Il trapano e la felicità

 

Cosa c’entra un trapano con la felicità? Niente direte voi, ma vi sbagliate! Chiedetelo agli alunni delle classi  seconde, sezioni A e B,   della scuola primaria di Vobarno, che hanno scritto delle piccole storie preziose su questa insolita coppia,  perchè come ci ha insegnato Rodari, più le parole sono distanti fra loro e più il binomio è perfetto, e provoca la mente, che chiede aiuto alla fantasia per inventarsi cose meravigliose.

Ho incontrato ancora i bambini della scuola primaria di Vobarno per la seconda  parte del laboratorio di scrittura creativa e fiabe e, questa volta, abbiamo anche  usato “il domino delle carte”  le bellissime carte delle fiabe di Paola Biato, counselor professionale,  che hanno entusiasmato i bambini e anche la sottoscritta perchè seguendo la traccia dei disegni,  insieme alle loro  maestre – i bambini hanno inventato magiche storie di streghe sposate con orchi, di maghi che fanno pozioni per far trasformare i cattivi in farfalle, di una chiave preziosa e di un bellissimo castello.

Anche questa volta i bambini hanno dimostrato la loro infinita voglia di fare, di inventare e di lavorare in gruppo e mi hanno donato il privilegio di vivere una bellissima esperienza.

Ancora un gigante GRAZIE a tutti i piccoli alunni, che mi hanno fatto parte  della loro meraviglia e della loro allegria,  GRAZIE alle  loro maestre Cristina e Sara che li accompagnano ogni giorno, facendo con loro, e per loro un lavoro meraviglioso, fatto di passione, dedizione e cura, e GRAZIE a Clara presidente dell’infopoint AID Garda e Valsabbia che mi ha coinvolto in questa bellissima avventura.

Ma naturalmente, ora, voi vorrete sapere cosa c’azzecca un trapano con la felicità…

“Un giorno c’era un bambino che aveva sempre una felicità pazzesca e a lui gli piaceva usare il trapano perchè lui pensava che il trapano, quando faceva rumore, spruzzava fuori felicità e allora la voleva prendere.” Sabrina -classe 2A

In un mondo fantastico, un giorno è successa una catastrofe, oh santo cielo, disse un bambino – il trapano ha fatto un buco nella F e nella C di felicità, che catastrofe. Allora il trapano prese una vite per la F e una vite per la C e ad un certo punto: TRRRRRRRRR-TRRRRRRR-TRRRRR. – Cosa è successo – esclama il bambino – guardate, il trapano ha sistemato il guaio che aveva fatto un’ora fa. E da quel giorno FELICITA’ diventò così bella che tutti la volevano.” Aurora -2A

Le fiabe sono tutte intorno a noi…

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CreaTTivo – lavori in corso

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Il ladro di sogni – Petrone Luca, Grazi Vittoria, Mateazzi Chiara, Pozzi Angela, Dishnica Najsa

Una meritata punizione –  Miriam Giavarina, Nikita Ponzin, Tommaso Polito, Susanna Bedin, Caterina Dal Bianco

Lacrime – Beatrice Cavezza, Martina Schiavo, Giulia Maran, Martina Mosele, Davide Grazi.

Il messaggero – Giulia Menta, Laura Pellizzaro, Valentina Scagno, Chiara Ghiotto, Mattia Stella

White feeling – Maya Zullian, Silvia Carlan, Carolina Savio, Barbara De Rossi, Anna Luna Bedin, Micol Munaretto.

Avete le letto le bellissime fiabe metropolitane dei ragazzi della 3A del liceo Artistico Canova di Vicenza.

Vi abbiamo raccontato le emozioni e le soddisfazioni per le attività svolte insieme ai ragazzi – e alle loro insegnanti – la loro partecipazione e la bellezza della loro fantasia e creatività e la loro voglia di fare, perchè dopo aver scritto le fiabe metropolitane hanno cominciato subito a lavorare ai disegni,  che accompagnanao le fiabe, guidati dalla loro  brava insegnante d’arte Eleonora Pucci.

Così lavori in corso, perchè  CreaTTivo non si è mai fermato, nemmeno durante le vacanze.

Ecco i primi schizzi, e la preparazione dei disegni.

Vi anticipiamo che i nostri bravissimi  ragazzi, ora della 4A, vi stanno preparando meraviglie!

