Ombra

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Baba Jaga  –  Illustrator  Cecilia Galli    –  Accademia di Belle Arti  Santa Giulia

Così passavano i giorni, i mesi, e Anja cresceva e diventava sempre più bella. Non rivelava a nessuno il suo segreto. Le sorellastre la osservavano invidiose e cercavano un modo per disfarsi di lei una volta per tutte.. 

La matrigna ebbe un’idea….Decise di mandare Anja a far visita alla Baba Jaga che abitava poco lontano, con la scusa di chiederle del fuoco per accendere la stufa spenta….Anja si spaventò. 

-Non dalla Baba Jaga! –  disse -lo sanno tutti che mangia chiunque si avvicini alla sua casa orribile!E che pesta le ossa dei poveri malcapitati dentro quel tremendo mortaio!E che la sua casa ha zampe di gallina che corrono veloci come il vento e rincorrono chi si avvicina …!Vi prego matrigna non mi mandate là, sarebbe la mia fine!

Ma la matrigna non volle sentire ragioni e costrinse Anja ad andare proprio là dove le faceva più paura .” Baba Jaga – fiaba russa
La Baba Jaga, la strega terribile – della cultura fiabesca russa –  che divora le ossa degli uomini,  ma può anche mettere alla prova e dare saggi consigli, o la strega mangiabambini delle fiabe europee –  ad esempio quella di  Hansel e Gretel –  o il drago da uccidere per avere la principessa in sposa, come nei Due fratelli dei Grimm;
e ancora il diavolo da ingannare, come ne I tre capelli del diavolo,   o il lupo cattivo che ingurgita   le bambine indifese come in Capuccetto Rosso.
Personaggi delle fiabe che fanno paura, ma che in qualche modo ci attirano: sono l‘espressione dell’archetipo Ombra – secondo Jung –   un archetipo potente che rappresenta la parte oscura che vive in ognuno di noi, la nostra parte cattiva, il nostro limite, le nostre frustrazioni;  tutti i sentimenti negativi che non riusciamo a sfogare, a far vivere perché li reprimiamo pericolosamente dentro di noi.
Una parte cattiva che esiste  grazie alla sua controparte buona;  la parte malevola che prende il sopravvento sui nostri pensieri, sulle nostre azione;  che vanifica le buone intenzioni dell’archetipo che agiamo, in un dato momento della nostra vita.
L’archetipo del Re è nella sua accezione positiva il Sovrano che si prende cura del suo popolo , che regola ogni cosa nel suo Regno, perché ognuno abbia il giusto;  ma quando il lato ombra lo avvolge,  il re diventa un tiranno, distruttivo,  persecutore e prevaricante, che può decidere di non prendersi più nessuna responsabilità e lascia andare il suo regno alla rovina.
Ombra è la madre amorevole che diventa carnefice, è l’eroe valoroso che diventa vigliacco.
Cappuccetto Rosso ci dice che la bimba disubbidiente  è attratta dagli inviti  del lupo – questa fiaba antica deve il suo grande successo a questo : chi non subisce il fascino del proprio lato nero, delle  cose proibite, delle cose che non si devono fare? – e per questo viene mangiata.
Ma la fiaba di Cappuccetto Rosso ci insegna che dalla pancia del lupo si può uscire integri e il lupo può essere sconfitto: nel nostro viaggio spesso incontriamo  l’ ombra che è dentro di noi, ma solo quando la conosciamo per davvero – ne siamo consapevoli –   e la affrontiamo, impariamo a conviverci. Vuol dire crescere…

L’eroe

 

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Il viaggio dell’eroe inizia nel bosco incantato.  Non sceglie, quasi mai,  di iniziare questo viaggio ma viene scelto per farlo. Il Re interiore gli affida la sua impresa e lui sa che farà di tutto per portarla a termine.

Non sa ancora che il sentiero diventerà sempre più fitto e buio, intricato e misterioso; non  sa che avrà paura perché incontrerà gli orchi più terribili – le sue paure più profondee dovrà lottare con il drago – la sua parte più oscura –  e dovrà vincerlo per rubargli il segreto del fuoco.

Non sa ancora  che a volte sarà così spaventato che resterà seduto a  terra con le braccia strette  intorno alle proprie ginocchia per calmare il tremore del pianto.

Non sa ancora che a volte lotterà con forza e coraggio contro i rami intricati di spine che le streghe del bosco gli metteranno sul cammino,  e si sentirà invincibile.

Non sa che, infine, incontrerà il saggio che risponderà alle sue domande più difficili.

No sa sa che dopo tanto cammino,  il sole gli illuminerà, improvviso,  il sentiero indicandogli la nuova direzione, mostrandogli i doni magici che il buio gli nascondeva.

Non sa  che imparerà ad essere pietoso contro i suoi nemici più terribili, perché sarà il perdono che lo renderà davvero libero.

