Respira…

pasquetta

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La fanciulla si tolse le scarpe rovinate e poi si sfilò le calze pesanti.

Tirò un sospiro ma l’aria le si fermò fra il cuore e un pensiero e non volle uscire. Succedeva quasi sempre in qui giorni.

Quando posò il piede sull’erba umida sentì un brivido che le arrivò fino in testa, come una vibrazione che la percorse e si allargò in ogni punto del suo corpo.

Buffo… come un’improvvisa doccia refrigerante.

Camminò, lentamente nell’erba alta, in quell’immenso prato deserto, circondata dai  meravigliosi e umili fiori dorati, inconsapevoli di tanta bellezza.

Arrivò al centro del prato e si guardò intorno incantata… era un quadro di  Monet,          ed ora lei ne faceva parte.

Che meravigliosa sensazione di quiete, serenità e fiducia. Sì, io mi fido…

Chiuse gli occhi, e lentamente si lasciò andare all’indietro e, come se il vento gentile e improvviso, la sostenesse, fu una danza, leggera mentre cadeva, e cadeva, e sembrava non finire mai.

Finalmente l’erba soffice l’accolse come un morbido cuscino di seta, l’avvolse in un abbraccio di fiori, colori, profumi e lei cominciò a ridere, e ridere e  con quella risata uscirono tutti i respiri che li si erano fermati dentro per così tanto tempo, e volarono via, insiemi ai figli dei soffioni, alla paura e ai pensieri tristi.

Respira…

Animal Reiki. Ariel, la dolce

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Sono operatore Reiki e Reiki Animal e l’esperienza già di per sé, bellissima, di poter trasmettere questo dono dell’universo, diventa davvero speciale quando tratto animali; sono molto ricettivi e aperti a Reiki, perché a differenza degli uomini non hanno filtri, e sono loro che si prendono l’energia di cui hanno bisogno, e spostandosi con il corpo, mi indirizzano nei punti giusti.

Quando tratto l’animale, ad esempio cani e gatti, il beneficio di Reiki arriva anche al suo umano di riferimento e spesso, nei trattamenti a distanza, il cane entra in connessione con me, con il suo padrone,  perché loro, esseri puri, entrano nella nostra vita per svolgere un compito, per noi, per prendersi cura di noi.

Come si può raccontare la meravigliosa connessione fra un cane e il suo umano? Mille bellissime parole che forse non basterebbero a raccontare quanto sia immenso l’amore che i nostri animali ci donano. 

Ma io racconto storie e oggi racconto quella di Ariel, una boxerina bellissima e vivace e Max, il suo umano,  grande amante di animali, speciale,  gentile e innamorato, naturalmente di Ariel:  amicizia, amore, affetto, meravigliosa compagnia. Fiducia, coccole, giochi e affettuosi dispetti.

La dolcissima Ariel, due anni, soffre da sempre, di una fastidiosa dermatite da allergia sui muscoli delle cosce, e si gratta, spesso e vistosamente, tanto da grattarsi fino alla pelle; pastiglie, e cibo adatto, risolvono il problema solo in parte.

Quando Max mi ha parlato del problema di Ariel, abbiamo pensato di fare un trattamento, a distanza, di prova, ma in realtà, già alla prima connessione la piccola Ariel ha smesso di grattarsi e nei giorni successivi, con trattamenti di mantenimento, ha continuato a stare meglio, e ora , non si gratta quasi più. Per Max è stato un risultato bellissimo perché non sopportava di vederla così a disagio, e lei si nascondeva per non farsi vedere a grattarsi!

Ogni trattamento Reiki non sostituisce il veterinario, né le  medicine, ma può lavorare in sinergia per risolvere problemi che nascono ad esempio da squilibri emotivi o situazione di stress che non sappiamo riconoscere,  e quest vale anche anche negli essere umani.

Se vuoi avere informazioni su Reiki Animal puoi contattarmi a fiabeincostruzione@gmail.com oppure mi trovi nel mio studio virtuale su Huknow

I cani sono il nostro legame con il paradiso. Non conoscono il male né la gelosia né la scontentezza. Sedersi su un pendio con un cane in uno splendido pomeriggio è come tornare nel giardino dell’Eden in cui oziare non era noioso: era la pace.” Milan Kundera

Chakra Muladhara, io esisto

 

 

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Abbiamo parlato dei chakra e di come sia importante conoscerli e sapere come attivarli perché quando questi centri energetici, sono aperti e in equilibrio ne consegue il nostro benessere psicofisico.

Muladhara,in sanscrito mhula e adhara, radice e sostegno, è  il primo chakra, posizionato nella parte bassa del bacino, nel coccige, e la sua ghiandola corrispondente è la ghiandola surrenale. 

E’ chiamato anche chakra della radice, perché costituisce la radice e il fondamento  del sistema energetico dei chakra, ci collega all’energia di Madre Terra e il suo colore è il rosso.