 

 

La leggenda di Tempusfugit – epilogo

tempusfugit foto2

Vanni Camurri

Proseguono le avventure di Gualtiero, valoroso cavaliere che ha combattuto nelle crociate; ecco l’epilogo della Leggenda di Tempusfugit, la fiaba che si è aggiudicata la terza posizione per la  categoria Autori, al nostro bel Concorso  Un Paese da Fiaba organizzato dal Comune di Padenghe sul Garda, con la Biblioteca Comunale e la collaborazione di Fiabe in Costruzione.

Ancora complimenti al suo autore Vanni Camurri

La leggenda di Tempusfugit

“Gualtiero tornò lentamente sulle rive del lago meditando sulle parole dell’herbaria: se non aveva voluto dire di più non poteva darle torto: era una donna sola ed indifesa, senza protezione contro un’eventuale vendetta della dama di Glorenza, in ogni caso era sulla pista giusta, ne avrebbe parlato con Neri di Manerba e decise di pendere la strada del ritorno. Sostò alla fonte presso cui aveva incontrato il pellegrino, si dissetò e quando rialzò il capo rivide il sant’uomo.

«Dio ti salvi guerriero della croce».  Lo salutò questi.

«Chi siete, di grazia, messere?».

«Un messaggero… per aiutarti a terminare l’impresa cui sei chiamato».

Il pellegrino si tolse il mantello da crociato restituendolo a Gualtiero: «prendilo, ti servirà a vincere il gelo che ti attende; ora torna alla tua dimora, cerca l’olivo piantato da Santo Francesco e cogline il frutto, cerca la radice di mandragora, uniscili e fanne un unguento, poi recati dove sai e quando Dama Samblana di Glorenza si rivelerà, offriglielo; all’ultimo dovrai unire un ingrediente segreto e, se sarai coraggioso, libererai questa regione dalla malvagità di quell’anima perduta. Non parlarne con alcuno, resta celato e fai quanto ho detto».

«E quale sarebbe l’ultimo ingrediente?».

Gualtiero non ebbe tempo di terminare la domanda che il pellegrino era scomparso. Ancora una volta avrebbe dovuto affidarsi al proprio intuito e alla sua buona stella.

Fece comunque secondo le parole del sant’uomo.

Tornò alla sua dimora e nei giorni successivi si recò sull’isola del Benaco presso un piccolo eremo abitato dai seguaci del santo d’Ascesi che gli indicarono un vecchio Olivo. Ne colse i frutti e quindi si mise alla ricerca della radice di mandragora. Prese con sé un cane nero, indispensabile per raccoglierne la radice, così simile al corpo umano.

Cercò nei campi incolti, aridi e lungo le siepi, ben attento a non confondersi con la borraggine. Finalmente scovò la pianta dalle foglie oblunghe e rugose, dai fiori violacei e con piccole bacche color della zucca. La legò alla base col guinzaglio del cane, lasciandolo poi libero di correre. Secondo i libri degli antichi la radice, venendo alla luce, avrebbe emesso un doloroso lamento che avrebbe ucciso la creatura che l’aveva portata allo scoperto. Fortunatamente non avvenne nulla del genere: il cane scorrazzò felice per il campo e alla fine tornò da lui per ricevere la sua razione di carezze; Gualtiero giudicò quell’avvenimento beneaugurante.

Recuperò la radice, la ripose nella sacca che portava alla cintola e tornò sui suoi passi per riconsegnare prima di tutto il simpatico cane al pastore che glielo aveva affidato; l’animale era stato un ottimo compagno e gli sarebbe piaciuto averlo sempre con sé.

In seguito seccò la radice, spremette i frutti dell’olivo benedetto e lavorando con pazienza al mortaio preparò l’unguento, sempre pensando a come avrebbe potuto inserire, all’ultimo, un ingrediente sconosciuto. Ora non restava che attendere il giorno propizio.

Il bel tempo sembrava non finire mai ed ebbe modo di salire all’abatiola di Maguzzano dove si affidò alle preghiere dei santi frati benedettini, si confessò e volle trascorrere una veglia d’armi, come quando era stato investito cavaliere ed era partito per la Terrasanta.

 E venne il giorno del sole pidocchioso e del vento assassino: nubi alte e sottili avevano preso possesso del cielo offuscando il sole, rendendo il suo splendore evanescente e lattiginoso. Un vento freddo da nord spazzava pianura e colline, piegando siepi e cime degli alberi; anche il lago sembrava soffrire quel clima: le sue acque avevano assunto il colore della giada e dell’olivo, appena increspate da onde piccole e nervose.

