La leggenda di Tempusfugit – epilogo

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Vanni Camurri

Proseguono le avventure di Gualtiero, valoroso cavaliere che ha combattuto nelle crociate; ecco l’epilogo della Leggenda di Tempusfugit, la fiaba che si è aggiudicata la terza posizione per la  categoria Autori, al nostro bel Concorso  Un Paese da Fiaba organizzato dal Comune di Padenghe sul Garda, con la Biblioteca Comunale e la collaborazione di Fiabe in Costruzione.

Ancora complimenti al suo autore Vanni Camurri

La leggenda di Tempusfugit

“Gualtiero tornò lentamente sulle rive del lago meditando sulle parole dell’herbaria: se non aveva voluto dire di più non poteva darle torto: era una donna sola ed indifesa, senza protezione contro un’eventuale vendetta della dama di Glorenza, in ogni caso era sulla pista giusta, ne avrebbe parlato con Neri di Manerba e decise di pendere la strada del ritorno. Sostò alla fonte presso cui aveva incontrato il pellegrino, si dissetò e quando rialzò il capo rivide il sant’uomo.

«Dio ti salvi guerriero della croce».  Lo salutò questi.

«Chi siete, di grazia, messere?».

«Un messaggero… per aiutarti a terminare l’impresa cui sei chiamato».

Il pellegrino si tolse il mantello da crociato restituendolo a Gualtiero: «prendilo, ti servirà a vincere il gelo che ti attende; ora torna alla tua dimora, cerca l’olivo piantato da Santo Francesco e cogline il frutto, cerca la radice di mandragora, uniscili e fanne un unguento, poi recati dove sai e quando Dama Samblana di Glorenza si rivelerà, offriglielo; all’ultimo dovrai unire un ingrediente segreto e, se sarai coraggioso, libererai questa regione dalla malvagità di quell’anima perduta. Non parlarne con alcuno, resta celato e fai quanto ho detto».

«E quale sarebbe l’ultimo ingrediente?».

Gualtiero non ebbe tempo di terminare la domanda che il pellegrino era scomparso. Ancora una volta avrebbe dovuto affidarsi al proprio intuito e alla sua buona stella.

Fece comunque secondo le parole del sant’uomo.

Tornò alla sua dimora e nei giorni successivi si recò sull’isola del Benaco presso un piccolo eremo abitato dai seguaci del santo d’Ascesi che gli indicarono un vecchio Olivo. Ne colse i frutti e quindi si mise alla ricerca della radice di mandragora. Prese con sé un cane nero, indispensabile per raccoglierne la radice, così simile al corpo umano.

Cercò nei campi incolti, aridi e lungo le siepi, ben attento a non confondersi con la borraggine. Finalmente scovò la pianta dalle foglie oblunghe e rugose, dai fiori violacei e con piccole bacche color della zucca. La legò alla base col guinzaglio del cane, lasciandolo poi libero di correre. Secondo i libri degli antichi la radice, venendo alla luce, avrebbe emesso un doloroso lamento che avrebbe ucciso la creatura che l’aveva portata allo scoperto. Fortunatamente non avvenne nulla del genere: il cane scorrazzò felice per il campo e alla fine tornò da lui per ricevere la sua razione di carezze; Gualtiero giudicò quell’avvenimento beneaugurante.

Recuperò la radice, la ripose nella sacca che portava alla cintola e tornò sui suoi passi per riconsegnare prima di tutto il simpatico cane al pastore che glielo aveva affidato; l’animale era stato un ottimo compagno e gli sarebbe piaciuto averlo sempre con sé.

In seguito seccò la radice, spremette i frutti dell’olivo benedetto e lavorando con pazienza al mortaio preparò l’unguento, sempre pensando a come avrebbe potuto inserire, all’ultimo, un ingrediente sconosciuto. Ora non restava che attendere il giorno propizio.

Il bel tempo sembrava non finire mai ed ebbe modo di salire all’abatiola di Maguzzano dove si affidò alle preghiere dei santi frati benedettini, si confessò e volle trascorrere una veglia d’armi, come quando era stato investito cavaliere ed era partito per la Terrasanta.