Quando Muladhara è funzionante, abbiamo un solido contatto con la terra, siamo radicati e ci sentiamo sicuri, fiduciosi e sviluppiamo una personalità tale che ci consente di garantirci protezione e crescita, anche a livello di relazioni con l’altro molto positive e successo nel nostro lavoro.  Ci sentiamo vitali e positivi.

Se questo chakra è bloccato e poco aperto, ci sentiamo “senza fondamenti”, non abbiamo il contatto con la terra e viviamo sentimenti di sfiducia, inadeguatezza e solitudine, che può diventare anche forte egoismo e aggressività. Possiamo anche provare paure esistenziali.

In un momento come questo, è facile che il nostro Muladhara sia bloccato, perché siamo messi alla prova da qualcosa che non conosciamo e che ci ha tolto la stabilità, la vita di ogni giorno, quella che ci appartiene e ora non possiamo più fare, anche se per un tempo limitato.

Come attivarlo: oltre alla pratica Reiki che interviene per riequilibrare i chakra,  indossate qualcosa di rosso, basta anche un nastro legato al polso, o vestite, e circondatevi di rosso.

Non possiamo andare troppo in giro, ma una passeggiata nei campi e nei giardini è consentita: cerchiamo il legame con la terra, sediamoci e tocchiamo il terreno intorno a noi e se possiamo piantiamo un seme, fiori, immergiamo le mani nella terra per riconnetterci alle sue radici.

Se usate olii essenziali, il rosmarino e i chiodi di garofano stimolano il primo chakra,ed è di grande aiuto ripetere le affermazioni, più volte al giorno, come un mantra: le parole sono altrettanti semi che dobbiamo piantare con grande cura e attenzione nel nostro giardino interiore.

Ho fiducia nella forza della natura, la terra mi sostiene e mi sorregge

Per informazioni sulle sessioni di REIKI compila il modulo di seguito:

 

La sana paura

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Aroon Blanco

Ci sono tante forme di paura.

C’è la paura per qualcosa di definito, che ha una forma e magari un nome.

C’è la paura per qualcosa che non si conosce. Che non ha nome. Che non puoi prendere in mano, se vuoi, per gettarlo lontano. Non puoi controllarlo. E questo fa ancora più paura. Una paura che schiaccia in un angolo e toglie il fiato.

Abbiamo paura di quello che conosciamo e che non possiamo controllare. Abbiamo paura del cambiamento, anche quando vuol dire cambiare alcune abitudini alle quali prima, magari non davamo troppa importanza, ma ora diventano vitali,

C’è la paura che ti fa perdere il controllo: è l’irresponsabilità del panico, quello che rende egoista e senza nessuna empatia per il  resto del mondo. E’ quella paura che ti fa correre quasi senza meta – o a prendere un treno al volo e se nella tua fuga verso il nulla, pesti anche qualcuno, che importa? Questa si chiama sopravvivenza.

C’è la paura che non vuoi sentire, perché è un’emozione che non vuoi provare, perché la tua paura più grande è proprio delle emozioni. Che non sai elaborare, non puoi gestire. Così meglio far finta di niente! Non sta succedendo nulla, e comunque non sta succedendo a me! Vuol dire rimuovere il problema e ogni cosa che lo riguarda. Bisogna stare a casa? Ma non riguarda me…  Non voglio cambiare nulla della mia vita, ed esco con gli amici anche se dicono che sarebbe meglio – responsabile – stare a casa o non creare assembramenti di persone; e si verifica poi il meccanismo tipico dei gruppi, la de-individuazione, cioè l’attenuazione della propria identità  personale, che è caratterizzata dalla sensazione di anonimato, dalla responsabilità diffusa,  e dalla sottovalutazione e la  trasgressione delle  norme istituzionali.

Come dice Baumann: “Per evitare una catastrofe bisogna prima convincersi che l’impossibile è possibile”

Bisogna accogliere la paura, come un sentimento che fa parte di noi, come ogni altra emozione. Aver paura, vuol dire esprimere una emozione che se repressa, causerebbe blocchi e si ripresenterebbe, prima o poi, in modo totalmente inadeguato.

Avere paura è sano,  paura è quella che ci dà dei limiti, che ci fa stare attenti, che ci impedisce di fare cose pericolose. Una sana paura, in questi strani giorni, è quella che ci fa diventare responsabili, attenti a noi, a chi amiamo, e agli altri.

Come non farla diventare angoscia, o totale disinteresse? Noi possiamo sempre fare la differenza anche quando una situazione non dipende da noi, come sta succedendo ora, con il nostro atteggiamento, il nostro modo di porci agli accadimenti.

E’ sicuramente un momento difficile, ma ognuno di noi può dare il proprio prezioso contributo: pensare e condividere positività: se pensiamo agli ospedali pieni, pensiamo alla eccellenza del nostro personale medico, siamo in ottime mani,  e al rispetto per il loro lavoro.

Diffondiamo senso di responsabilità e attenzione: il nostro comportamento, quello che facciamo, cambia davvero le cose,  e, oggi, mantenere un metro di distanza dall’altro, è più amorevole di un caldo abbraccio.