Gualtiero annusò l’aria del mattino e decise che il momento della verità era giunto. Indossò il mantello, cinse la spada, montò a cavallo, mormorò una preghiera sotto la barba e diede di sprone. Legata alla cintura aveva la preziosa ampolla con l’unguento che aveva preparato. Lasciò andare il cavallo, ma lo sentiva nervoso e si limitò a condurlo con leggeri tocchi delle ginocchia per rassicurarlo. Giunse infine alla collina di Montdragon, salì l’erta arida e sassosa, spazzata da un vento gelido e impetuoso; giunto sul crinale fermò il cavallo e scese: oltre si scorgeva l’imboccatura della valle delle streghe, oscura e desolata; il luogo stesso in cui era giunto era inospitale e senza alcun segno di vita.

Il vento aumentò d’intensità raggelando terra ed aria. Gualtiero si guardò attorno e l’unica cosa con un’apparenza di vita erano le froge del suo cavallo i cui sbuffi subito si condensavano in nuvolette di vapore, poi, all’improvviso, comparve un gatto completamente nero, solo la testa era bianca: una livrea inquietante che non aveva mai visto. Il gatto lo fissò per un lungo momento poi, come era comparso, svanì. L’atmosfera era come sospesa e Gualtiero intuì che l’incontro con la dama di Glorenza era prossimo.

Cadde qualche fiocco di neve, volteggiando rapido nel vento rabbioso. Si guardò nuovamente attorno, inquieto, finché, come fossero spuntate dal nulla, vide dinnanzi a sé due graziose bambine; vestivano tunichette azzurrognole e cangianti come i nevai d’alta quota, capelli biondi sottili come paglia, occhi azzurri, acquosi, quasi bianchi; gli parve che non lo vedessero, quasi fossero cieche o assorte in una visione evanescente.

«Cosa cerchi cavaliere?». Gualtiero sussultò: non solo le piccole erano identiche, certamente gemelle, ma parlavano all’unisono suscitando echi misteriosi che il vento disperdeva.

«Chi siete?». Domandò a sua volta Gualtiero, vacillando come se l’atmosfera in cui si trovava gli suggesse l’energia vitale. Sempre all’unisono le bambine risposero e le loro parole, portate dal vento parvero replicarsi mille volte, giungendo a Gualtiero da ogni dove.

«Siamo le Eguales, ancelle di Samblana; cosa cerchi cavaliere?».

«Parlare con la vostra signora».

«Non importa quel che tu vuoi, solo quello che la nostra signora vuole è importante».

La nevicata era aumentata d’intensità e i fiocchi turbinavano riducendo la visibilità; le bambine erano immobili, silenziose, irreali; il gelo aumentò all’infinito e i fiocchi, mulinando vorticosamente, formarono una figura umana. E Samblana apparve.

Sul viso, seducente, spiccavano gli occhi, freddi eppur dal lume intenso e la bocca, d’uno scarlatto affascinante e al contempo tempo sgradevole.

«Cosa ti porta qui, cavaliere?».Quelle parole colpirono Gualtiero come se fosse stato trafitto da candelotti di ghiaccio, ma pure la risposta gli fluì dalle labbra come suggerita da un sapere lontano.

«Venire a patti con te, sai chi sono?».

«Colui che ha ucciso il drago che avevo evocato per punire questa gente malvagia; cosa ti fa pensare che ora non ucciderò te allo stesso modo?».

Gualtiero rise sonoramente, pur se tremava di paura e per il gelo: «Se era in tuo potere lo avresti già fatto: tu mi temi come io temo te».

«Ti posso spezzare con un sol gesto, nessuno ostacolerà la mia vendetta su Neri di Manerba perché nessuno come lui mi ha offesa: rapirò sua figlia Samiel e le Eguales diverranno tre, sorelle in un destino peggiore della morte, vita non vita, senza gioia e il fremito di un’emozione, di un affetto». Gualtiero sussultò di sdegno, eppure un piano affiorò nella sua mente:

«quel che farai con Neri non mi importa, voglio proporre una tregua, un patto tra me e te, per questo ti ho portato un dono», e così dicendo mostrò la preziosa ampolla.

«Vuoi comprarmi?», commentò sarcastica Samblana ridendo sinistramente, e riprese: «E cosa avresti di tanto raro e inestimabile? Nulla mi serve: col mio potere posso dominare tempo e materia».

«È il più prezioso dei miei unguenti; non v’è regina o principessa che pagherebbe qualsiasi cifra o concederebbe qualunque privilegio pur di accaparrarselo».

