Vi portiamo con noi…

Possiamo uscire a fare qualche passeggiata, è vero, ma come è giusto, solo lo stretto indispensabile;  stanno chiudendo i parchi, e non tutti hanno la fortuna di abitare vicino al bosco.

Così, io e la mia anima gemella a quattro zampe, vi portiamo con noi, nel bosco... qualche minuto in mezzo al suo colore, al suo calore di umido e verde, accompagnati dai suoi profumi e dai suoi rumori.

Basta lasciarsi andare, respirare, a lungo e concedersi pochi minuti di quiete… e lasciare che le immagini e i suoni parlino alla nostra anima.

Restiamo in ascolto…

Elogio alla noia

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Ora di merenda. Mamma e il suo piccolo sono al bar,  seduti accanto al mio tavolo. Li raggiunge un’amica e le due si mettono a chiacchierare, mentre il bambino, sui 5 anni, comincia a sbuffare: finito il toast e bevuto il succo, non c’è molto altro da fare.

Mamma andiamo?

Ma siamo appena arrivati, tra un pò.

Ma io mi annoiooo.

Eccola,  la parola chiave che scatena il senso di colpa genitoriale, perché la noia non è ammessa, non è contemplata e non è utile. Non lo è per noi grandi, impensabile per i nostri piccoli, che riempiamo di attività di ogni tipo per evitare che abbiano momenti vuoti. Dopo la scuola, la palestra, la piscina, il parco giochi, e i compiti, se non c’è nulla da fare, tocca alla televisione,  fare da animazione per riempire i buchi di inattività.

Allo stesso modo, noi grandi, siamo pieni di cose da fare, soprattutto nel week end,  e anche se ci lamentiamo di essere pieni di cose da fare, abbiamo troppa paura di affrontare un tempo vuoto. Tempo vuoto e  prezioso che, invece, dovremmo imparare ad apprezzare, ad accogliere, senza sensi di colpa e senza pensare “a tutto quello che devo fare”.

Tempo per imparare ad ascoltarsi, a valorizzare  il silenzio, e stare da soli con sé stessi. Tempo per annoiarsi e scoprire che i momenti di riposo e e quiete sono fondamentali per riflettere, per fantasticare – un bisogno fondamentale dell’uomo – e per trovare nuovi interessi che ci  arricchiscano.

Educarci alla noia, per educare i nostri bambini, a casa come a scuola,  a vivere i momenti vuoti come una possibilità preziosa di trovare, da soli, nuove forme di gioco, per attivare curiosità, immaginazione, fantasia e creatività, per educarli al valore del silenzio, della riflessione interiore, e all’autonomia.

L’otium, presso i romani, racchiudeva molti significati, indicando il semplice ozio, il riposo dagli affari, la quiete, il tempo libero, la calma, la pace”. Come la contemplazione non è assenza di attività, così la serenità non è mancanza di passioni, ma l’equilibro armonico tra esse. L’arte di oziare – Seneca

Il vento racconta…

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Rachel Lynette

Adoro il vento, la sua irruenza, i suoi cambi repentini di direzione, come se si divertisse, sfrontato,  a confondere gli uomini e portare disordine  fra i  loro pensieri. Forse è per questo che una giornata ventosa può stordire, o può agitare. 

Ma chi ama il vento, ama sentirlo girare attorno in mulinelli gioiosi, e risponde al suo canto potente. Chi ama il vento, lo ascolta.

Oggi è una di quelle giornate, e il vento spinge da dietro le finestre e fa rimbalzare il suo richiamo attraverso le grondaie, che si lamentano, bonarie,  per la sua irruenza. Come resistere? Devo uscire, andarci in mezzo!

Alla faccia del calendario editoriale che oggi indicava un post sulla crescita personale, ho pensato alla fiaba di Andersen, bellissima, “Il vento racconta di Valdemar Daae e le sue figlie.” 