Quando sei chiamato a iniziare il tuo viaggio non sai cosa ti aspetta: per quanto sia difficile e tu sia spaventato, per quanto tu ti possa chiedere, infinite volte, “perché io?“, perché devi lasciare la tua comoda casa,  il posto che conosci in ogni sua piccola forma, anche quella più negativa, perché quello che conosci ti rassicura anche se fa male. Potresti decidere di non partire, di non combattere, di non sapere. Ma se farai  uscire il tuo Eroe interiore, sarà lui a portarti sulla strada.

Così  scoprirai che se il tuo Re di dirà di partire, per quanto tu ti senta disorientato e impreparato, vuol dire che sei pronto a farlo. Il tuo Re lo sa.

Scoprirai che il tuo viaggio ti metterà alla prova, che sarà terribile, che sarà meraviglioso.

Ti porterà a una nuova crescita, a una nuova consapevolezza; ti aiuterà a scoprire le tue risorse nascoste, ad accettare e comprendere i tuoi limiti;  ti darà nuovi aiuti magici e ti porterà al tesoro che stai cercando.

Ogni nuovo viaggio è un privilegio.

Le fiabe possono aiutarti ad ascoltare la voce del tuo Re interiore, a scoprire il tuo Eroe, a trovare la strada  e i magici doni che ti sono destinati.

Vuoi sapere come? Scrivici: fiabeincostruzione@gmail.com

E tu, quale strada stai percorrendo?

 

Biblio-

Vivere la meraviglia delle fiabe – E.Brassey J.P.Debailleul

Tarocchi fiabeschi e psicofiabe – Paola Biato

 

 

Risorse…

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Ilustrator Adolf Born verlag cbj

Ai tre figli che aveva un mugnaio non lasciò altro che un mulino, un somaro e un gatto. La divisione fu presto fatta senza bisogno di notaio o procuratore, che s’avrebbero mangiato essi tutto il misero patrimonio. Il maggiore ebbe il mulino, il secondo l’asino, e l’ultimo il gatto. Non si consolava questi che gli fosse toccata una così magra porzione. “I miei fratelli, diceva, potranno, mettendosi insieme, guadagnarsi onestamente la vita; per me, mangiato che avrò il gatto e fattomi della sua pelle un manicotto, bisognerà che muoia di fame”

Il Gatto, che udì queste parole senza però farne le viste, gli disse in tono serio e posato: “Non vi affliggete, padroncino mio, datemi solo un sacco e fatemi far un par di stivali per andar nelle macchie, e vedrete che la vostra sorte non è poi tanto cattiva quanto credete.”  

Benché poco ci contasse, il padrone del Gatto non disperò di cavarne un certo aiuto, tante bravure gli avea visto fare per chiappar sorci e topi, ora sospendendosi per le zampe di dietro ora facendo il morto sulla farina.”

Il giovane non possiede nulla ed  è deluso per la propria  sorte perchè non crede davvero che il gatto possa fare qualcosa per cambiarla.  In realtà il gatto sarà la fortuna del suo padrone perchè grazie alla sua astuzia, tenacia e determinazione lo farà diventare ricco, e gli farà sposare la bella principessa. 

Il gatto con gli stivali dei fratelli Grimm è una fiaba antica e molto amata; il giovane, come molti giovani di oggi, deve partire da zero, non ha nulla e – cosa più grave – non crede di poter ottenere qualcosa dall’eredità  del padre che gli lascia solo un gatto; un gatto intelligente che, rischiando di essere fatto in padella, ricorre a tutte le sue risorse per avere salva la vita.

Il gatto, l’aiutante magico della storia,  rappresenta le risorse che ogni essere umano ha già dentro di sè, risorse fondamentali che possono far accadere grandi cambiamenti, ma che spesso non sappiamo di avere, non sappiamo osare per cambiare la nostra sorte. 

Il futuro marchese di Cambras decide di fidarsi del suo gatto – di avere fiducia in sè stesso – e così  raggiunge i propri obiettivi.

La fiaba ci insegna che spesso quello che cerchiamo, inutilmente, fuori – supporto, aiuto, forza, determinazione sono risorse che sono  già dentro di noi.

Il mondo di Beatrix

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Beatrix Potter

Beatrix Potter nacque il 28 luglio 1866 da una famiglia facoltosa; scrittrice e illustratrice creò Peter il coniglio, e le sue dolcissime fiabe che raccontano la vita famigliare dei piccoli animaletti della campagna, coniglietti, topolini, ricci; fiabe lette da milioni di bambini.

Tenace e decisa  Beatrix dovette lottare contro i pregiudizi della rigorosa epoca vittoriana, che volevano le donne relegate al centro del focolare domestico; era appassionata, intelligente e curiosa; amava la natura e la riprodusse nei suoi disegni famosi dai tenui  colori degli acquarelli; ostacolata dalla famiglia che non poteva accettare il suo essere così controcorrente, Beatrix scrisse i suoi racconti e abbozzò i suoi disegni nelle lettere inviate a una sua governante che le suggerì di pubblicarli.

