La principessa del bambù

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Kitawaga Utamaro

“Molto tempo fa viveva un vecchio tagliatore di bambù. Era poverissimo e anche triste, perché il Cielo non gli aveva mandato figli per allietare la sua vecchiaia e nel suo cuore non c’era speranza di riposarsi dal suo lavoro fino a quando non fosse morto e nella pace di una tomba. Ogni mattina si recava nei boschi e su per le colline dove il bambù alzava verso il cielo i suoi snelli pennacchi verdi. Quando aveva fatto la sua scelta, tagliava i pennacchi, fendeva il bambù nel senso della lunghezza o lo tagliava all’altezza dei nodi e se lo portava a casa per trasformarlo in utensili domestici, in modo che la moglie, rivendendoli, potesse guadagnare un po’ di mezzi di sostentamento.
Una mattina come sempre era uscito per recarsi al lavoro, e avendo trovato un bel gruppo di piante di bambù, si era messo all’opera per tagliarne alcune. All’improvviso il verde dei bambù fu immerso in una luce delicata e brillante, come se su quel luogo fosse sorta la luna piena. Guardandosi intorno stupito, vide che il bagliore stava uscendo da uno dei bambù. Pieno di meraviglia il vecchio lasciò cadere l’ascia e si avvicinò alla luce. Quando fu più vicino, vide che quel delicato splendore proveniva da un incavo nel gambo di un bambù e, ancor più incredibile da vedere, al centro del bagliore c’era una minuscola bimba, alta solo pochi centimetri e di aspetto deliziosamente bello.
«Tu devi essere stata mandata per essere mia figlia, perché ti trovo qui fra i bambù dove tutti i giorni vengo a lavorare», disse il vecchio, e presa tra le mani la creaturina, la portò a casa dalla moglie. La bimba era così straordinariamente bella e talmente piccola, che la vecchia la mise in un cestino per proteggerla dalla pur minima possibilità che qualcosa potesse farle del male.
I due vecchi sposi erano molto contenti, poiché per tutta la vita avevano rimpianto di non avere figli e adesso erano felici di elargire tutto l’amore della loro età avanzata a quella piccola bimba che era arrivata da loro in un modo così stupefacente.
A partire da quel giorno, il vecchio spesso trovava dell’oro nell’incavo dei bambù quando li abbatteva e li tagliava; e non solo oro, ma anche pietre preziose, tanto che un po’ alla volta diventò ricco. Si costruì una bella casa e non fu più considerato un povero tagliatore di bambù ma un uomo benestante.
Passarono in fretta tre mesi durante i quali, incredibile a dirsi, la figlia del bambù diventò una ragazza adulta, tanto che i suoi genitori adottivi le acconciarono i capelli e le fecero indossare un bel kimono. Era così bella che si teneva dietro i pannelli e non permetteva a nessuno di vederla mentre li aspettava. Sembrava che fosse fatta di luce, perché la casa era piena di un’aura luminosa, tanto che anche nell’oscurità della notte era come se fosse pieno giorno. La sua presenza sembrava esercitare un influsso benigno su tutti quelli che vi abitavano. In qualunque momento il vecchio si sentisse triste, gli bastava guardare la figlia adottiva perché le sue pene svanissero e tornasse felice come quando era giovane.
Alla fine venne il giorno in cui bisognava dare un nome a quella figlia, e quindi i genitori le fecero imporre il nome di Principessa Chiar-di-Luna, perché la sua persona emanava una luce così delicata che avrebbe potuto essere figlia della Dea della Luna.
Per tre giorni si fece festa con canti, danze e musica. Tutti gli amici e parenti dei due vecchi erano presenti, e grande fu la loro gioia nel celebrare l’imposizione del nome alla Principessa Chiar-di-Luna. Tutti quelli che la vedevano dichiaravano di non aver mai visto una persona così incantevole: ogni bellezza in qualsiasi angolo del paese sembrava impallidire accanto a lei, così dicevano. La fama della bellezza della principessa si sparse ovunque, e molti erano i pretendenti che desideravano conquistare la sua mano o almeno riuscire a vederla.
Da tutte le parti arrivavano e si fermavano fuori della casa facendo piccoli buchi nel recinto con la speranza di riuscire a intravedere la principessa quando andava da una stanza all’altra passando per la veranda. Se ne stavano lì giorno e notte, rinunciando anche al sonno pur di avere la fortuna di vederla, ma invano. Allora si avvicinavano alla casa e tentavano di parlare al vecchio e alla moglie o a uno dei servitori, ma neppure questo era loro concesso.
Eppure, nonostante tutte queste delusioni, si fermavano lì un giorno dopo l’altro e una notte dopo l’altra, e nulla contava se non il loro grande desiderio di vedere la principessa.
Ma alla fine la maggior parte di quegli uomini, visto che i loro tentativi erano senza speranza, si scoraggiarono e fecero ritorno alle loro case. Tutti, tranne cinque cavalieri il cui entusiasmo e determinazione, anziché diminuire, sembrava crescere quanto più aumentavano gli ostacoli. Questi cinque uomini erano rimasti senza provviste e mangiavano quel poco che riuscivano a trovare per poter rimanere sempre fuori della casa con qualunque tempo, con il sole e con la pioggia.
A volte scrivevano lettere alla principessa, ma non furono mai degnati di risposta. Allora, visto che non ricevevano risposta alle lettere, le scrissero poesie in cui le parlavano dell’amore disperato che non li faceva dormire, mangiare, riposare e neppure permetteva loro di tornare a casa. E di nuovo la Principessa Chiar-di-Luna non diede segno di aver ricevuto le loro poesie.”