Le fiabe di Andersen, lo sappiamo,  sono spesso tristi: del resto la sua infanzia, con una famiglia indigente e con gravi problemi sociali, e la sua vita di adulto che non ha mai trovato una collocazione nel mondo, come se in realtà non ne facesse parte –  in questo mondo – hanno influenzato la sua opera.  Ma fin da piccolo, sua madre, che era analfabeta, gli ha raccontato storie, ogni giorno. 

Andersen ha creato le sua fiabe, tristi, ma bellissime e  molto evocative – da un raggio di sole, da un profumo, da un movimento di foglie. Dal vento…

Chi ama il vento, lo ascoltaIl vento sa ogni cosa, il vento racconta le storie degli uomini. Le nostre storie…

Quando il Vento corre sull’erba, allora questa si increspa come l’acqua, quando corre sul grano, allora questo ondeggia come un lago, questa è la danza del Vento; ascoltalo quando racconta: esso racconta cantando e risuona diversamente tra gli alberi della foresta piuttoso che tra aperture, fenditure e crepe del muro. Vedi come lassù il Vento dà la caccia alle nuvole come se fosse un gregge di pecore! Senti come il Vento quaggiù urla attraverso il portone aperto come se fosse il guardiano notturno che suona il corno! Esso urla in modo strano giù nel comignolo e dentro al caminetto; per questo il fuoco divampa e scintilla, illumina quasi interamente la stanza e si sta tanto bene seduti al caldo ad ascoltare. Devi soltanto lasciar raccontare il vento: esso conosce le fiabe e le storie, più di tutti noi insieme. Ascolta ora come racconta:

“Ffu-u-o-ri! scomparire!” – ecco il ritornello della canzone. Il vento racconta di Valdemar Daae e le sue figlie.”

Una caduta, una frattura e tre storie

 

 

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Ci ho pensato un po’ prima di fare questo post perché, pur scrivendo per lavoro,  non scrivo molto spesso di me, però voglio condividere gli accadimenti perché hanno portato con sé preziosi insegnamenti.

Qualche giorno fa mentre portavo fuori il mio cane, la mia amatissima Amali,  sono caduta –  non per colpa sua –  ma si è rotto il collare, mentre lei tirava verso un altro cane che le abbaiava furiosamente e io tiravo dall’altra parte; io sono volata, letteralmente – il mio cane pesa 40 kg ed è potente –  all’ indietro e cadendo, ho messo male il polso  destro e  me lo sono fratturata. Un volo di pochi secondi che è stato, per me,  come il volo nel nulla di Alice nella tana del Bianconiglio, e che ha buttato all’aria tutto il mio mondo di certezze e sicurezza: oltre al dolore atroce,   io sono destrorsa,  vivo da sola e  sono libera professionista:  il mio lavoro e la mia autonomia, i miei tempi, sono fondamentali nella mia vita, e mi sono improvvisamente  trovata a dipendere da tutto e da tutti.

Dopo il pronto soccorso,  l ‘ingessatura e  la notizia dell’operazione che farò lunedì,  ho deciso di scrivere questo post,  perché dopo   la prima reazione di totale disagio sconforto e  paura,  nei giorni successivi  ho cominciato a elaborare, accogliere e ascoltare quanto successo,  e dall’ascolto sono nate tre storie.

La prima parla proprio di  Ascolto e Consapevolezza : quello che insegniamo, spesso facciamo fatica a metterlo in atto. Quando succede qualcosa che ci blocca: la macchina che si rompe e avevamo un appuntamento  importantissimo, il computer che non funziona e dobbiamo consegnare un lavoro urgente o peggio, una malattia  o una  frattura: queste situazioni  indicano sempre un fermo obbligato, vuol  dire che il nostro corpo,  l’universo o  qualunque energia che ci circonda e nella quale crediamo,  ci sta indicando che è arrivato il momento di fermarci – nel mio caso, probabilmente  qualche avvisaglia l’avevo avuta prima, e non l’ho ascoltata –  così  il corpo, l’inconscio o l’ universo,  decidono  in modo un po’ energico, che è arrivato il momento di dire basta.