Le sue storie furono scoperte da un editore Norman Warne che oltre a pubblicare le sue fiabe, si innamorò di lei e decisero di sposarsi. La loro storia fu osteggiata, ancora,  dalla famiglia di Beatrix – non poteva sposare un uomo che doveva lavorare per vivere –  ma lei si ribellò e restò con lui, che purtroppo morì poco tempo dopo di leucemia.

Le avventure di Peter il coniglio, e di tutti i suoi amici animaletti ci raccontano e ci riavvicinano alla natura  che ci circonda e che troppo spesso dimentichiamo di proteggere; insegnano ai nostri bambini che ogni animale ha una piccola anima da rispettare.

La salvaguardia e il rispetto per la terra, per la natura e per gli animali,   furono il tema portante della vita dell’autrice, che si oppose sempre ai rigidi preconcetti del suo tempo, sulle donne;  e si risposò all’età di 47 anni e con i guadagni delle sue fiabe comprò dei terreni che ancora oggi fanno parte di un’area naturale protetta.

Peter, il coniglietto, curioso e combina guai  rappresenta la natura curiosa, intraprendente e controcorrente della sua creatrice:

“Un bravo coniglio non si arrende mai!” lo diceva anche suo padre che fu catturato dal vecchio Mc Gregor, e fatto in padella, mentre girava nel suo orto.

Le favole di Beatrix Potter  su Amazon.

 

La fiaba che insegna il team building

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Adolf Borne

Un uomo aveva un asino che lo aveva servito assiduamente per molti anni; ma ora le forze lo abbandonavano e di giorno in giorno diveniva sempre più incapace di lavorare. Allora il padrone pensò di toglierlo di mezzo, ma l’asino si accorse che non tirava buon vento, scappò e prese la via di Brema: là, pensava, avrebbe potuto fare parte della banda municipale. Dopo aver camminato un po’, trovò un cane da caccia che giaceva sulla strada, ansando come uno sfinito dalla corsa. “Perché‚ soffi così?” domandò l’asino. “Ah,” rispose il cane, “siccome sono vecchio e divento ogni giorno più debole e non posso più andare a caccia, il mio padrone voleva accopparmi, e allora me la sono data a gambe; ma adesso come farò a guadagnarmi il pane?” – “Sai?” disse l’asino. “Io vado a Brema a fare il musicante, vieni anche tu e fatti assumere nella banda.” Il cane era d’accordo e andarono avanti. Poco dopo trovarono per strada un gatto dall’aspetto molto afflitto. “Ti è andato storto qualcosa?” domandò l’asino. “Come si fa a essere allegri se ne va di mezzo la pelle? Dato che invecchio, i miei denti si smussano e preferisco starmene a fare le fusa accanto alla stufa invece di dare la caccia ai topi, la mia padrona ha tentato di annegarmi; l’ho scampata, è vero, ma adesso è un bel pasticcio: dove andrò?” – “Vieni con noi a Brema: ti intendi di serenate, puoi entrare nella banda municipale.” Il gatto acconsentì e andò con loro. Poi i tre fuggiaschi passarono davanti a un cortile; sul portone c’era il gallo del pollaio che strillava a più non posso. “Strilli da rompere i timpani,” disse l’asino, “che ti piglia?” – “Ho annunciato il bel tempo,” rispose il gallo, “perché‚ è il giorno in cui la Madonna ha lavato le camicine a Gesù Bambino e vuol farle asciugare; ma domani, che è festa, verranno ospiti, e la padrona di casa, senza nessuna pietà, ha detto alla cuoca che vuole mangiarmi lesso, così questa sera devo lasciarmi tagliare il collo. E io grido a squarciagola finché‚ posso.” – “Macché‚ Cresta rossa,” disse l’asino, “vieni piuttosto con noi, andiamo a Brema; qualcosa meglio della morte lo trovi dappertutto; tu hai una bella voce e, se faremo della musica tutti insieme, sarà una bellezza!” Al gallo piacque la proposta e se ne andarono tutti e quattro. 

I nostri quattro amici arrivano davanti a una casa e lì decidono di fermarsi perchè sono stanchi e affamati. Spiando alla finestra vedono una tavola imbandita con ogni ben di Dio e dei briganti seduti attorno ad essa; i quattro decidono di cacciare i briganti e dopo averci ragionato, hanno un’idea: il cane salta sulla groppa dell’asino, il gatto su quella del cane e il gallo su quella del gatto, e cominciano a fare un gran baccano.