La fama di questa fanciulla diventa così grande da arrivare anche all’Imperatore, che la corteggia ma viene rifutato; perchè la principessa viene dalla luna e lì, alla fine della storia, farà ritorno. Ai suoi genitori lascerà in ricordo la sua veste, mentre all’Imperatore donerà una lettera e l’elisir di immortalità, che il sovrano deciderà di bruciare sulla sommità del monte Fuji,  il punto più vicino del Giappone alla Luna.

Questa fiaba antica e molto bella – sembra che la prima versione risalga al X secolo – è una storia molto conosciuta che ha ispirato molti fumetti e manga, e che racconta, come molte fiabe giapponesi,  le tradizione e le leggende popolari: ancora oggi molti raccontano di vedere il fumo dal Monte Fuji.

Le fiabe giapponesi iniziano quasi sempre raccontando le vicende di un vecchio, o di una coppia di anziani e i luoghi descritti non sono mai poco definiti, come succede nelle fiabe occidentali – i nostri:  in un paese lontanoin un piccolo villaggio… danno un senso indispensabile di indefinitezza; i luoghi son ben definiti e fanno sempre riferimento a posti reali.

Anche l’avvicendarsi del racconto non segue un ritmo evolutivo che porta ad un conseguente concatenarsi di eventi, come accade nelle fiabe occidentali:

Da una parte infatti le fiabe giapponesi – e in particolare le cosiddette “fiabe di magia” – si configurano spesso come espressione di una condizione statica e immutabile piuttosto che di una situazione dinamica di progresso psicologico-esistenziale. Il racconto tende a seguire un andamento ciclico (e non lineare come avviene in Occidente), dove il motivo della “trasgressione di un divieto” non si traduce necessariamente in una concatenazione di avventure meravigliose e quello della ” separazione ” non si trova all’inizio della vicenda, ma spesso la conclude”Fiabe Giapponesi a cura di M.T. Orsi edizioni Fabbri.

Il finale positivo delle fiabe, necessario per assolvere al suo compito educativo, non è così scontato nelle fiabe giapponesi, e spesso, il viaggio, metafora del percorso di crescita interiore e di passaggio, accade alla fine della storia. Viene narrata la bellezza della natura, il rispetto per la famiglia e per gli anziani. Sono presenti, molto spesso,  gli animali, che rappresentano l’ elemento magico –  non esistono fate, elfi e gnomi  -e sanno parlare  e ricambiano il favore all’ uomo che li ha salvati:

Volpe è un animale furbo e scaltro di cui non fidarsi; può mutare la sua forma.

Tartaruga, saggezza e longevità;  Lupo,  a differenza del cattivo lupo occidentale rappresenta il protettore dei villaggi.  E non mancano i mostri con corna e artigli, come il nostro orco,  e una terribile vecchia, Yama – la strega occidentale o la Baba Yaga russa,  che vive in montagna e divora gli uomini con una grande bocca che sta sulla sua testa nascosta dai capelli ma che allo stesso tempo può elargire saggi consigli.