Insegno  sempre che ogni cosa che ci accade è un  privilegio,  una possibilità di imparare qualcosa; ora  so che questo  nuovo viaggio mi  porterà nuova insegnamenti  e che i primi senz’altro stanno già arrivando: ho compreso che pur insegnando sempre agli altri ad amarsi e volersi bene, e l’importanza  di  mettersi al primo posto, forse stavo dedicando poco tempo a me stessa –   e non parlo solo in termini di cure fisiche, ma anche di tempo emotivo,  di tempo  per guardarmi dentro,  per fermarmi e  ascoltarmi. Ora  sono obbligata a farlo e questa,  penso che sia una delle lezioni più importanti. Non voglio fare l’eroina della situazione perché ci sono state molte lacrime, di rabbia e   di frustrazione,  ma poi ho scoperto che  è meglio ridere di sé, perché si fa anche molta fatica a soffiarsi il naso con la mano sinistra.

La seconda storia parla di Autonomia e Cura: si parla tanto di quanto sia importante essere autonomi e indipendenti, ma è altrettanto importante sapere che abbiamo sempre bisogno degli altri. A volte diamo per scontato le persone che abbiamo vicino, e scopriamo nei momenti del bisogno di quanto sia fondamentale e meravigliosa la propria famiglia,   di quanto sia una cura miracolosa  il loro supporto, e  di quanto sia bello e rassicurante,  avere persone intorno che sono disponibili a correre per te,  quando hai bisogno, e non parlo solo dei miei familiari  – che sono stati, e sono meravigliosi sempre –  ma anche di persone che mi sono vicine, amici e amiche, che  mi hanno offerto il  loro aiuto prezioso in qualsiasi modo.

La terza storia parla di Tempo e Risorse: improvvisamente ti rendi conto che tutto quello che non puoi fare perché non hai tempo,  perché non ce la fai,  perché hai troppe cose da fare, e molte cose le  rimandi in continuazione, in realtà sono cose che non vuoi fare.   Il Tempo è un signore gentile e democratico, è lo stesso per tutti. Rimandare e non avere tempo sono giustificazioni che servono a far passare i sensi di colpa, per un lavoro non fatto, per una promessa tradita o per la mancanza di attenzione verso sé stessi o gli altri. E Risorse, che abbiamo e non usiamo mai, ma che saltano fuori nel momento del bisogno: così scopri che quello che non riuscivi a fare, per mille e svariati motivi, ora lo fai, anche con più impegno – perché ora è diventato più difficile – ma lo porti a termine.

Cose che hai relegato nel cassetto del “prima o poi lo farò” che improvvisamente trovano strada e arrivano a destinazione – Più è difficile farlo e più la mente è lucida e creativa. Questa storia parla anche di limiti, quelli che ci creiamo ogni giorni per limitarci e rendere più tortuoso il proprio cammino.

Storie che vanno lette e rilette spesso, anche senza bisogno di una caduta che ce le mostra ben chiare a caratteri cubitali nel proprio cielo. Lezioni importanti e nuove strategie di vita quotidiana, come usare il dentifricio e lavarsi i denti, aprire  una bottiglia, scrivere decentemente con la sinistra, e strappare un foglio di Scottex, con un unico deciso, perfetto,  colpo.

E sorridere, sorridere spesso…

 

 

Guarda!

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Drew Graham

Si può vedere molto, semplicemente guardando – Yogy Berra

Troppe volte guardiamo l’altro con giudizio. La nostra comunicazione è influenzata dai nostri punti di vista, dai nostri pregiudizi, e dai nostri schemi mentali. Così ci poniamo all’altro, giudicandolo.

E comunichiamo, esprimendo, anche inconsapevolmente,  il nostro giudizio, che l’altro recepisce subito come una critica. E comprendersi diventa sempre più  difficile.

Come guardi l’altro?