Uno raglia, uno abbaia, uno miagola e l’altro canta così forte che i briganti si spaventano e scappano, pensando ci sia uno spettro. Così i nostri amici entrano in casa e ne prendono possesso, e quando i briganti tornano per vedere se davvero c’è un mostro, riescono a scacciarli definitivamente usando, ognuno, le proprie armi: un bel calcio, unghie affilate, un morso, e un chicchirichì gridato nelle orecchie.

Inutile dire che i nostri eroi rimangono nella casa, per sempre sereni e contenti: una bella rivincita, per chi, ritenuto troppo vecchio e ormai incapace di produrre lavoro, viene messo in disparte, metaforicamente, viene fatto morire.

Questa bellissima fiaba dei fratellli Grimm ci mostra due cose importanti: l’essere umano ha la capacità di non farsi abbattere dalle difficoltà ma può sempre trovare nuove soluzione utilizzando le proprie risorse interiori, soprattutto quando opera in gruppo – attivazione del team building: ogni personaggio trova un suo ruolo specifico attraverso cui riesce a realizzare le proprie personali attitudini e capacità – Bastone. Le fiabe raccontate agli adulti –  e proprio dal lavoro comune trova la forza di diventare un ottimo problem solving e riesce a  raggiungere il proprio fine.

E come non notare che il gruppo si realizza al meglio proprio grazie alla diversità di ognuno di loro? Sono le loro  caratteristiche, uniche e personali che riescono a cacciare i briganti!

Un messaggio di integrazione ancora più attuale ai nostri giorni.

 

L’indovinello

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Illustrator Irina Dobrescu verlag NordSud

 

“C’era una volta un Principe, che voleva vedere il mondo e, così, un giorno si mise in viaggio. Non prese nessuno con sé, a eccezione d’un servo fedele.”

Inizia così la fiaba dei fratelli Grimm L’indovinello.

Un principe vuol esplorare il mondo e di notte arriva alla casa di una strega, e lì chiede di poter dormire con il suo servo; la strega è cattiva ma la figlia di lei, li protegge e  dice loro  di non mangiare ne bere niente offerte dalla vecchia perchè morirebbero all’istante.
La mattina ripartono e la notte si fermano in un’osteria in cui arrivano 12 briganti che vogliono ucciderli ma si salvano anche da loro perchè i briganti mangiano cibo avvelenato.

Dopo aver cavalcato a lungo, giunsero nei pressi di una cittadina capeggiata da una principessa bella ma altezzosa, la quale aveva proclamato che avrebbe preso per marito colui che le avesse posto un quesito a cui non fosse in grado di rispondere; in caso contrario, al pretendente avrebbe fatto tagliare la testa. La principessa si riservava tre giorni di tempo per indovinare, e siccome aveva una mente arguta e brillante, riusciva sempre a risolverli entro il termine. Quando il principe fece capolino in città, già nove uomini erano stati giustiziati in quel modo; ma quando la vide, rimase stregato dalla sua avvenenza e decise di rischiare la vita per conquistarla. Si presentò a lei con l’indovinello; disse: “Non ne ha ucciso alcuno, ma ne ha fatti fuori dodici: che cos’è?”

La bella e arrogante principessa non riesce a risolvere l’indovinello del giovane e cerca di scoprirlo con l’inganno, usando la sua serva per spiare il pincipe, che però se ne accorge, grazie all’aiuto del suo fedele servo,  e la denuncia ai giudici, così  la principessa è obbligata a sposare il principe.

Una principessa superba che usa le persone per raggiungere i suoi scopi e un prinicipe leale, che tratta il suo servo da pari e per questo gli è fedele e lo aiuta a smascherare la disonestà della donna. Nell’antichità gli indovinelli erano posti dai saggi come risposta e prova per gli iniziati che chiedevano a loro consiglio e dovevano indovinare la risposta per avere salva la vita. Indovinare dervia dal latino in divinare, cioè usare il linguaggio riservato agli dei e cooscerne i loro segreti. Chi pone l’indovinello ha il potere della risposta, della soluzione all’enigma.

Il principe e la principessa entrambi  usano un potere, il primo pone un indovinello irrisolvibile, la seconda ha il potere della risposta; ma il principe resta saldo e leale, mentre la principessa è pronta ad ingannare e usa la sua serva per avere la soluzione.

“La fiaba narra il potere della scelta: rappresenta due differenti stili di leadership, utilizzati dal principe e dalla principessa; modalità di scelta opposte per il medesimo fine: la gestione del potere” Piera Giaccone -C’era una volta un cantastorie in azienda

La regina usa le persone e queste non ubbidiscono ai suoi ordini, perché sono azioni scorrette che non appartengono alla loro indole. Non si possono convincere le persone a fare cose che non sentono proprie.

Le fiabe sono sempre più utilizzate in azienda per riorganizzare, proattivare, favorire il lavoro di gruppo e formare sia i manager che i neoassunti, perchè attraverso la metafora e il linguaggio simbolico suggeriscono valide modalità di comportamento, di condivisione e superamento di conflitti e problemi relazionali; favoriscono il self empowerment e insegnano un utilizzo adeguato della leadership.