Il mondo di Beatrix

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Beatrix Potter

Beatrix Potter nacque il 28 luglio 1866 da una famiglia facoltosa; scrittrice e illustratrice creò Peter il coniglio, e le sue dolcissime fiabe che raccontano la vita famigliare dei piccoli animaletti della campagna, coniglietti, topolini, ricci; fiabe lette da milioni di bambini.

Tenace e decisa  Beatrix dovette lottare contro i pregiudizi della rigorosa epoca vittoriana, che volevano le donne relegate al centro del focolare domestico; era appassionata, intelligente e curiosa; amava la natura e la riprodusse nei suoi disegni famosi dai tenui  colori degli acquarelli; ostacolata dalla famiglia che non poteva accettare il suo essere così controcorrente, Beatrix scrisse i suoi racconti e abbozzò i suoi disegni nelle lettere inviate a una sua governante che le suggerì di pubblicarli.

Le sue storie furono scoperte da un editore Norman Warne che oltre a pubblicare le sue fiabe, si innamorò di lei e decisero di sposarsi. La loro storia fu osteggiata, ancora,  dalla famiglia di Beatrix – non poteva sposare un uomo che doveva lavorare per vivere –  ma lei si ribellò e restò con lui, che purtroppo morì poco tempo dopo di leucemia.

Le avventure di Peter il coniglio, e di tutti i suoi amici animaletti ci raccontano e ci riavvicinano alla natura  che ci circonda e che troppo spesso dimentichiamo di proteggere; insegnano ai nostri bambini che ogni animale ha una piccola anima da rispettare.

La salvaguardia e il rispetto per la terra, per la natura e per gli animali,   furono il tema portante della vita dell’autrice, che si oppose sempre ai rigidi preconcetti del suo tempo, sulle donne;  e si risposò all’età di 47 anni e con i guadagni delle sue fiabe comprò dei terreni che ancora oggi fanno parte di un’area naturale protetta.

Peter, il coniglietto, curioso e combina guai  rappresenta la natura curiosa, intraprendente e controcorrente della sua creatrice:

“Un bravo coniglio non si arrende mai!” lo diceva anche suo padre che fu catturato dal vecchio Mc Gregor, e fatto in padella, mentre girava nel suo orto.

Le favole di Beatrix Potter  su Amazon.

 

Regala un cuore

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La tua migliore amica si sposa e non sai cosa regalarle, e non ti va l’idea della solita lista nozze; non sai come dirle quanto sei contenta ed emozionata per lei, e  quanto  lei sia speciale per te. Vorresti qualcosa di unico per lei. Qualcosa che sia il segno indelebile della vostra amicizia e del tuo affetto per lei…

Oppure stai facendo tutti i preparativi per il tuo matrimonio, hai pronta la lista degli  invitati, hai già scelto il  ristorante, il vestito, da sogno, è già pronto, e le bomboniere? Vuoi che il tuo matrimonio sia davvero perfetto e non vuoi le solite cose… e magari non sai ancora cosa regalare alle persone preziose a cui hai chiesto di farti da testimone

E se il regalo perfetto fosse una fiaba?

Una fiaba che racconta la sua  bellissima storia d’amore, per la tua amica che si sposa, la fiaba della vostra amicizia, così speciale, da regalare ai tuoi testimoni, o la fiaba che racconta  come sia nato il vostro amore e di quanto siate contenti di avere tutti i vostri amici accanto, in un giorno così importante.

Creiamo fiabe su misura anche per i grandi che stanno coronando un sogno, e che vogliono sia un momento indimenticabile, da ricordare e da far ricordare.

E non solo per il tuo matrimonio, ma anche per il battesimo del tuo bimbo: una bomboniera che racconta la fiaba del tuo piccolo principe…

Regalare una fiaba dedicata è come far parlare il tuo cuore, perchè le fiabe possono dire cose che le normali parole non sanno…

Vuoi sapere come?