Maga o no Samblana era pur sempre una donna e parve lusingata: «stendi tu l’unguento sul mio volto, se aggiungerà qualcosa alla mia bellezza parleremo della tua proposta». Si trattava di una richiesta inusuale e bizzarra che celava certamente un inganno, ma ormai Gualtiero non poteva tirarsi indietro… e non sapeva ancora quale altro componente doveva aggiungere all’unguento di mandragora: era sconfitto su tutta la linea! Ugualmente si avvicinò alla maga. Alle sue spalle le Eguales parlarono:

«attento cavaliere, se hai parlato mentendo, toccando la signora morrai all’istante».

Come folgorato Gualtiero comprese qual era l’ingrediente mancante: mettere in gioco la sua vita per portare pace alle genti del lago ed evitare a Samiel un futuro sventurato.

Sorrise: non aveva esitato partendo per la Terrasanta, perché avrebbe dovuto farlo ora?

Con coraggio si tolse i guanti, emulsionò sulle mani l’unguento, si avvicino a Samblana tracciandole con decisione un segno di croce sulla fronte. Incredula la maga si rese conto in un solo istante, breve ed eterno, di aver perso ogni potere: la sua figura si sfaldò in fiocchi di neve che il vento disperse mentre le labbra scarlatte si spalancarono in un grido silenzioso.

Lentamente la tempesta di neve si placò, il vento cessò ed un cielo lattiginoso lasciò intravvedere il riflesso del sole. Con la coda dell’occhio Gualtiero scorse un movimento furtivo: era il gatto nero con la testa bianca che fuggiva verso la valle delle streghe come fosse inseguito da una muta di mastini. Sul colle erano rimasti solo lui, il suo destriero e le due bambine, spaesate, sconcertate, quasi si destassero da un lungo sonno.

«Chi siete cavaliere?» chiese una delle due, abbracciando la compagna in segno di protezione. «E voi chi siete?» chiese di rimando Gualtiero.

«Non lo sappiamo cavaliere, non ci abbandonate: da sole moriremmo!». Le fece salire sul cavallo e tenendolo per le briglie s’incamminò sulla via del ritorno.

«Non temete damigelle, vi condurrò a casa». All’inizio dell’impresa Neri di Manerba gli aveva promesso di esaudire ogni sua richiesta: gli avrebbe domandato di prendersi cura delle bambine al pari di figlie.

«Non conosco il vostro nome», disse rivolto alle fanciulle.

«Neppure noi lo sappiamo, cavaliere».

«Allora il tuo nome sarà Francesca e tua sorella…».

Mandragola non gli parve un nome adatto ad una bambina e scelse qualcosa di più grazioso: «E tua sorella si chiamerà Chiara». 

Sorrise, era una buona soluzione: le due piccole avevano bisogno di una famiglia per crescere bene e Samiel… di due sorelle. Era felice di essere vivo e di aver compiuto un’impresa valorosa, forse più che in Terrasanta. Era felice di tornare alla vita di tutti i giorni, al suo lavoro, alla sua casa; tutto sarebbe tornato come prima, o forse no, ma di certo avrebbe avuto un cane a fargli compagnia.”

                                             Fine

Il castello che insegnò alla strega la felicità

castello 1

Patrizia Kovacs

Dolcissima e davvero bella la fiaba vincitrice, per la categoria Scuola Media del Concorso  Un Paese da Fiaba  organizzato dal Comune di Padenghe Sul Garda, con la Biblioteca Comunale e la collaborazione di Fiabe in Costruzione.

Come abbiamo già detto non è stato facile scegliere tra tante opere meritevoli, ma ogni partecipante al Concorso ha vinto in qualche modo, perchè ha creato qualcosa di unico e personale, e proprio per questo, prezioso.

Complimenti alla giovanissima autrice Chiara Orio che ci racconta la storia dell’amicizia fra un piccolo castello e una strega, diventata cattiva perchè ha perso l’amore.

La magia continua!

“In un piccolo angolo di terra bagnato dalle tiepide acque di un lago sereno e tranquillo, un minuscolo castello trascorreva le sue giornate sonnecchiando, cullato dalle onde, che con ritmo lento e cadenzato, si spegnevano ai piedi delle sue mura. I gabbiani, dopo essersi librati nel soffio del vento, amavano riposarsi sulla sua torre e continuare a osservare l’orizzonte fino al punto in cui il lago incontrava le montagne. Tutto intorno, file di salici lo accarezzavano con i loro rami flessuosi, mentre gruppi di ulivi dai colori argentei e ormai prossimi a donare i loro frutti, lo circondavano quasi a volerlo proteggere. Ma in verità, era lui stesso a proteggere gli animali e la gente del piccolo borgo, ogni qualvolta  un pericolo incombesse su quelle terre, desiderio di conquista di molti. Nonostante tutto, intorno al piccolo castello regnava la pace.

