Il raccontafiabe

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Adol Born- CBJ verlag

“Rammentate voi, bambini, il racconta-fiabe, colui che vi raccontò le storie di Spera di sole, di Ranocchino, di Cecina, di Testa-di-rospo, e di tant’altra gente meravigliosa?”

Inizia così, la prefazione del libro Tutte le fiabe di Luigi Capuana, scrittore giornalista, teorico del verismo, nato nel 1839 a Mineo in provinica di Catania,  che scrisse romanzi e racconti ma come sentenziò lo stesso autore:

Le fiabe saranno il lavoro nel quale, probabilmente, e vivrà il mio nome”, una considerazione profetica considerando il grande valore della sua produzione letteraria rivolta al mondo infantile.

Le fiabe di Capuana nascono dall’incontro tra il mondo fantastico e l’arte della scrittura, e fanno rivivere leggende, racconti reali, filastrocche che appartengono alla nostra tradizione popolare, tutta italiana, e che l’autore rivede con la sua incredibile capacità narrativa e la sua grande fantasia.

Reginotte, Reucci, Lupi mannari, Draghi e Orchi, e Principesse-serpenti, ranocchini, nani gobbi,  ma anche mugnai, pescatori, falegnami; personaggi semplici e fantastici tratteggiati con maestria.  Capuana plasma il linguaggio “così semplice, così efficace, così drammatico delle fiabe per raccontare ai bambini le storie meravigliose  e  terribili dei suoi personaggi.

Racconti bellissimi che parlano di magie, di terribili incantesimi e di vita vera, quella contadina, quella che fatica e lavora, e di quella  ricca, quella privilegiata,  spesso ingiusta e scansafatiche. Storie che incantano per la bellezza delle immagini che sanno evocare, come la storia di Piuma d’oro, una reginotta maleducata e irrispettosa, che per la maledizione di una vecchina diventa leggera, leggera,  e i suoi genitori, per non farla annoiare, le soffiano addosso tutto il giorno in modo che lei possa volare fra le alte stanze del castello.

Storie dolci come quella del Raccontafiabe che aveva perso le sue fiabe e non riusciva più a raccontarne di nuove:

 “Fiabe nuove non ce n’è più; se n’è perduto anche il seme. Ora avvenne che non sapendo egli a qual altro mestier edarsi, rimase lungamente disoccupato. Passava le giornate al sole, davanti l’uscio di casa sua; e spesso pensava a quelle care fiabe, che gli si erano mutate in un pugno di mosche.

I bambini che lo vedevano sbadigliare su la soglia dell’uscio, gli domandavano: O che non ce n’hai più fiabe nuove, raccontafiabe?Egli alzava le spalle, scrollava la testa e non rispondeva. Dove andare a pescarle? Gli strani oggetti che gli erano stati regalati da fata Fantasia, non potevano più servire. Ognuno di essi gli aveva già suggerito la sua fiaba, appena egli l’aveva preso in mano; e dopo non c’era stato verso di cavarne più niente. Tornare da fata Fantasia gli pareva una bella sfacciataggine. E poi, come rintracciare un’altra volta Cenerentola, Cappuccetto rosso, Pelosina, Pulcettino e tutti gli altri che lo avevano condotto alla grotta della Fata e l’avevano pregata di aiutarlo? La fiera delle Fate ricorre una volta ogni mille anni; e il capitarvi in mezzo era stata proprio una rara fortuna. Per ciò egli sbadigliava, e con le mani in mano, godevasi il sole, in mancanza d’altro, su la soglia dell’uscio.

Una notte, non potendo chiuder occhio, gli passò pel capo di cercare il sacchettino dov’erano conservati il ranocchio, la stiacciata, l’arancia d’oro, la serpicina, l’uovo nero, i tre anelli e le altre cosettine regalategli dalla Fata.— Chi sa? Dopo tanto tempo, forse avevano ripreso la loro virtù.