Nelle moderne organizzazioni aziendali se il dipendente non riesce a sentire suo il progetto aziendale, non viene coinvolto, motivato, non potrà mai dare il rendimento sperato, ma produrrà bassa motivazione e scarsa collaborazione.

“Solo l’abitudine quotidiana alla presenza produce risultati duraturo di successo, questo mostrano le fiabe millenarie, da sempre, prima ancora che nascessero le aziende. Solo la presenza può comprendere gli accadimenti del quotidiano e coglierne le debolezze. Serve l’esempio, le ripetizioni, la pazienza. Bisogna motivarli con le gratificazioni professionali, gli avanzamenti di carriera gli apprezzamenti, coinvolgerli, responsabilizzarli. Le  fiabe ci parlano e favoriscono la resilienza e  la serendipità che in economia è stata definita la capacità di creare conoscenza all’interno dell’azienda, laddove essa è costituita dalla capacità di intercettare riflessioni, intuizioni e impressioni personali dei singoli lavoratori e metterle al servizio dell’intera società.”Giacconi – C’era una volta un cantastorie in azienda.

 

La Gatta Cenerentola

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illustrator   Adolf Born verlag CBJ

“Sappiate dunque che c’era una volta un principe vedovo, che aveva una figliola così cara che non ci vedeva per altri occhi; per lei teneva una maestra di prim’ordine, che le insegnava le catenelle, il punto Venezia, le frange e il punto a giorno, mostrandole tanto affetto che non bastano le parole a dirlo. Ma, essendosi sposato da poco il padre e pigliata una focosa malvagia e indiavolata, questa maledetta femmina cominciò ad avere in disgusto la figliastra, facendole cere brusche, facce storte, occhiate accigliate da spaventarla, tanto che la povera ragazza si lamentava sempre con la maestra dei maltrattamenti che le faceva la matrigna, dicendole: “O dio, e non potessi essere tu la mammarella mia, che mi fai tanti vezzi e carezze?” E tanto continuò a ripetere questa cantilena che, messole un vespone nell’orecchio, accecata dal diavolo, una volta la maestra le disse: “Se farai come ti dice questa testa pazza, io ti sarò mamma e tu mi sarai cara come le ciliegine di questi occhi”. Voleva continuare a parlare, quando Zezolla (che così si chiamava la ragazza) disse: “Perdonami, se ti spezzo la parola in bocca. Io so che mi vuoi bene, perciò zitto e sufficit: insegnami l’arte, perché io vengo dalla campagna, tu scrivi io firmo” “Orsù” replicò la maestra, “senti bene, apri le orecchie e il pane ti verrà bianco come i fiori. Appena tuo padre esce, dì alla tua matrigna che vuoi un vestito di quelli vecchi che stanno dentro la grande cassapanca nel ripostiglio, per risparmiare questo che porti addosso. Lei, che ti vuol vedere tutta pezze e stracci, aprirà il cassone e dirà: ‘Tieni il coperchio’ E tu, tenendolo, mentre andrà rovistando dentro, lascialo cadere di colpo, così si romperà l’osso del collo. Fatto ciò, tu sai che tuo padre farebbe monete false per accontentarti e tu, quando ti accarezza, pregalo di prendermi per moglie, perché (beata a te!) sarai la padrona della vita mia”

Gianbattista Basile, scrittore italiano di epoca barocca è stato uno dei primi a utilizzare la fiaba come forma di espressione popolare.

 Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille è una raccolta di 50 fiabe in lingua napoletana pubblicate nel 1634 ed è costituita da 50 fiabe, raccontate da 10 novellatrici in 5 giorni – infatti l’opera è conosciuta anche come Pentamerone –  e ha le caratteristiche della novella medievale  anche se  si avvicina però ai temi fiabeschi.

Il Pentamerone è però rivolto a un pubblico adulto, per i temi trattati: Basile descrive una Napoli plebea, miserabile, chiassosa, turpe: taverne, bordelli, bische, malefemmine. E i personaggi dei cinquanta racconti si raccolgono con lo scopo di far ridere il lettore; infatti Lo Cunto è un’opera preparata per il divertimento delle corti.

Dalla sua opera alcune fiabe ebbero poi una grandissima diffusione nella cultura europea – come ad esempio la Gatta Cenerentola, da cui Perrault trasse la sua Cenerentola, che affinò per adattarla alla corte francese del Re Sole: la pianella diventa una scarpetta di cristallo – sembra che la versione originale parlasse di una scarpetta di pelo e per un errore di traduzione diventò vetro –  e si perdono alcuni elementi forti della prima versione della fiaba, infatti  la cenerentola di Perrault è dolce e remissiva.