 E venne il giorno del sole pidocchioso e del vento assassino: nubi alte e sottili avevano preso possesso del cielo offuscando il sole, rendendo il suo splendore evanescente e lattiginoso. Un vento freddo da nord spazzava pianura e colline, piegando siepi e cime degli alberi; anche il lago sembrava soffrire quel clima: le sue acque avevano assunto il colore della giada e dell’olivo, appena increspate da onde piccole e nervose.

Gualtiero annusò l’aria del mattino e decise che il momento della verità era giunto. Indossò il mantello, cinse la spada, montò a cavallo, mormorò una preghiera sotto la barba e diede di sprone. Legata alla cintura aveva la preziosa ampolla con l’unguento che aveva preparato. Lasciò andare il cavallo, ma lo sentiva nervoso e si limitò a condurlo con leggeri tocchi delle ginocchia per rassicurarlo. Giunse infine alla collina di Montdragon, salì l’erta arida e sassosa, spazzata da un vento gelido e impetuoso; giunto sul crinale fermò il cavallo e scese: oltre si scorgeva l’imboccatura della valle delle streghe, oscura e desolata; il luogo stesso in cui era giunto era inospitale e senza alcun segno di vita.

Il vento aumentò d’intensità raggelando terra ed aria. Gualtiero si guardò attorno e l’unica cosa con un’apparenza di vita erano le froge del suo cavallo i cui sbuffi subito si condensavano in nuvolette di vapore, poi, all’improvviso, comparve un gatto completamente nero, solo la testa era bianca: una livrea inquietante che non aveva mai visto. Il gatto lo fissò per un lungo momento poi, come era comparso, svanì. L’atmosfera era come sospesa e Gualtiero intuì che l’incontro con la dama di Glorenza era prossimo.

Cadde qualche fiocco di neve, volteggiando rapido nel vento rabbioso. Si guardò nuovamente attorno, inquieto, finché, come fossero spuntate dal nulla, vide dinnanzi a sé due graziose bambine; vestivano tunichette azzurrognole e cangianti come i nevai d’alta quota, capelli biondi sottili come paglia, occhi azzurri, acquosi, quasi bianchi; gli parve che non lo vedessero, quasi fossero cieche o assorte in una visione evanescente.

«Cosa cerchi cavaliere?». Gualtiero sussultò: non solo le piccole erano identiche, certamente gemelle, ma parlavano all’unisono suscitando echi misteriosi che il vento disperdeva.

«Chi siete?». Domandò a sua volta Gualtiero, vacillando come se l’atmosfera in cui si trovava gli suggesse l’energia vitale. Sempre all’unisono le bambine risposero e le loro parole, portate dal vento parvero replicarsi mille volte, giungendo a Gualtiero da ogni dove.

«Siamo le Eguales, ancelle di Samblana; cosa cerchi cavaliere?».

«Parlare con la vostra signora».

«Non importa quel che tu vuoi, solo quello che la nostra signora vuole è importante».

La nevicata era aumentata d’intensità e i fiocchi turbinavano riducendo la visibilità; le bambine erano immobili, silenziose, irreali; il gelo aumentò all’infinito e i fiocchi, mulinando vorticosamente, formarono una figura umana. E Samblana apparve.

Sul viso, seducente, spiccavano gli occhi, freddi eppur dal lume intenso e la bocca, d’uno scarlatto affascinante e al contempo tempo sgradevole.

«Cosa ti porta qui, cavaliere?».Quelle parole colpirono Gualtiero come se fosse stato trafitto da candelotti di ghiaccio, ma pure la risposta gli fluì dalle labbra come suggerita da un sapere lontano.

«Venire a patti con te, sai chi sono?».

«Colui che ha ucciso il drago che avevo evocato per punire questa gente malvagia; cosa ti fa pensare che ora non ucciderò te allo stesso modo?».

Gualtiero rise sonoramente, pur se tremava di paura e per il gelo: «Se era in tuo potere lo avresti già fatto: tu mi temi come io temo te».