Ma un giorno, proprio sul finir dell’estate, qualcosa stava cambiando. E lo si intuiva guardando il cielo, nel quale grandi nubi color porpora si stavano ammassando formando un’insolita figura che, minacciosa, si avvicinava sempre di più al castello; quando ne fu sopra, un turbine di vento iniziò a soffiare così forte che i rami dei poveri salici parevano staccarsi e così pure i miti ulivi, che di colpo persero i loro preziosi frutti. I gabbiani erano già fuggiti lontano e il povero castello rimase inerme in balìa della tempesta.   

Fu allora che apparve in tutta la sua bruttezza: vecchia, i capelli sciupati e senza colore, lo sguardo gelido e vitreo.

Era la strega del Baldo, che tutti temevano, perché quando scendeva dall’alta montagna, portava con sé distruzione e terrore. Viveva lassù da sola, circondata solamente dalle nubi che l’accompagnavano ogni volta che si spostava. Di lei si sapeva poco, ma i più anziani raccontavano che tanto tempo prima era stata una bellissima ragazza, una ninfa forse, solare ed allegra, dolce e amichevole con ogni creatura che popolava le rive del lago. Si diceva anche che un giorno si fosse perdutamente innamorata di un cavaliere errante, un valoroso eroe che, durante la strada di ritorno verso casa, rapito dall’incantevole paesaggio, aveva chiesto ospitalità proprio nella dimora della ragazza, rimanendovi poi per molti anni.

Con il passar del tempo anche lui si era innamorato di lei e niente avrebbe potuto separarli. Ma ahimè, un giorno il cavaliere dovette partire richiamato dal suo dovere di soldato, ma lo fece promettendo alla sua amata che sarebbe tornato presto. Purtroppo passarono i giorni, poi i mesi e con essi le stagioni, ma del cavaliere non si seppe più nulla.

La povera ragazza, che per tanto tempo lo aveva aspettato, non si rassegnò al destino e per il grande amore che aveva nel cuore, decise di partire per ritrovarlo. Vagò per pianure e colline, fiumi e torrenti, chiedendo a chiunque incontrava se mai avesse visto un cavaliere. Ma nessuno sapeva aiutarla e la disperazione e la tristezza aumentavano sempre di più.

Finché un giorno, stanca di peregrinare per il mondo, decise di salire sull’alta montagna che dominava il lago e da lì, scrutando attentamente l’orizzonte, avrebbe atteso il ritorno del suo amato…che purtroppo non avvenne mai. Il cuore della ragazza nel frattempo si era indurito, e il suo dolce sorriso era solo un lontano ricordo.

Aveva smesso di sperare ed evitava di guardare in basso, verso il lago, e per staccarsi da quel mondo crudele che le aveva rubato la felicità, decise di circondarsi di nuvole, dense e grigie. Ma se poteva evitare di guardare, non poteva però non sentire le risa gioiose della gente, il soave canto degli uccelli, il fruscio delle fronde degli alberi, lo sciabordio delle onde sulle spiagge, insomma l’allegria che quei posti emanavano ogni giorno. Ciò la faceva infuriare a tal punto, che periodicamente scendeva circondata dalle sue nubi e accompagnata da venti impetuosi, distruggendo ciò che trovava sul suo cammino: nessuno doveva essere felice, perché lei non lo era.

Ecco perché gli abitanti del lago avevano imparato a guardare attentamente la grande montagna e se scorgevano che le grigie nubi si avvicinavano, correvano al riparo in luoghi sicuri, gridando “la stria, la stria, arriva la stria!”.    

E così fu quel pomeriggio di fine estate.  La strega decise di scendere, non solo per spazzare via l’allegria degli abitanti, ma, questa volta, con la ferma intenzione di rapire qualcuno o qualcosa che potesse rendere la sua esistenza sulla montagna meno triste.                                                                                       

Man mano che avanzava non trovava però nessuno, finché, giunta quasi alla fine del lago, il suo gelido sguardo cadde sul piccolo castello che non poteva fuggire, rimanendo così da solo di fronte alla strega.

 “Tu, che hai l’aria felice, verrai con me sopra la grande montagna!” disse con voce ferma la donna indicandolo con le sue dita secche e rugose. A quelle parole il piccolo castello, impaurito rispose:” Io? Perché dovrei seguirti fin lassù? Io non sono che un piccolo castello, abituato alla pianura, al clima mite, all’acqua che bagna le mie mura, al solletico dei salici.

