Il 4’ giorno

A volte siamo così presi dalle cose che facciamo ogni giorno e non ci rendiamo nemmeno conto di quanto ci pesano. Non lo sappiamo. Non lo sappiamo che cambiare il nostro sguardo sul proprio mondo, lo cambia, lo trasforma. A volte è come svegliarsi da un lungo sonno…

Il 4′ giorno

Il pastorello sedeva vicino ad un albero, distratto e assonnato. Si era alzato prima dell’alba, come sempre, per portare fuori le pecore, ed ora, nel pomeriggio inoltrato aveva mangiato quasi tutto il formaggio e il pane che gli aveva dato la madre, e aveva bevuto il latte caldo di mungitura.

Aveva fame. Ma non voleva mangiare l’ultimo pezzo di formaggio rimasto, era lunga arrivare a sera. E aveva sonno.

Le sue pecore pascolavano quiete, quando improvvisamente una di loro, la solita, scappò verso il sentiero. Il pastorello le corse dietro, chiamando, imprecando e ridendo perchè finalmente poteva correre un pò. Era quasi come giocare, e non gli capitava spesso. Raggiunse la pecora che si era fermata vicino alla strada sterrata che andava verso Betlemme, ed era rimasta li immobile a guardare lontano.

Forse fu il silenzio improvviso, o la notte che scese avvolgendolo, ma sentì il proprio cuore sussultare.

Guardò il cielo e vide la stella lucente, magnifica che brillava nel cielo luminoso, e la sua piccola anima semplice si sentì chiamare.

Doveva andare. Prese la pecora e tornò al resto del gregge. Doveva andare a Betlemme.

Il quinto giorno

La malattia non è solo nel fisico. La malattia può essere la paura del diverso, la meschinità dell’odio, la fragilità dell’ignoranza. Ma ci sono doni semplici e preziosi…

Il quinto giorno

La sera scese silenziosa. Buia. Fredda.

Maria camminava a fatica e persino l’asinello sembrava affaticato.

Giuseppe la guardava preoccupato; sembrava sfinita. Si avvicinarono ad un vecchio casolare rovinato, che sembrava abbandonato, ma poi, avvicinandosi alla porta videro la donna seduta su un piccolo seggiolino di legno.

Li guardò, e poi faticando si alzò e andò loro incontro. Si muoveva a fatica,il viso segnato dalla sofferenza e dalla malattia. Ma quando vide Maria il suo volto si aprì ad un bellissimo sorriso, che rivelò la bellezza di un tempo.

– Vivi qui da sola? – chiese Giuseppe alla donna.

-Vivo con la mia malattia -rispose la donna – lei sta sempre con me, non mi lascia mai. E’ la mia unica compagnia. Io parlo con lei. A volte la maledico. A volte la onoro. A volte la combatto. A volte le parlo. Mi ha tolto tanto, ma non tutto. Non mi ha tolto la speranza. Non mi ha tolto il sorriso. E questo io dono ai viandanti che, come voi, passano dalla mia casa. Perchè questi sonoi doni più grandi che mi ha dato la mia malattia. Non il dolore. Non la paura. Ma la forza della speranza, e la bellezza di un sorriso.

Giuseppe si commosse ma si preoccupò un pò, perchè non voleva che lei potesse essere contagiosa. Ma Maria si avvicinò alla donna e la abbracciò a lungo.

Sopresa, la donna si lasciò andare al calore del suo abbraccio e sentì piano piano il proprio corpo liberarsi dalla tensione, e dal dolore.

-Grazie per i tuoi bellissimi doni-le disse Maria.

La signora dell’inverno

 

“Una vedova aveva due figlie. Una era bella e laboriosa, l’altra brutta e pigra. Ma la donna aveva molto più affetto per quella brutta e pigra perché era figlia sua, mentre l’altra era costretta a sbrigare tutte le faccende di casa come una serva, una cenerentola. Tutti i giorni la povera ragazza, seduta accanto al pozzo che c’era sulla via maestra, doveva filare, filare e filare fino a che le dita cominciavano a sanguinarle.