Fiducia di se’:  noi possiamo superare le difficoltà, abbiamo risorse e forza che nemmeno conosciamo; e e quando sentiamo che la preoccupazione sta oltrepassando il limite della sana paura, andiamo a fare una passeggiata nel verde, a contatto con gli alberi, e respiriamo. E scriviamo, disegniamo e coloriamo la paura.

E un piccolo ma potente esercizio: disegniamole un volto e diamole un nome. Umanizzare le emozioni vuol dire imparare a gestirle. La paura diventa così un’amica, che accogli e alla quale puoi chiedere di andare via.

Guarda!

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Drew Graham

Si può vedere molto, semplicemente guardando – Yogy Berra

Troppe volte guardiamo l’altro con giudizio. La nostra comunicazione è influenzata dai nostri punti di vista, dai nostri pregiudizi, e dai nostri schemi mentali. Così ci poniamo all’altro, giudicandolo.

E comunichiamo, esprimendo, anche inconsapevolmente,  il nostro giudizio, che l’altro recepisce subito come una critica. E comprendersi diventa sempre più  difficile.

Come guardi l’altro?

Quante volte mescoli osservazione e giudizio? Puoi fare un piccolo esercizio: scrivi una situazione in cui un’ interazione con un’altra persona – amore, lavoro, amicizia, famiglia – non è andata bene, non è andata come avresti voluto e anziché risolvere, ha amplificato l’incomprensione. Scrivi le parole che hai usato per parlare con l’altro, e guarda con attenzione: hai osservato o hai giudicato?

Se ti va, condividi il tuo pensiero…

Perchè è così difficile comunicare?

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Perché è così difficile comunicare? Me lo chiedono spesso durante gli incontri formativi, anche quando non sono specifici sulla comunicazione, e mi rendo sempre più conto che relazionarsi, a qualsiasi livello, stia diventando sempre più un problema.

Marito e moglie, genitori e figli, genitori  e insegnanti, fidanzati, colleghi, innamorati, amici, vicini, e conoscenti: anche quando parliamo la stessa lingua – perché se pensiamo a quando ci relazioniamo ad una persona che appartiene ad un altro paese e ad un’altra cultura, naturalmente la cosa si complica ancora  di più – non ci capiamo.

Anche quando diciamo la stessa cosa, non ci capiamo. Perché è così complicato?

Perché non sappiamo dire qualcosa ad un’altra persona, senza partire dal nostro, personale punto di vista, e non teniamo conto di cosa può pensare l’altra persona

Perché sentiamo e non ascoltiamo, l’altra persona, e anzi la maggior parte delle volte mentre stra ancora parlando, stiamo già pensando a quale risposta dare.

Stiamo già pensando che tanto sappiamo già che cosa ci vuole dire.

E così facendo non sappiamo davvero cosa ci sta dicendo l’altro, non sappiamo davvero cosa pensa e non possiamo sapere se quello che dice può essere un valore per noi. 

Comunicare vuol dire osservare, senza giudizio; vuol dire che se l’altro è vestito in un modo che non ci piace, o se è diverso da noi, non ci facciamo condizionare da questo, 

e dire: mi fai arrabbiare perchè sei sempre in ritardo

  • mi fai arrabbiare, vuol dire dare la colpa all’altro; è già un giudizio mentre noi siamo responsabili delle nostre emozioni,
  • sempre è un punto di vista, il nostro sempre non è quello dell’altro, e c’è un’accusa implicita.

è diverso dal dire mi arrabbioio provo questa emozione,  quando arrivi in ritardonon giudico ma osservo,  perché sento che non ti interessa nulla di meesprimo il mio sentire

ascoltare, ascoltare davvero, con fiducia partendo dal presupposto che l’altro può avere un pensiero diverso da noi e che ci può arricchire.

guardare l’altro, per cogliere oltre alle sue parole, i suoi sguardi, i suoi gesti, i suoi toni che potrebbero dirci molto  altro, rispetto al suo stato d’animo, e potremmo così attivare quella piccola, grande, purtroppo difficile risorsa che si chiama empatia.

Naturalmente la prima persona per la quale possiamo provare empatia, siamo noi stessi. Se non ci prendiamo in considerazione noi, come potrà farlo qualcun’altro?

Comunicare, bene, è possibile. Come? Partendo da noi, ma ascoltandoci, ascoltando i nostri bisogni, le nostre paure, e i nostri limiti. E accogliendoli. Solo così potremo accogliere quelli degli altri. 

Cominciamo con un piccolo esercizio: basta pensare all’ultima volta che abbiamo discusso con qualcuno, amico, amore o un collega. Come è accaduto? Come ci siamo posti di fronte all’altro.? Abbiamo osservato o abbiamo giudicato? Abbiamo sentito o abbiamo guardato?

Vi consiglio di fare l’esercizio scritto: aiuta l’introspezione. Potreste rimanere davvero sorpresi…