«Ti posso spezzare con un sol gesto, nessuno ostacolerà la mia vendetta su Neri di Manerba perché nessuno come lui mi ha offesa: rapirò sua figlia Samiel e le Eguales diverranno tre, sorelle in un destino peggiore della morte, vita non vita, senza gioia e il fremito di un’emozione, di un affetto». Gualtiero sussultò di sdegno, eppure un piano affiorò nella sua mente:

«quel che farai con Neri non mi importa, voglio proporre una tregua, un patto tra me e te, per questo ti ho portato un dono», e così dicendo mostrò la preziosa ampolla.

«Vuoi comprarmi?», commentò sarcastica Samblana ridendo sinistramente, e riprese: «E cosa avresti di tanto raro e inestimabile? Nulla mi serve: col mio potere posso dominare tempo e materia».

«È il più prezioso dei miei unguenti; non v’è regina o principessa che pagherebbe qualsiasi cifra o concederebbe qualunque privilegio pur di accaparrarselo».

Maga o no Samblana era pur sempre una donna e parve lusingata: «stendi tu l’unguento sul mio volto, se aggiungerà qualcosa alla mia bellezza parleremo della tua proposta». Si trattava di una richiesta inusuale e bizzarra che celava certamente un inganno, ma ormai Gualtiero non poteva tirarsi indietro… e non sapeva ancora quale altro componente doveva aggiungere all’unguento di mandragora: era sconfitto su tutta la linea! Ugualmente si avvicinò alla maga. Alle sue spalle le Eguales parlarono:

«attento cavaliere, se hai parlato mentendo, toccando la signora morrai all’istante».

Come folgorato Gualtiero comprese qual era l’ingrediente mancante: mettere in gioco la sua vita per portare pace alle genti del lago ed evitare a Samiel un futuro sventurato.

Sorrise: non aveva esitato partendo per la Terrasanta, perché avrebbe dovuto farlo ora?

Con coraggio si tolse i guanti, emulsionò sulle mani l’unguento, si avvicino a Samblana tracciandole con decisione un segno di croce sulla fronte. Incredula la maga si rese conto in un solo istante, breve ed eterno, di aver perso ogni potere: la sua figura si sfaldò in fiocchi di neve che il vento disperse mentre le labbra scarlatte si spalancarono in un grido silenzioso.

Lentamente la tempesta di neve si placò, il vento cessò ed un cielo lattiginoso lasciò intravvedere il riflesso del sole. Con la coda dell’occhio Gualtiero scorse un movimento furtivo: era il gatto nero con la testa bianca che fuggiva verso la valle delle streghe come fosse inseguito da una muta di mastini. Sul colle erano rimasti solo lui, il suo destriero e le due bambine, spaesate, sconcertate, quasi si destassero da un lungo sonno.

«Chi siete cavaliere?» chiese una delle due, abbracciando la compagna in segno di protezione. «E voi chi siete?» chiese di rimando Gualtiero.

«Non lo sappiamo cavaliere, non ci abbandonate: da sole moriremmo!». Le fece salire sul cavallo e tenendolo per le briglie s’incamminò sulla via del ritorno.

«Non temete damigelle, vi condurrò a casa». All’inizio dell’impresa Neri di Manerba gli aveva promesso di esaudire ogni sua richiesta: gli avrebbe domandato di prendersi cura delle bambine al pari di figlie.

«Non conosco il vostro nome», disse rivolto alle fanciulle.

«Neppure noi lo sappiamo, cavaliere».

«Allora il tuo nome sarà Francesca e tua sorella…».

Mandragola non gli parve un nome adatto ad una bambina e scelse qualcosa di più grazioso: «E tua sorella si chiamerà Chiara». 

Sorrise, era una buona soluzione: le due piccole avevano bisogno di una famiglia per crescere bene e Samiel… di due sorelle. Era felice di essere vivo e di aver compiuto un’impresa valorosa, forse più che in Terrasanta. Era felice di tornare alla vita di tutti i giorni, al suo lavoro, alla sua casa; tutto sarebbe tornato come prima, o forse no, ma di certo avrebbe avuto un cane a fargli compagnia.”

                                             Fine

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