Quante volte mescoli osservazione e giudizio? Puoi fare un piccolo esercizio: scrivi una situazione in cui un’ interazione con un’altra persona – amore, lavoro, amicizia, famiglia – non è andata bene, non è andata come avresti voluto e anziché risolvere, ha amplificato l’incomprensione. Scrivi le parole che hai usato per parlare con l’altro, e guarda con attenzione: hai osservato o hai giudicato?

Se ti va, condividi il tuo pensiero…

Come comunichi?

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Un incontro per parlare di comunicazione, per condividere le difficoltà e scoprire che comunicare, comunicare bene, è davvero possibile.

Per informazioni: fiabeincostruzione@gmail.com

Perchè è così difficile comunicare?

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Perché è così difficile comunicare? Me lo chiedono spesso durante gli incontri formativi, anche quando non sono specifici sulla comunicazione, e mi rendo sempre più conto che relazionarsi, a qualsiasi livello, stia diventando sempre più un problema.

Marito e moglie, genitori e figli, genitori  e insegnanti, fidanzati, colleghi, innamorati, amici, vicini, e conoscenti: anche quando parliamo la stessa lingua – perché se pensiamo a quando ci relazioniamo ad una persona che appartiene ad un altro paese e ad un’altra cultura, naturalmente la cosa si complica ancora  di più – non ci capiamo.

Anche quando diciamo la stessa cosa, non ci capiamo. Perché è così complicato?

Perché non sappiamo dire qualcosa ad un’altra persona, senza partire dal nostro, personale punto di vista, e non teniamo conto di cosa può pensare l’altra persona

Perché sentiamo e non ascoltiamo, l’altra persona, e anzi la maggior parte delle volte mentre stra ancora parlando, stiamo già pensando a quale risposta dare.

Stiamo già pensando che tanto sappiamo già che cosa ci vuole dire.

E così facendo non sappiamo davvero cosa ci sta dicendo l’altro, non sappiamo davvero cosa pensa e non possiamo sapere se quello che dice può essere un valore per noi. 

Comunicare vuol dire osservare, senza giudizio; vuol dire che se l’altro è vestito in un modo che non ci piace, o se è diverso da noi, non ci facciamo condizionare da questo, 

e dire: mi fai arrabbiare perchè sei sempre in ritardo

  • mi fai arrabbiare, vuol dire dare la colpa all’altro; è già un giudizio mentre noi siamo responsabili delle nostre emozioni,
  • sempre è un punto di vista, il nostro sempre non è quello dell’altro, e c’è un’accusa implicita.

è diverso dal dire mi arrabbioio provo questa emozione,  quando arrivi in ritardonon giudico ma osservo,  perché sento che non ti interessa nulla di meesprimo il mio sentire

ascoltare, ascoltare davvero, con fiducia partendo dal presupposto che l’altro può avere un pensiero diverso da noi e che ci può arricchire.

guardare l’altro, per cogliere oltre alle sue parole, i suoi sguardi, i suoi gesti, i suoi toni che potrebbero dirci molto  altro, rispetto al suo stato d’animo, e potremmo così attivare quella piccola, grande, purtroppo difficile risorsa che si chiama empatia.

Naturalmente la prima persona per la quale possiamo provare empatia, siamo noi stessi. Se non ci prendiamo in considerazione noi, come potrà farlo qualcun’altro?

Comunicare, bene, è possibile. Come? Partendo da noi, ma ascoltandoci, ascoltando i nostri bisogni, le nostre paure, e i nostri limiti. E accogliendoli. Solo così potremo accogliere quelli degli altri. 

Cominciamo con un piccolo esercizio: basta pensare all’ultima volta che abbiamo discusso con qualcuno, amico, amore o un collega. Come è accaduto? Come ci siamo posti di fronte all’altro.? Abbiamo osservato o abbiamo giudicato? Abbiamo sentito o abbiamo guardato?

Vi consiglio di fare l’esercizio scritto: aiuta l’introspezione. Potreste rimanere davvero sorpresi…