare come noi bambini e anche loro possono incontrare difficoltà. Tobia arriva tardi a scuola perché confonde le strade e le parole e i numeri quando legge a volte si mischiano sul foglio… lui si rattrista e si scoraggia perché non chiede aiuto e gli altri lo deridono perché non sanno… comunicare è molto importante, spesso aiuta a migliorare la nostra vita!

La prima parte di una  nuova e bella recensione per la nostra fiaba “Le parole di Tobia, il coniglietto che colora il mondo” , una fiaba per parlare di dislessia, Giovanelli Editore. 

Una fiaba fortunata, scritta per l’AID associazione italiana dislessia, e disegnata dai bambini delle scuole primaria della provincia di Brescia, e che sostiene l’associazione e tutti i volontari che lavorano ogni giorno con passione e professionalità.

Grazie al blog Il Bruco Carolina , che ha raccontato la nostra fiaba! Andate a fare una visita sul blog e potrete leggere il seguito della recensione.

Ammalarsi d’amore

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Grimm stories

E vissero per sempre felice e contenti non è una semplice frase conclusiva delle fiabe, e non vuole far credere al bambino che ci sia una vita eterna, ma gli  fa capire  che vivere una sana relazione di coppia appagante ed equilibrata  lo aiuta nel distacco dalla famiglia e dalla figura materna – dal cordone ombelicale –   e lo accompagna verso una vita adulta, serena e autonoma.

Quando ci ammaliamo d’amore? Quando la relazione non funziona più,  o quando il nostro – o la nostra – partner non è quello che desideriamo, o ci rendiamo conto che gli atteggiamenti non mostrano amore, quando le azioni sono svalutative — con la mancanza di rispetto – o punitive, con il silenzio, o ingannano con comportamenti ambivalenti – una volta dolce, una volta assente – un gioco sottile e terribile che invece di mettere in allarme apre la strada alla dipendenza affettiva.

Così ci si ammala d’amore. Si scivola, una caduta lenta ma inesorabile che crea un legame indistruttible e consapevole fra aguzzino e vittima. Un equivoco emotivo immenso, che  trascina la vittima nell’inganno delle proprie  giustificazioni, nel proprio disperato bisogno di essere accettato, accolto,  amato da chi non è in grado di provare nessun sentimento.

La storia di Cappuccetto Rosso – abbiamo parlato spesso di questa bellissima fiaba, la nostra preferita, una delle più antiche e interpretate, per i suoi molteplici e profondi significati, nell’interpretazione di  Bruno Bettheleim racconta, nell’incontro tra la bambina e il lupo, un legame malato: il lupo, che non rappresenta solo il maschio seduttore, rappresenta  anche tutte le pulsioni  sessuali e asociali in noi, perchè diventa irresistible per la sua vittima. Bettheleim

Nella versione di Perrault, Cappuccetto Rosso non è una bambina capricciosa, ma è una giovane, che sta scoprendo i  propri, primi  istiniti sessuali, e, complice, si lascia sedurre dal lupo – in apparenza  gentile –  e si consegna a lui, non scappa. Ma anche  il lupo è sedotto dall’offerta di Cappuccetto Rosso e invece di attaccarla, come farebbe   qualsisi lupo, si intrattiene con lei, in un gioco mortale di attrazione e seduzione.

La fiaba sembra svelare  un aspetto inquietante della realtà: le vittime più appetitose sono quelle  accondiscedenti, quelle che apprezzano il loro cannibale. Enrico Maria Secci- I narcisisti perversi

Secondo Berne,  il padre dell’analisi transizionale, Cappuccetto rosso è complice di un gioco autodistruttivo; chi è sedotto e chi seduce? Chi è vittima e chi è carnefice?

Come uscirne?

come psicoterapeuta la dipendenza affettiva e la malattia d’amore  mi hanno raggiunto atraverso le storie dei pazienti, storie trasfigurate  nelle più varie richieste di aiuto: ansia, attacchi di panico, mal di testa, paranoie, disturbi gastointstinali, depessione, sono il grido acuto di un esercito di Cappuccetto Rosso in psicoterapia” Enrico Maria Secci

Bisogna imparare ad ascoltare i segnali del nostro inconscio, della nostra anima. E’ difficile riconoscere il proprio carnefice, quanto è difficile rendersi conto che si è vittime consenzienti.

Il primo passo? Impariamo a volerci bene!