Lassù fa freddo, l’acqua è lontana e non ci sono alberi e nemmeno gabbiani a tenermi compagnia. A cosa posso servirti? Lasciami qua, in mezzo ai miei cari amici, là mi sentirò tanto solo.” “E con ciò?” rispose la strega. ” Anch’io sono sola, non ho amici. Nessuno mi accarezza e mi protegge come fanno gli alberi con te e mai nessun gabbiano è arrivato fino lassù, facendomi sentire il suono della sua voce o improvvisando giravolte gioiose. Se io ti porterò sulla montagna, allora tutto ciò che ti rende felice ti seguirà e renderà felice anche me!”.                                                      Dopo un attimo di silenzio, il piccolo castello, intuendo che in fondo forse lei non era cattiva come voleva sembrare, ma aveva solamente nel cuore tanta malinconia, rispose:” Ti sbagli, cara amica.

La felicità non si può avere così, con la prepotenza. La felicità è qualcosa che viene spontanea, che nasce in noi quando condividiamo con gli altri momenti speciali, attimi particolari che rimarranno nella nostra memoria per sempre. La felicità è quando incontriamo qualcuno che ci fa sentire speciali e, a sua volta, anche lui lo è per noi.

Per cui, anche se tu mi porterai via con te, io non riuscirò a renderti felice; al contrario, anch’io diventerò triste, perché mi avrai separato dai miei amici, dalla mia terra e dal mio amato lago.”                                                                                                 

A quelle parole, la strega si ricordò di quando, molti anni prima era stata innamorata e amata e di quanta felicità aveva avuto nel cuore e capì che il piccolo castello aveva ragione. Cominciò a piangere e le lacrime erano così grandi e copiose che in poco tempo l’acqua del lago si alzò e cominciò a sommergere ogni cosa, ogni casa, ogni albero, anche il piccolo castello, che con le sue dolci ma potenti parole, era riuscito a scalfire il duro cuore gelido della strega. Quand’ella se ne accorse cercò di rimediare al suo involontario errore: soffiò, soffiò e poi soffiò ancora più forte, fin tanto che il livello delle acque si abbassò, lasciando pian piano riaffiorare la torre e poi le mura del piccolo maniero. 

“Oh, mio piccolo amico, perdonami, non volevo farti del male”, disse la strega, ma il castello restava silenzioso. Tutto sembrava sospeso, quasi in attesa di un suono, di una parola.  

Vedendo che tutto restava immobile, la strega si gettò verso di lui e tentando di abbracciare le sue mura, vi si appoggiò e cominciò di nuovo a piangere, consapevole di aver trovato, ma forse subito perso, finalmente un amico. Poi cominciò ad intonare un canto, un dolce canto che sentiva da bambina quando insieme alla sua mamma, si recava sulle rive del lago e mentre sua madre lavava i panni, lei giocava a raccogliere i sassi, cercando quelli più bianchi e luminosi al sole.

Tutti questi ricordi provocarono nella strega uno strano sentimento: un senso di gioia, di euforia, di affetto che non provava da molto, molto tempo. Al suono del suo canto, i gabbiani cominciarono a volare danzando sopra di lei e sembrava perfino che le onde del lago seguissero il ritmo della sua melodia.

A poco a poco stormi di anatre e germani reali planarono sull’acqua e nuotando in armonia le si avvicinarono, intervallando ogni tanto le sue parole con il loro “qua, qua”, quasi a condividere, come un’orchestra, quel momento. Furono attimi magici, speciali, momenti che sarebbero restati nel cuore della strega e le avrebbero dato gioia tutte le volte che li avesse ricordati.

Fu allora che il piccolo castello si mosse e, tra lo stupore generale, rivolse lo sguardo alla strega e le disse:” Lo sapevo che non mi avresti fatto del male, che non eri cattiva. Eri solo triste e sola, senza amici. Avevi bisogno di sentirti amata e importante, necessaria per qualcuno. Perché non resti qui?

Gli amici, sai, possono essere tanti, magari diversi da noi, ma ognuno ti può donare qualcosa e tu, soprattutto, puoi fare lo stesso per loro”. A quelle parole, la strega sentì che qualcosa in lei stava cambiando: uno strano calore che mai aveva provato prima nei lunghi anni sulla montagna, stava crescendo nel suo cuore.

Perché un cuore ce l’aveva sempre avuto, ma era sommerso dalla malinconia, dalla rabbia, dal desiderio di vendetta, rendendola cieca al bello della vita. Però ora il piccolo castello, il placido lago e i suoi numerosi ospiti, avevano saputo ridarle la vista. “Sì, mi fermerò qui con voi” disse la strega, alla quale piano piano i capelli riacquistavano colore e ritornavano dorati e flessuosi come quando era giovane.