Puoi contattarci via mail a fiabeincostruzione@gmail.com,

oppure chiamarci il  0039 3496501558

o compilare il seguente  modulo di contatto:

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Cristallo

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“La distesero allora in una bara, vi si sedettero accanto tutti e sette e la piansero per tre giorni interi. Poi volevano sotterrarla, ma ella era ancora così fresca, le sue guance erano così belle rosse da farla sembrare ancora in vita. Allora dissero -Non possiamo seppellirla nella terra nera- e fecero fare una bara di cristallo, perché‚ la si potesse vedere da ogni lato, ve la deposero, vi misero sopra il suo nome, a caratteri d’oro, e scrissero che era figlia di re.”

Biancaneve – F.lli Grimm

Il primo posto di Tobia

scritta.jpgLa nostra fiaba “Le parole di Tobia,il coniglietto che colora il mondo” scritta in occasione della settimana della dislessia, per l’AID – associazione italiana dislessia,  ha partecipato alla 1° edizione del  concorso letterario,  “Floc, l’ amico dei bambini e dei ragazzi” , organizzato dalla  Giovanelli Editore  – e si è classificata al primo posto per la sezione “fiabe e racconti per bambini”.

Siamo orgogliose e molto contente che il piccolo mondo di Tobia, la sua dolcezza, le sue  lettere confuse  che volano vie leggere come farfalline e la bellezza dei suoi disegni, siano stata scelti.   Tobia, il coniglietto, che colora il mondo e colora  persino la dislessia; ci piace pensare che il suo primo posto, sia un primo posto per tutte le persone piccole e grandi che pensano di essere sbagliate  e non sanno di avere dentro di sè un mondo pieno di mervigliose parole.

 

L’indovinello

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Illustrator Irina Dobrescu verlag NordSud

 

“C’era una volta un Principe, che voleva vedere il mondo e, così, un giorno si mise in viaggio. Non prese nessuno con sé, a eccezione d’un servo fedele.”

Inizia così la fiaba dei fratelli Grimm L’indovinello.

Un principe vuol esplorare il mondo e di notte arriva alla casa di una strega, e lì chiede di poter dormire con il suo servo; la strega è cattiva ma la figlia di lei, li protegge e  dice loro  di non mangiare ne bere niente offerte dalla vecchia perchè morirebbero all’istante.
La mattina ripartono e la notte si fermano in un’osteria in cui arrivano 12 briganti che vogliono ucciderli ma si salvano anche da loro perchè i briganti mangiano cibo avvelenato.

Dopo aver cavalcato a lungo, giunsero nei pressi di una cittadina capeggiata da una principessa bella ma altezzosa, la quale aveva proclamato che avrebbe preso per marito colui che le avesse posto un quesito a cui non fosse in grado di rispondere; in caso contrario, al pretendente avrebbe fatto tagliare la testa. La principessa si riservava tre giorni di tempo per indovinare, e siccome aveva una mente arguta e brillante, riusciva sempre a risolverli entro il termine. Quando il principe fece capolino in città, già nove uomini erano stati giustiziati in quel modo; ma quando la vide, rimase stregato dalla sua avvenenza e decise di rischiare la vita per conquistarla. Si presentò a lei con l’indovinello; disse: “Non ne ha ucciso alcuno, ma ne ha fatti fuori dodici: che cos’è?”

La bella e arrogante principessa non riesce a risolvere l’indovinello del giovane e cerca di scoprirlo con l’inganno, usando la sua serva per spiare il pincipe, che però se ne accorge, grazie all’aiuto del suo fedele servo,  e la denuncia ai giudici, così  la principessa è obbligata a sposare il principe.

Una principessa superba che usa le persone per raggiungere i suoi scopi e un prinicipe leale, che tratta il suo servo da pari e per questo gli è fedele e lo aiuta a smascherare la disonestà della donna. Nell’antichità gli indovinelli erano posti dai saggi come risposta e prova per gli iniziati che chiedevano a loro consiglio e dovevano indovinare la risposta per avere salva la vita. Indovinare dervia dal latino in divinare, cioè usare il linguaggio riservato agli dei e cooscerne i loro segreti. Chi pone l’indovinello ha il potere della risposta, della soluzione all’enigma.

Il principe e la principessa entrambi  usano un potere, il primo pone un indovinello irrisolvibile, la seconda ha il potere della risposta; ma il principe resta saldo e leale, mentre la principessa è pronta ad ingannare e usa la sua serva per avere la soluzione.