Un giorno successe che il fuso si era tutto imbrattato di sangue e la ragazza si spenzolò nel pozzo per sciacquarlo, ma il fuso le sfuggì di mano e cadde giù. La ragazza si mise a piangere, corse dalla matrigna e le raccontò la disgrazia che le era successa. Ma la donna la rimproverò aspramente e, senza muoversi a pietà, le disse: “Hai fatto cadere il fuso nel pozzo? Bene, e allora ritiralo fuori!”. Così, la ragazza tornò al pozzo senza sapere cosa fare; angosciata com’era, non seppe trovare di meglio, per recuperare il fuso, che saltare lei stessa dentro al pozzo. Perse i sensi, e quando si ridestò e tornò in sé, si ritrovò in un bel prato dove il sole splendeva su mille e mille fiori colorati”

La povera ragazza dopo alcune strani incontri, arriva davanti ad una casetta, abitata da una vecchietta con lunghi denti, che le fa paura, ma nonostante l’aspetto, è una vecchina davvero gentile,che le propone di vivere con lei, in cambio di alcuni lavoretti da fare in casa: “Devi solo stare attenta a rifarmi il letto per bene e a sprimacciarlo a dovere, perche’ le piume volino via e cada così la neve sulla terra. “Io sono Frau Holle”.

La povera fanciulla, infatti, svolge molto bene le pulizie di casa e come ricompensa Frau Holle la riempie di oro. Tornata a casa la ragazza racconta tutto alla matrigna e alla sorellastra, che volendo la stessa fortuna si butta nel pozzo per andare dalla vecchia, ma poichè è troppo pigra e sfaticata, non ha voglia di fare le pulizie richieste da Frau Holle, che la ricompensa cospargendola di pece.

E la pece le restò attaccata addosso e non volle andarsene finché visse.

Nelle fiabe i personaggi non sono mai ambivalenti, o sono buoni o sono cattivi. Una sorella è bella e leggiadra e l’altra è stupida e brutta, una è laboriosa e dolce, l’altra è pigra e cattiva. Questo perchè il bambino non è ancora in grado di capire le ambiguità e la complessità della personalità umana, che spesso ha in sè diverse caratteristiche anche opposte fra loro, e solo confrontandosi con un carattere ben delineato, il bambino  può comprendere che esistono grandi differenze fra le persone, ed è in grado di scegliere che tipo di persona vorrà essere.

Entrambe le ragazze passano attraverso il pozzo scuro, ignoto, che fa paura, l’inconscio percorso di crescita, che arriva però in un bellissimo prato pieno di fiori. Una sarà ricoperta di oro, l’altra di pece, perché siamo sempre noi che scegliamo come percorrere la nostra strada.

Frau Holle è una fiaba molto antica dei fratelli Grimm che sembra abbia le sue origini nel medioevo: nei racconti popolari si racconta la storia di una fata buona, una Dea di Luce e Abbondanza che nella notte del solstizio di inverno, andava di casa in casa, e al suo passaggio tutto doveva essere ben pulito  spazzato, e lei in cambio donava abbondanza.

In Germania, ancora oggi, quando una ragazza è molto egoista, e con un brutto carattere,  viene chiamata Pechmarie – pech in tedesco signifca pece-

Mi piace molto pensare alla neve che arriva dalle piume di un cuscino ben sprimacciato. In alcune zone della Germania,  quando sta nevicando, si usa dire  “Frau Holle si sta rifacendo il letto.

 

Cosa ti porti a casa?

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Cosa ti porti a casa da questa giornata? Una frase di rito, la chiusura degli eventi formativi  per fare insieme, e fare da soli, un piccolo ceck su quanto si è appreso durante la lezione, quanto è rimasto, quanto ci potrà servire e quanto ci potrà cambiare le cose.

Sono sempre molto contenta quando i miei discenti mi dicono che hanno acquisito più consapevolezza delle proprie capacità, abilità e più sicurezza del proprio ruolo.

La prima forma di comunicazione che facciamo è la presentazione di sé: come parliamo, ci muoviamo, guardiamo e ci poniamo verso gli altri. Come ci vestiamo, e che tono di voce usiamo… Come gesticoliamo e che distanza mettiamo fra noi e gli altri.

Quanto siamo sicuri di noi, o al contrario, quando non ci stimiamo abbastanza…

Quando diciamo NO e la nostra fragile energia dice SI.

E’ importante conoscere le proprie abilità e competenze, perché  quando siamo  sicuri di noi stessi e delle nostre  capacità, sappiamo accogliere  le  nostre emozioni, sappiamo gestirle.

Sappiamo riconoscere i nostri bisogni, e se facciamo un buon lavoro empatico con noi stessi, lo potremo fare con gli altri e impareremo a rispettare noi stessi, per prima e poi rispettare gli altri.

L’assertività è il miglior biglietto da visita che puoi mostrare quando presenti te stesso.