“Canterò per voi, rendendo le vostre giornate piacevoli e vi proteggerò, come una mamma fa con i suoi figli. In me troverete nutrimento e riparo e voi sarete per me un’allegra compagnia. Lascerò che la montagna si ricopra di neve d’inverno e di fiori colorati d’estate e farò in modo che sia un luogo di pace e non più di paura. Ed io continuerò a guardarla da quaggiù”.

Così dicendo si lasciò scivolare nell’acqua del lago che l’accolse dolcemente, mentre i suoi capelli, a poco a poco, si sollevavano dalla superficie, trasformandosi in tanti steli sinuosi che danzavano nella brezza lacustre, diventando infine nel tempo luogo di rifugio per molti animali ed insetti.                                                                           

In questo modo era ritornata importante e speciale per qualcuno, ritrovando finalmente la felicità.

Ed il piccolo castello? Ebbene, quello esiste ancora, circondato da una natura meravigliosa e dal grande lago… pronto ad accogliere tutti coloro che vogliano diventare suoi amici e condividere con lui momenti speciali. “

                                      

 

 

 

CreaTTivo – Il messaggero

 

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Continuano le fiabe metropolitane di CreaTTivo e dei ragazzi del Liceo Artistico Canova di Vicenza.

Eccovi i giovani, bravissimi autori:

Giulia Menta, Laura Pellizzaro, Valentina Scagno, Chiara Ghiotto, Mattia Stella 

e la loro fiaba che contiene un tema importante: quello dell’impegno sociale. 

Il messaggio finale è molto profondo: il passato, per quanto tragico, non deve essere cancellato (ma scritto sui muri), affinché possa agire come agente di cambiamento”. Antonella Bastone.

I nostri ragazzi hanno menti meravigliose; non smettete mai  di alimentarle; loro sono il futuro, loro possono far cambiare le cose!

Il Messaggero

Correva l’anno 1945 nella cittadina di Hiroshima; qui si trovava, in uno dei più alti palazzi della città, raffigurata a monocromo, la figura di un Uomo senza volto che incombeva sugli astanti con un senso di profonda frattura esistenziale, sgradevole ai passanti.

Tutte le notti usciva dal muro, lui non era che un avvertimento, la rappresentazione dell’Uomo nel futuro, non un futuro troppo lontano dal nostro; un futuro dove l’aria non era null’altro che una nube di gas tossici e radiazioni.

Raffigurato come un’entità priva di senso, anche con un abito che non lasciava trasparire alcuna emozione. L’unica speranza che lo teneva in vita era la convinzione che, uscendo dal muro e raccontando la sua storia agli uomini, si sarebbe evitata una tragedia.  Si trattava di una tragedia ben specifica, verificatasi poi il giorno in cui il sole cadde sulla terra: non la fine del mondo ma di un mondo, il giorno 6 agosto 1945, quando la prima bomba della storia cadde sulla città di Hiroshima. Lui era a conoscenza del disastro che sarebbe accaduto e delle sue conseguenze così, ad ogni tocco della mezzanotte, faceva visita ad ogni casa tracciando il suo percorso con rappresentazioni artistiche di ciò che sarebbe avvenuto. Si serviva di vernici, bombolette ed acrilici color rosso sangue. I cittadini si svegliavano ogni mattina con la città grondante, colma di graffiti. Più giorni passavano, più queste immagini terrificanti aumentavano e, per rendere tutto più credibile, l’Uomo cominciò a rappresentare anche altri pericoli, altri avvertimenti che inevitabilmente divenivano poi realtà: ma i cittadini, facendo finta di niente, iniziarono a cancellarli e a ritinteggiare le pareti. L’Uomo dal volto sconosciuto, ormai stanco e deluso dal sciocco comportamento della gente e dalla sua incomprensione, tornò nel muro; il giorno seguente la bomba esplose, una nube gigantesca di fumo coprì la città e la luce scomparve per parecchi giorni.

Quando i gas si dispersero, si vide  rimasto intatto solo il muro dove era collocato il graffito ma dell’Uomo che vi era prima raffigurato non ve ne era più neanche l’ombra. 

CreaTTivo: Una meritata punizione

SAMSUNG CSC

Continua  CreaTTivo. Ecco la terza fiaba metropolitana creata dai ragazzi della 3A del Liceo Artistico Canova di Vicenza che, non ci stancheremo mai di dirlo, sono stati davvero grandi e ci hanno regalato delle grandi emozioni.