Saltò dal letto, corse a cercare il sacchettino riposto in un armadio, e tentò di fare come soleva. Prese a caso i tre anelli, e disse:

— C’era una volta… Ma una volta, quantunque non sapesse neppure mezza parola di quel che doveva dire, appena aperta la bocca, la fiaba gli usciva filata, quasi l’avesse saputa a mente da gran tempo. Invano ora ripeté:

— C’era una volta…! C’era una volta…! Gli usciva di bocca soltanto il fiato. Stizzito, afferra il mortaio, ci vuota il sacchettino dentro, e poi pesta e pesta; ridusse in polvere ogni cosa. Ne prese un pizzico, e strofinandolo con disprezzo fra le dita, esclamò: — Così non mi verrà più la tentazione di provare, e dire: C’era una volta!…

Ma non aveva ancora finito di pronunziare queste parole, che già su la punta della lingua gli s’agitava una fiaba nuova. E se la raccontò da sé, divertendosi come un bambino.”

Così il Raccontafiabe trova di nuovo la sua magia e può raccontare nuove fiabe ai bambini, fino a che, per disgrazia,  perde il suo sacchettino fatato:

“Chi non le ha udite, dalla bocca del raccontafiabe, può leggerle con comodo in questo libro. Sono proprio le ultime. l povero raccontafiabe è accaduta una disgrazia.Una sera, stanco di aver raccontato fiabe tutto il giorno, si buttò sopra un sedile di pietra del giardino pubblico e si addormentò. Allo svegliarsi, cerca e ricerca il sacchettino con la polvere portentosa che gli suggeriva le fiabe, non lo ritrovò più. E lo ricerca tuttavia, poverino!”

 LUIGI CAPUANA – Roma, 13 settembre 1893

Non perdetevi le ultime fiabe,  le fiabe italiane sono ricche della nostra tradizione popolare un tesoro inestimabile tutto da scoprire, da leggere e da raccontare, che mantengono immutato il loro incanto. E noi vogliamo aiutarvi a scoprirle…

Donne e lupi

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Cappuccetto Rosso e il Lupo – La città delle Fiabe – Illustrator Patrizia Kovacs

Le donne delle fiabe sono giovani fanciulle rinchiuse su una Torre senza porte, per allontanarle dal mondo, come la piccola Raperenzolo,  o sono figlie gentili cedute al diavolo per la stupidità ed ingordigia di un padre,  come Nella ragazza senza braccia.

Sono giovani costrette a vivere fra la cenere di un fuoco, maltrattate e derise dalle sorellastre cattive, come Cenerentola. Oppure sono principesse messe alla porta da un padre egoista e insensibile e costrette a vagare nel bosco con indosso soltanto una pelliccia di topo, proprio come la Principessa Pel di Topo.

O ancora, sono bellissime ragazze date in sposa a qualche bestia mostruosa per riparare all’errore fatto dal Re, come avviene per le Tre Sorelle o Per la Bella e la Bestia.

Oppure sono bimbette capricciose che non vogliono ascoltare  i consigli della mamma e si fermano lugo il bosco ad ascoltare le false lusinghe di un lupo cattivo.. proprio come fa Cappuccetto Rosso.

Di queste donne vogliamo parlare oggi, oggi che è il giorno dedicato alle donne: di tutte le protagoniste delle fiabe, perchè le fiabe raccontano la vita vera ed insegnano che le difficoltà servono a crescere; ognuna di queste antiche storie ci racconta che le donne delle fiabe riescono a superare ogni ostacolo, ad addentrarsi senza paura nel bosco, a superare con astuzia le imposizioni  e le angherie.

Insegnano a non mollare, ad avere la capacità di modificarsi, proprio come fa Alice nel paese delle Merviglie, per adattarsi alle nuove situazioni.

E insegnano a diventare Regine, superando la propria diversità, e a diventare così forti ed autonome da regnare da sole, senza un Re accanto, proprio come la  Elsa di Frozen. Bastone.

O a far innamorare perdutamente il lupo e da bambina disubbidiente diventare la protettrice della Città delle Fiabe, come la nostra Cappuccetto Rosso, il simbolo della vera donna selvaggia che è in noi.