Impariamo ad ascoltarci, non lo facciamo  mai, impariamo a cogliere i segnali del nostro corpo e delle nostre emozioni, e a guardare l’altro, per davvero.

Non dimentichiamo mai, il valore dell’auto formazione.  Possiamo imparare tanto, semplicemente   osservando…

Cosa ti porti a casa da questa giornata?

“oggi ho capito cosa significa comunicare, mi ha aiutato! Mi ha fatto capire di credre più in me stesso, perchè tutti noi abbiamo la capacità di diventare ciò che vogliamo, basta crederci!”

il coraggio per trovare la strada giusta, pensare sempre positivo. Un aiuto per decidere quello che voglio fare!

La consapevolezza delle mie capacità, i lati positivi, il saper lasciar andare. L’assertività come valore all’emozioni. Uno sguardo su quello che sono e una traccia su quello che posso fare per migliorare. La certezza di sapere quello che voglio fare”

“#consapevolezza di valere e sapere, #confronto, #destrutturazione #empatia #alleanza educativa #accoglienza #buongiorno, cosa c’è di vivo in te?”

Io mi porto a casa, da ogni giornata di formazione, crescita, condivisione, privilegio, evoluzione, soddisfazione, gratitudine e apprendimento. 

E tu, cosa ti porti a casa da questa giornata?

Basta una matita gialla…

Basta una matita gialla per colorare uno splendente, meraviglioso sole!

Vuoi conoscere il colore delle tue emozioni? Manca poco al nostro laboratorio; le iscrizioni chiudono giovedì 28 novembre.

Scrivi a fiabeincostruzione@gmail.com

Il colore delle emozioni

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Di che colore sono le nostre emozioni? Gioia, rabbia, paura. solitudine… tristezza. Molte volte non sappiamo nemmeno riconoscerle e le diamo un nome e un volto sbagliato e ci lasciamo vivere da sentimenti, che spesso sono confusi e per questo ci fanno stare male. Oppure, ci hanno insegnato che certe emozioni sono sbagliate, cattive e non bisogna mostrarle!

Un laboratorio – ospitato dalla suggestiva biblioteca di Padenghe sul Garda, –  una fiaba, e mille colori, per imparare a riconoscere le nostre emozioni, a esserne responsabili. Per imparare a gestirle e viverle con la giusta consapevolezza. Impariamo a colorare le nostre emozioni, per regalarci ogni giorno, un meraviglioso arcobaleno.

 

Come comunichi?

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Un incontro per parlare di comunicazione, per condividere le difficoltà e scoprire che comunicare, comunicare bene, è davvero possibile.

Per informazioni: fiabeincostruzione@gmail.com

Samhain

Questo è il periodo più misterioso di tutto l’anno; fate attenzione nelle lunghe notti nebbiose, odorose e umide;  i piccoli elfi e persino le fate diventano particolarmente dispettosi e non sapete chi potreste incontrare: E se vi sentite chiamare, e siete nel bosco, non prestate attenzione, anche un viso amico potrebbe rivelarsi nella sua forma reale.

Queste sono le notti in cui ogni magia , buona o terribile, si può realizzare…

Gli antichi popoli celti la chiamavano la notte del Samhain che significa rinascita, il seme che si stacca dalla terra per congiungersi alla Madre Terra, la fine di un ciclo vitale. E la natura si prepara a dar vita a una nuove nascita con la preparazione dei nuovi semi a fecondare la Terra. Ogni nuovo ciclo era un momento magico: allora come oggi. È il momento di seminare nuove cose, di scegliere la terra più fertile e liberarla dalle vecchie sterpaglie ormai secche; e il tempo di nutrirle, di averne cura e di lasciare riposare perché possano mettere forti radici e svegliarsi in teneri germogli.

È il momento di scegliere cosa lasciare morire per lasciare spazio alla nuova vita…possiamo scrivere su un foglio quello che non ci serve più e mentre lo ringraziamo per i doni che ti ha lasciato, lo bruciamo.

Poi prepariamo i nuovi semi…

Buon Samhain.

Alla vigilia di Novembre i folletti sono particolarmente tristi, perché secondo il vecchio calendario gaelico, questa è la prima notte d’inverno.

In questa notte danzano con gli spettri e il pooka ( spirito animale) si aggira, e le streghe lanciano i loro incantesimi, e le fanciulle imbandiscono una tavola nel nome del diavolo, affinché l’ombra del loro futuro innamorato possa entrare attraverso la finestra ed assaggiare il loro cibo.

Fiabe irlandesi – Yates