E ora noi vogliamo fare emozionare  voi!

Questa volta i nostri giovani bravissimi autori sono:

Miriam Giavarina, Nikita Ponzin, Tommaso Polito, Susanna Bedin, Caterina Dal Bianco e la loro storia ha come protagonista Timoty, un  anti-eroe che fa atti di vandalismo e  non rispetta le regole (Bastone)  e…

Una meritata punizione

Timoty aveva la reputazione di non rispettare le regole né tantomeno l’ambiente. Era conosciuto da tutti nella sua città, inquinava e si comportava come una persona incivile.

Una vecchietta, apparentemente innocua, vedendolo comportarsi così lo avvertì dicendogli di stare attento alle sue azioni perché ci sarebbero state delle ripercussioni.

Timoty, non dando troppo peso alle parole della signora, non cambiò il suo comportamento.

La sera seguente il ragazzo ebbe una visita inaspettata; mentre imbrattava un muro con delle scritte di poco gusto sentì chiamare il proprio nome alle spalle.

Si voltò e vide la vecchietta del giorno precedente e prendendosi gioco di lei non si rese conto di quello a cui stava andando incontro.

La vecchietta infatti era una maga molto potente che, sentendosi presa in giro, con forza lo spinse verso il muro che lo inghiottì.

Timoty, d’ora in avanti sarebbe stato parte del muro.

La strega prima di lasciarlo gli disse che sarebbe rimasto intrappolato finché, lavorando ogni notte, non avesse ripulito la sua città. La maga infatti gli donò dei poteri magici: con un solo schiocco di dita avrebbe potuto ripulire e piantare alberi dove era necessario.

Passarono i mesi e Timoty capì di aver sbagliato e che quello sarebbe stato il suo compito e la sua missione nella vita.

La vecchietta vedendolo pentito decise di dargli la possibilità di avere un aiutante per continuare a pulire la città.

Allora gli disse di dipingere sul muro la persona che avrebbe voluto come aiutante e lui disegnò una ragazza a suo piacimento.

Da allora, la ragazza prende vita e ogni notte insieme puliscono quello che gli uomini, maleducati come era lui un tempo, sporcano e imbrattano nella città.

 

CreaTTivo: White feeling

SAMSUNG CSC

Ecco la seconda fiaba metropolitana creata dai ragazzi della 3A del Liceo Artistico Canova di Vicenza nell’ambito del nostro progetto CreaTTivo

Vi  presentiamo con grande piacere gli autori di White Feeling :

Anna Luna Bedin, Silvia Carlan, Barbara De Rossi, Micol Munaretto, Carolina Savio, Maya Zulian

Ma non ci stanchiamo mai di donarvi meraviglie?

“White feeling

Un uomo che vaga nella notte, nell’oscurità, interrotta ogni tanto dalla luce tremolante di un lampione.

Qualcuno dice di averlo visto nelle zone del parco della città, altri dicono di averlo avvistato mentre avanzava lentamente lungo il marciapiede. Nessuno sapeva da dove proveniva, ma ogni notte, lui, munito della sua maschera antigas, passeggiava al chiaro di luna. La luce di essa si rifletteva sulla sua bianca tuta a chiusura ermetica. Era come un’ombra candida; non esprimeva e non provava emozioni, era apatico, vuoto, come un ovetto Kinder senza sorpresa all’intero.

Si muoveva lentamente, molto lentamente a causa della mancanza di emozioni che quella sera avrebbe dovuto assorbire ai bambini come ogni altra notte.

Quella sera, però, non si sarebbe mai aspettato che entrando nella terza ed ultima casa avrebbe trovato un bambino sveglio che stava giocando con i suoi peluches,  e che  vedendolo rimase sorpreso, ma non spaventato e gli chiese di giocare con lui però avrebbe dovuto fare piano per non svegliare i genitori.

L’uomo, inizialmente esitò, poco dopo si avvicinò e si sedette accanto a lui. Giocarono per ore: si travestirono da api, giocarono con i lego e a nascondino. Un po’ alla volta instaurarono un rapporto di amicizia che grazie alle emozioni provate colorò la tuta di tonalità blu, gialle e viola.

L’alba del mattino cominciò a levarsi alta e l’uomo quando la vide salutò il bambino, lo ringraziò e corse via. Tornò da dov’era provenuto, un muro bianco e spoglio. Nel momento in cui attraversò la superficie di pietra essa si colorò di tutte le tonalità che dalla tuta si trasferirono al muro. L’uomo era felice. Finalmente aveva provato delle emozioni.”