“La fiaba narra il potere della scelta: rappresenta due differenti stili di leadership, utilizzati dal principe e dalla principessa; modalità di scelta opposte per il medesimo fine: la gestione del potere” Piera Giaccone -C’era una volta un cantastorie in azienda

La regina usa le persone e queste non ubbidiscono ai suoi ordini, perché sono azioni scorrette che non appartengono alla loro indole. Non si possono convincere le persone a fare cose che non sentono proprie.

Le fiabe sono sempre più utilizzate in azienda per riorganizzare, proattivare, favorire il lavoro di gruppo e formare sia i manager che i neoassunti, perchè attraverso la metafora e il linguaggio simbolico suggeriscono valide modalità di comportamento, di condivisione e superamento di conflitti e problemi relazionali; favoriscono il self empowerment e insegnano un utilizzo adeguato della leadership.

Nelle moderne organizzazioni aziendali se il dipendente non riesce a sentire suo il progetto aziendale, non viene coinvolto, motivato, non potrà mai dare il rendimento sperato, ma produrrà bassa motivazione e scarsa collaborazione.

“Solo l’abitudine quotidiana alla presenza produce risultati duraturo di successo, questo mostrano le fiabe millenarie, da sempre, prima ancora che nascessero le aziende. Solo la presenza può comprendere gli accadimenti del quotidiano e coglierne le debolezze. Serve l’esempio, le ripetizioni, la pazienza. Bisogna motivarli con le gratificazioni professionali, gli avanzamenti di carriera gli apprezzamenti, coinvolgerli, responsabilizzarli. Le  fiabe ci parlano e favoriscono la resilienza e  la serendipità che in economia è stata definita la capacità di creare conoscenza all’interno dell’azienda, laddove essa è costituita dalla capacità di intercettare riflessioni, intuizioni e impressioni personali dei singoli lavoratori e metterle al servizio dell’intera società.”Giacconi – C’era una volta un cantastorie in azienda.

 

La Gatta Cenerentola

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illustrator   Adolf Born verlag CBJ

“Sappiate dunque che c’era una volta un principe vedovo, che aveva una figliola così cara che non ci vedeva per altri occhi; per lei teneva una maestra di prim’ordine, che le insegnava le catenelle, il punto Venezia, le frange e il punto a giorno, mostrandole tanto affetto che non bastano le parole a dirlo. Ma, essendosi sposato da poco il padre e pigliata una focosa malvagia e indiavolata, questa maledetta femmina cominciò ad avere in disgusto la figliastra, facendole cere brusche, facce storte, occhiate accigliate da spaventarla, tanto che la povera ragazza si lamentava sempre con la maestra dei maltrattamenti che le faceva la matrigna, dicendole: “O dio, e non potessi essere tu la mammarella mia, che mi fai tanti vezzi e carezze?” E tanto continuò a ripetere questa cantilena che, messole un vespone nell’orecchio, accecata dal diavolo, una volta la maestra le disse: “Se farai come ti dice questa testa pazza, io ti sarò mamma e tu mi sarai cara come le ciliegine di questi occhi”. Voleva continuare a parlare, quando Zezolla (che così si chiamava la ragazza) disse: “Perdonami, se ti spezzo la parola in bocca. Io so che mi vuoi bene, perciò zitto e sufficit: insegnami l’arte, perché io vengo dalla campagna, tu scrivi io firmo” “Orsù” replicò la maestra, “senti bene, apri le orecchie e il pane ti verrà bianco come i fiori. Appena tuo padre esce, dì alla tua matrigna che vuoi un vestito di quelli vecchi che stanno dentro la grande cassapanca nel ripostiglio, per risparmiare questo che porti addosso. Lei, che ti vuol vedere tutta pezze e stracci, aprirà il cassone e dirà: ‘Tieni il coperchio’ E tu, tenendolo, mentre andrà rovistando dentro, lascialo cadere di colpo, così si romperà l’osso del collo. Fatto ciò, tu sai che tuo padre farebbe monete false per accontentarti e tu, quando ti accarezza, pregalo di prendermi per moglie, perché (beata a te!) sarai la padrona della vita mia”

Gianbattista Basile, scrittore italiano di epoca barocca è stato uno dei primi a utilizzare la fiaba come forma di espressione popolare.

 Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille è una raccolta di 50 fiabe in lingua napoletana pubblicate nel 1634 ed è costituita da 50 fiabe, raccontate da 10 novellatrici in 5 giorni – infatti l’opera è conosciuta anche come Pentamerone –  e ha le caratteristiche della novella medievale  anche se  si avvicina però ai temi fiabeschi.