La gatta Cenerentola di Basile,  Zezzolla, non è una fanciulla dolce e indifesa;  uccide la prima matrigna, incitata dalla propria maestra sarta,  che le promette di trattarla con amore se le farà sposare il proprio padre, e  così accade. Ma anche la seconda matrigna non è da meno della prima e dopo pochi giorni comincia a maltrattarla  e a imporre al Re le sue sei figlie.

Esistono tantissime versioni di questa fiaba ma la Zezzolla di Basile è l’unica che è  è artefice del proprio destino, delle proprie trame e del proprio misfatto – (Bettelheim ) Tramite l’aiuto della fata della pianta di dattero che le dona un dattero magico, riesce ad andare al ballo per incontrare il Re e, alla fine, riesce a farsi sposare.  

La Cenerentola  di Basile è un caso molto raro nelle fiabe: lei non viene maltrattata dalle sorelle – la storia non ne parla –  e uccide la prima matrigna ma per questo non viene nemmeno punita, anzi alla fine, otterrà il suo premio, cioè diventare regina.

In questa fiaba non è presente il conflitto fraterno, presenta nelle altre versioni, quanto il superamento del conflitto edipico: l’uccisione della matrigna, prima  – probabilmente madre naturale e le due matrigne sono la stessa persona – e l’aiuto  ottenuto dalla fata della palma, dopo, suggeriscono che la fanciulla abbia superato positivamente il conflitto edipico con  la madre, e con esso le fantasie inconsce di reprimerla per mettersi al suo posto.

La bellissima e antica fiaba di Cenerentola si presta a tantissime interpretazioni e significati simbolici e non basta un post per raccontarli; possiamo dire che in alcune versioni, anche europee, Cenerentola fugge perchè il padre di lei vuole sposarla – ancora presenti le ripulse epidiche (Bettheleim- Il mondo incantato)

Il dattero magico rappresenta  la risorsa che la giovane, determinata e sicura di sè, utilizza per raggiungere il suo scopo. Le versioni più recenti della fiaba puntano al conflitto fraterno – ma il bambino percepisce  che Cenerentola dalla condizione di reietta – prima amata dalla madre che però muore, poi dalla matrigna che finge di esserle amica,  rifiutata anche dal padre con cui aveva un rapporto privilegiato, e infine  relegata a pulire il camino – una giusta punizione per il desiderio inconscio di prendere il posto della madre; sporca di fuliggine perché il suo desiderio è altrettanto sporco – può superare  e uscire vittoriosa dal sui pensieri negativi nei confronti del genitore. In questo modo acquisisce la fiducia e la consapevolezza  supera il senso di colpa inconscio per i suoi desideri cattivi.

Alle sorelle di Zezolla non è riservata la fine terribile capitata invece a quelle della versione dei Grimm: prima amputate rispettivamente del calcagno e delle dita del piede per cercare di infilare la scarpina di cristallo, e  poi essere accecate dalle colombe amiche di Cenerentola. 

“Così partirono, e il giorno dopo tornarono tutte, e, insieme con le figlie di Carmosina, Zezolla, la quale, come il re la vide, gli dié l’impressione di quella che desiderava; e nondimeno dissimulò. Ma, finito il desinare, si venne alla prova della pianella, che, non appena fu appressata al piede di Zezolla, si lanciò di per sé stessa, come il ferro corre alla calamita, a calzare quel cocco pinto d’Amore. Il re allora strinse Zezolla tra le sue braccia, e, condottala sotto il suo baldacchino, le mise la corona sul capo, ordinando a tutti di farle inchini e riverenze come a loro regina. Le sorelle, livide d’invidia, non potendo reggere allo schianto dei loro cuori, filarono moge moge verso la casa della madre, confessando a lor dispetto che pazzo è chi contrasta con le stelle.”

Per loro solo una comprensibile invidia e la consapevolezza che è inutile opporsi al destino segnato dalle stelle che spetta ai giusti e agli umili di cuore!

I nuovi doni delle fiabe

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E’appena passato Natale e questi sono ancora giorni di festa, ma noi non abbiamo smesso di lavorare – fortunatamente abbiamo un prezioso assistente –

Finito il nostro Calendario dell’Avvento – che ha avuto molto successo e di questo vi siamo davvero grate –  stiamo lavorando a nuove fiabe, a nuovi progetti e stiamo studiando, perché imparare, sempre, per noi è fondamentale.

Ci stiamo preparando al nuovo anno che arriva: vi racconteremo  i nuovi doni delle fiabe: fiabe per imparare, per aiutare, per comprendere.

Fiabe per scrivere, per leggere, per conoscere.  Fiabe per cambiare… e  per migliorare.

Fiabe per non smettere di sognare…

Questo porteremo con noi nei nuovi giorni, con l’augurio che per ognuno di voi, siano giorni migliori, siano giorni speciali e che ogni giorno nuovo sia un nuovo dono prezioso.

Buon nuovo anno!