Il Pentamerone è però rivolto a un pubblico adulto, per i temi trattati: Basile descrive una Napoli plebea, miserabile, chiassosa, turpe: taverne, bordelli, bische, malefemmine. E i personaggi dei cinquanta racconti si raccolgono con lo scopo di far ridere il lettore; infatti Lo Cunto è un’opera preparata per il divertimento delle corti.

Dalla sua opera alcune fiabe ebbero poi una grandissima diffusione nella cultura europea – come ad esempio la Gatta Cenerentola, da cui Perrault trasse la sua Cenerentola, che affinò per adattarla alla corte francese del Re Sole: la pianella diventa una scarpetta di cristallo – sembra che la versione originale parlasse di una scarpetta di pelo e per un errore di traduzione diventò vetro –  e si perdono alcuni elementi forti della prima versione della fiaba, infatti  la cenerentola di Perrault è dolce e remissiva.

La gatta Cenerentola di Basile,  Zezzolla, non è una fanciulla dolce e indifesa;  uccide la prima matrigna, incitata dalla propria maestra sarta,  che le promette di trattarla con amore se le farà sposare il proprio padre, e  così accade. Ma anche la seconda matrigna non è da meno della prima e dopo pochi giorni comincia a maltrattarla  e a imporre al Re le sue sei figlie.

Esistono tantissime versioni di questa fiaba ma la Zezzolla di Basile è l’unica che è  è artefice del proprio destino, delle proprie trame e del proprio misfatto – (Bettelheim ) Tramite l’aiuto della fata della pianta di dattero che le dona un dattero magico, riesce ad andare al ballo per incontrare il Re e, alla fine, riesce a farsi sposare.  

La Cenerentola  di Basile è un caso molto raro nelle fiabe: lei non viene maltrattata dalle sorelle – la storia non ne parla –  e uccide la prima matrigna ma per questo non viene nemmeno punita, anzi alla fine, otterrà il suo premio, cioè diventare regina.

In questa fiaba non è presente il conflitto fraterno, presenta nelle altre versioni, quanto il superamento del conflitto edipico: l’uccisione della matrigna, prima  – probabilmente madre naturale e le due matrigne sono la stessa persona – e l’aiuto  ottenuto dalla fata della palma, dopo, suggeriscono che la fanciulla abbia superato positivamente il conflitto edipico con  la madre, e con esso le fantasie inconsce di reprimerla per mettersi al suo posto.

La bellissima e antica fiaba di Cenerentola si presta a tantissime interpretazioni e significati simbolici e non basta un post per raccontarli; possiamo dire che in alcune versioni, anche europee, Cenerentola fugge perchè il padre di lei vuole sposarla – ancora presenti le ripulse epidiche (Bettheleim- Il mondo incantato)

Il dattero magico rappresenta  la risorsa che la giovane, determinata e sicura di sè, utilizza per raggiungere il suo scopo. Le versioni più recenti della fiaba puntano al conflitto fraterno – ma il bambino percepisce  che Cenerentola dalla condizione di reietta – prima amata dalla madre che però muore, poi dalla matrigna che finge di esserle amica,  rifiutata anche dal padre con cui aveva un rapporto privilegiato, e infine  relegata a pulire il camino – una giusta punizione per il desiderio inconscio di prendere il posto della madre; sporca di fuliggine perché il suo desiderio è altrettanto sporco – può superare  e uscire vittoriosa dal sui pensieri negativi nei confronti del genitore. In questo modo acquisisce la fiducia e la consapevolezza  supera il senso di colpa inconscio per i suoi desideri cattivi.

Alle sorelle di Zezolla non è riservata la fine terribile capitata invece a quelle della versione dei Grimm: prima amputate rispettivamente del calcagno e delle dita del piede per cercare di infilare la scarpina di cristallo, e  poi essere accecate dalle colombe amiche di Cenerentola. 