 

Il Re

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Illustrator Irina Dobrescu – Ed Nord-Sud

C’era una volta un Re… non iniziano così tutte le fiabe? Ma i Re delle fiabe non sono sempre  figure giuste e amorevoli: Il Re delle Fiabe può essere capriccioso e terribile come il Re di  Pel di Topo che chiede alle proprie figlie quanto lo amino e quando la più giovane risponde che lo ama come il sale, non contento della sua risposta,  ordina ad un servo di condurla nel bosco ed ucciderla.

Può essere meschino e concedere le  proprie 3 figlie rispettivamente ad un orso, un’aquila e una balena  per salvarsi la vita, come ne Le tre sorelle dei Grimm o autoritario e disporre della vita della propria figlia dandola in sposa al primo mendicante che busserà all aporta per punirla della sua  superficialità, come ne il re Bazza di Tordo.

Come ogni figura negativa delle fiabe anche il Re ingiusto  che abusa del proprio potere genitoriale per disporre della vita dei propri figli , soprattutto femmine, ha il compito fondamentale di aiutarli nella propria crescita personale e di vita.

Nella fiaba Dognipelo dei Fratelli Grimm, di cui esistono differenti versioni tra cui  –Pelle d’asino di Perrault –  il Re è innamorato perdutamente della sua bellissima regina, ma alla sua morte, le promette che si sposerà solo con  una donna più bella di lei. Il Re disperato non trovando donne alla sua altezza si rende conto che l’unica donna, bella altrettanto come sua regina, è proprio la loro figlia, e decide di sposarla.

La figlia terrorizzata dagli intenti incestuosi del padresimbolo del genitore iperprotettivo che  fatica a riconoscere l’autonomia  alla figlia e la  spinge  ad allontanarsi dal legame genitoriale, una ribellione necessaria raggiungere la propria autonomia –  chiede di confezionare per lei 3 abiti fatti di luce, cielo e sole, e poi un mantello fatto di pelliccie d’animale – nel caso di Pelle d’asino, fatto della pelliccia dell’asina che il padre predilige.

Infine Dognipelo scappa dalla sua casa per sfuggire alla bramosia del padre – allontanamento dal genitore e dal nucleo familiare indispensabile per il passaggio dall’età adultae sporcandosi con la cenere per rendersi brutta, e lavorando come sguattera – come Cenerentola deve  passare attraverso le difficoltà per andare profondamente nel proprio sè e raggiungere l’auterealizzazione, con l’aiuto dei 3 abiti che il padre ha fatto confezionare per  lei;   il genitore vuole proteggere i propri figli cercando di tenerli legati a sè ma non  fa mancare il suo supporto per accompagnarli  nel loro cammino di vita.

Alla fine il principe del castello in cui lei lavora come sguattera , si accorge  della sua bellezza e innamoratosi di lei, decide si sposarla, e al matrimonio Dognipelo vuole invitare il padrenon può mancare – che, libero dalla sua malattia per lei –  il genitore accetta che la propria figlia abbia raggiunto la propria autonomia – la abbraccia, felice della sua raggiunta realizzazione come donna adulta.

 

 

Le tre piume

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Illustrator Patrizia Kovacs

“C’era una volta un re che aveva tre figli: due erano intelligenti e avveduti, mentre il terzo parlava poco, era semplice, e lo chiamavano il Grullo. Quando il re diventò vecchio e pensò alla sua fine, non sapeva quale dei figli dovesse ereditare il regno dopo la sua morte. Allora disse loro: “Andate, colui che mi porterà il tappeto più sottile diventerà re dopo la mia morte.” E perché‚ non litigassero fra di loro, li condusse davanti al castello, soffiando fece volare in aria tre piume e disse: “Dovete seguire il loro volo.” Una piuma volò verso oriente, l’altra verso occidente, mentre la terza se ne volò diritto e non arrivò molto lontano, ma cadde a terra ben presto. Così un fratello andò a destra, l’altro se ne andò a sinistra; il Grullo invece fu deriso perché‚ dovette fermarsi là dov’era caduta la terza piuma.

Il Grullo si mise a sedere tutto triste. D’un tratto scorse una botola accanto alla piuma. L’aprì e discese una scala venendosi a trovare davanti a un’altra porta; bussò e sentì gridare dall’interno:

“Oh, Donzelletta verde e piccina
Dalla zampa secca,
Sparuta cagnolina,
Ehi proprio tu, stammi a sentire,
Chi c’è là fuori mi devi dire!”

La porta si aprì ed egli vide un rospo grande e grosso, con tanti piccoli rospetti attorno. Il rospo grande gli domandò che cosa egli desiderasse. Rispose: “Un tappeto che sia il più bello e il più sottile di tutti.” Allora il rospo chiamò uno dei suoi rospetti e disse:

“Oh, Donzellettaverde e piccina
Dalla zampa secca,
Sparuta cagnolina,
Ehi proprio tu, stammi ad ascoltare,
Proprio la scatola mi devi portare!”

 La bestiola andò a prendere la scatola e il rospo grande l’aprì e diede al Grullo un tappeto, bello e sottile come nessun altro sulla terra. Il Grullo ringraziò e se ne tornò a casa.

Gli altri due fratelli credevano che il minore fosse tanto sciocco che non sarebbe stato in grado di trovare nulla. “Perché‚ darsi la pena di cercare tanto!” dissero; tolsero alla prima pecoraia che incontrarono le rozze vesti e le portarono al re. In quella arrivò anche il Grullo con il suo bel tappeto, e quando il re lo vide si meravigliò e disse: “Il regno spetta al più giovane.” Ma gli altri due non gli diedero pace, dicendo che era impossibile che il Grullo diventasse re; e lo pregarono di porre un’altra condizione. Allora il padre disse: “Erediterà il regno colui che mi porterà l’anello più bello.” Condusse fuori i tre fratelli e soffiò in aria le piume che essi dovevano seguire. I due maggiori se ne andarono di nuovo verso oriente e verso occidente, mentre la piuma del Grullo volò dritta e cadde accanto alla botola.”

Il vecchio Re lanciando le tre piume per segnare il percorso che dovranno percorrere i suoi figli, lascia fare al destino – un antico uso di origini germanica lanciare piume  frecce per indicare la strada – e anche nella scelta del primo oggetto che devono trovare: il tappeto più bello; nell’antichità tappeto era il nome dei  preziosi lavori di intessitura delle Parche che intessevano il destino dell’uomo.

I due fratelli intelligenti seguono le loro piume  e non sono interessati a trovare il vero tesoro perchè sono certi che il loro fratello sciocco non cercherà niente di meglio, mentre questì’ultimo, che segue la strada che la sua piuma gli indic,a scende nel profondo della terra, simbolicamente entra nel proprio inconscio e lo affronta, mentre gli altri due restano alla superficie, non affrontano sè stessi.

La fiaba ci parla dei passaggi interiori che ogni essere umano deve compiere per crescere, per passare ad un livello superiore e postivo della propria crescita e del proprio sviluppo.

L’allontanamento,  che richiama  l’archetipo dei riti di inziazione: igiovani venivano allontanati per segnare il loro passaggio nelletà adulta,

le prove a cui sono sottoposti,  il giovane dovrà scendere nella botola, e affrontare l’oscurità del proprioinconscio per trovare il tesoro,

l’aiutante magico, in questa fiaba il rospo – che rappresenta la nostra  parte interiore –  che consegna  al giovane i tesori meravigliosi da portare al padre, i tesori che completano la formazione della propria personalità.

Il giovane porta al padre un tappeto meraviglioso, mentre i due fratelli che hanno portato degli stracci, stupiti dal risultato chiedono al padre di dare loro altre prove. Il Re chiede allora di trovare l’anello più prezioso e in ultimo la fanciulla più bella. Anche in questi casi i due giovani inelligenti sono superficiali nelle loro ricerche – non imparano dalla prima esperienza –  mentre il giovane grullo ha ancora  gli aiuti dal grosso ropso che infine gli dona una delle sue figlie, che si trasforma in una bellissima fanciulla.

Il re, davanti alla bellezza della giovane, portata dal suo figlio sempliciotto, in contrasto con le due rozze contadine portate dagli altri due,  decide di affidare il suo regno al terzo figlio; e di fronte alle reazioni dei due fratelli stizziti,  acconsente che venga fatta un’ ultima prova.

“Il re accordò anche questa prova. Le due contadine saltarono e riuscirono sì ad attraversare il cerchio, ma erano così sgraziate che caddero a terra spezzandosi braccia e gambe. Poi saltò la bella fanciulla che il Grullo aveva portato con s’; saltò attraverso l’anello con agilità estrema e conquistò il regno. Alla morte del re, il Grullo ereditò così la corona e regnò a lungo con grande saggezza.”

La fiaba non ci dice se il figlio sempliciotto sposa la bella fanciulla, che in realtà, rappresenta simbolicamente un altro aspetto della  personalità del giovane semplice, come le due rozze contadine  rappresentano quelle dei due superficiali fratelli: la saggezza finale del giovane  semplice contro l’intelligenza dei due fratelli: un’intelligenza che può essere un dono di natura, indipendentemente dal carattere, ma la saggezza arriva dalla profondità interiore, dalle esperienze importanti e dalla capacità di apprendere da esse:

“il riflesso di una personalità ricca e ben integrata” Il mondo incantato – Bettelheim

In ultimo, il bambino che legge la fiaba, e che spesso vive sentimenti di frustrazione e inadeguatezza di  fronte al mondo che lo circonda, si può identificare nel giovane sempliciotto, l’eroes della fiaba, che grazie alle proprie forze riesce a realizzarsi.