“Così partirono, e il giorno dopo tornarono tutte, e, insieme con le figlie di Carmosina, Zezolla, la quale, come il re la vide, gli dié l’impressione di quella che desiderava; e nondimeno dissimulò. Ma, finito il desinare, si venne alla prova della pianella, che, non appena fu appressata al piede di Zezolla, si lanciò di per sé stessa, come il ferro corre alla calamita, a calzare quel cocco pinto d’Amore. Il re allora strinse Zezolla tra le sue braccia, e, condottala sotto il suo baldacchino, le mise la corona sul capo, ordinando a tutti di farle inchini e riverenze come a loro regina. Le sorelle, livide d’invidia, non potendo reggere allo schianto dei loro cuori, filarono moge moge verso la casa della madre, confessando a lor dispetto che pazzo è chi contrasta con le stelle.”

Per loro solo una comprensibile invidia e la consapevolezza che è inutile opporsi al destino segnato dalle stelle che spetta ai giusti e agli umili di cuore!

Baba Jaga

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Ivan Bilibin

Aleksander Afanav’es fu scrittore, linguista e uno dei massimi studiosi del folklore, della mitologia e della tradizione  russa. A lui si deve la più grande testimonianza dei racconti e delle fiabe della cultura e della tradizione popolare del suo paese; ispirato dai fratelli Grimm,  Afanas’ev raccolse 600 fiabe che rappresentano  la raccolta più grande esistente di fiabe russe.

Le Fiabe russe – anche Lev Tolstoj, uno dei maggiori scrittori e filosofi dell’800 scrisse molte fiabe dedicate ai bambini poveri per cui aveva aperto una scuola –  popolate da draghi, streghe, spiriti magici e serpenti  sono bellissimi racconti ricchi di atmosfere magiche,  oscure e affascinanti, miste alla paura; non parlano di fate  – tipiche della tradizione celtica, – e uno dei personaggi ricorrenti è la Baba Jaga, presente anche nella tradizione slava e polacca,  una vecchia strega, orribile nell’aspetto che vive in una casa fatta di ossa e resti umani, che viaggia su una specie di mortaio, e cancella i sentieri dei boschi con una scopa di betulla d’argento.  Una vecchia che può essere positiva e dare consigli, ma in caso contrario rapisce i bambini e può anche decidere di mangiarsi i suoi ospiti.

Vasilisa camminò tutta la notte e tutto il giorno, solo la sera successiva giunse a una radura, dove si trovava la casetta della Baba Jaga; la palizzata intorno alla casa è fatta di ossa umane, sui pali della palizzata stavano dei teschi umani con gli occhi; invece dei gangheri della porta c’erano gambe umane, invece dai catenacci, delle braccia umane,invece del lucchetto una bocca con denti aguzzi. Vasilisa impietri’ per il terrore, stette li’ stordita. A un tratto passò un altro cavaliere: tutto vestito di nero, su un cavallo nero; galoppo’ verso il portone della Baba Jaga e scomparve, come se fosse stato inghiottito dalla terra. Era giunta la notte. Ma il buio duro’ poco: a tutti i teschi della palizzata si accesero gli occhi, e in tutta la radura si fece luce, come nel bel mezzo del giorno. Vasilisa tremava per lo spavento ma, non sapendo dove rifugiarsi, rimase li sul posto.”Vasilissa la bella  – Afanav’es

Baba Yaga ha tre servitori il Cavaliere bianco, che rappresenta il giorno; il Cavaliere rosso, che rappresenta il sole; il Cavaliere nero, che rappresenta la notte e che lei definisce  “la mia alba luminosa, il mio sole e la mia notte scura”. perché lei controlla il tempo, il giorno e la notte; infatti la vecchia strega è connessa alla natura selvaggia e la può controllare; simbolo della Madre Terra, depositaria del sapere, che può essere saggia e generosa, ma terribile nello stesso tempo con i suoi figli. 

Qualche volta può dare  il suo aiuto a chi lo chiede ma può essere davvero rischioso perché lo concede solo a chi è puro di cuore e spirito.

 

Il valore del tempo

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Illustrator Irina Dobrescu – verlag Nord Sud

Diamo valore al nostro tempo; dedichiamolo a chi amiamo, usiamolo per a fare le cose che ci fanno stare bene, riempiamolo di risate. Giochiamo, leggiamo, e  leggiamo ancora, leggiamo le fiabe, e parliamo guardandoci negli occhi; ascoltiamo buona musica, meglio se in compagnia, e non dimentichiamo mai gli amici , a due e a quattrozampe…

Il tempo speso bene non se va mai via per davvero…