Vogliamo augurare a tutte le donne di essere come le donne delle fiabe, forti, intelligenti e astute; donne che sanno imparare dai propri errori e sono consapevoli del proprio potere interiore,  e senza paura sanno affrontare gli ostacoli e ribaltare le situazioni avverse per poter diventare infine la Regina che è in ognuna di noi…

Per dirla alla Pinkola Estes nel suo Donne che corrono con i lupi, un libro illuminante che vi consiglio di leggere se non l’avete fatto:

Le storie sono disseminate di istruzioni che ci guidano nella complessità della vita:

La donna sana assomiglia molto al lupo; robusta, piena di energia, di grande forza vitale, capace di dare la vita, pronta a difendere il territorio, inventiva, leale errante. Eppure la separazione dalla natura selvaggia fa si che la personalità delle donne diventi povera spettrale, sottile. Non siamo nate per essere cuccioli spelacchiati, incapaci di balzare in piedi, incapaci di cacciare, incapaci di generare una vita” Pinkola Estes  – Donne che corrono con i lupi

Bisogna ritrovare la propria profonda natura psichica istintiva, chè è la nostra grandissima forza interiore, la nostra parte selvaggia.

molti sono i modi e i mezzi per vivere con la propria natura istintiva, e le risposte cambiano quando voi cambiate… ho cercato di capire come fanno i lupi a vivere così in armonia. Vi suggerirò di cominciare con una voce di questo elenco, per cominciare, consigliando per chi sta lottando, di partire dalla numero 10″ –Pinkola Estes – Donne che corrono con i lupi

1 -mangiare
2 -riposare
3 -vagabondare
4 -mostrare lealtà
5 – amare i piccoli
6 -cavillare al chiaro di luna
7 – accordare le orecchie
8 – occuparsi delle ossa
9 – fare l’amore
10 -Ululare spesso

Auguri a tutte le donne!

 

 

 

La signora di Gollerus

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            Puoi avere l’amore con l’inganno, ma il cuore conosce ogni verità…

“Una bella mattina d’estate, proprio allo spuntar del giorno, Dick Fitzgerald stava sulla spiaggia del porto di Smerwick a fumare la sua pipa”

Dick il pescatore, ammira il sole che sta sorgendo e pensa commosso che quello che gli manca è proprio una moglie con cui condividere quell’ emozione. E mentre passeggia pensoso, scopre vicino ad uno scoglio una creatura bellissima che si pettina i capelli colore del mare.

Dick indovinò subito che si trattava di una sirena, anche se non ne aveva mai vista una prima di allora, perchè aveva scorto, appoggiato sulla spiaggia, accanto a lei , il piccolo berretto magico che il popolo delle acque usa per tuffarsi nell’oceano.”

Tutti sanno che senza il cappellino magico, rosso a tre punte, le Sirene non possono tornare in acqua…

Così Dick, già perdutamente innamorato della giovane Sirena le ruba il cappellino e quando lei scoppia  in lacrime credendo  di averlo perso, lui è pronto a consolarla. Il gioco è fatto; la Sirena non può tornare nel suo mare e Dick se la porta a casa, e i due si innamorano.

Così Padre Fitzgibbon sposò Dick Fitzgerald alla Sirena e come una qualunque coppia innamorata essi se ne tornarono a Gollerus ben contenti.”

Dick è un uomo felice; la sua giovane moglie è attenta e premurosa,  e dopo tre anni i due hanno tre figli che lei accudisce con amore.  E il cappellino? Dick lo tiene nascosto nei suoi attrezzi da pesca, ben attento a non farlo trovare alla sua adorata moglie, ma con il passare del tempo diventa disattento ed un giorno che deve recarsi a Traale, lei si mette a fare pulizie e lo trova.

La Sirena si siede con il suo cappellino fra le mani, ed in un attimo si ricorda la sua vita precedente, il suo mare, suo padre, il Re delle Onde, e tutto quello che ha perso e le viene voglia di tornare a casa. Solo per una visita, perchè la Sirena pensa ai suoi figli e all’amore di Dick e sa che gli spezzerebbe il cuore se la dovesse perdere.

Ma – dice- non mi perderà del tutto, perchè tornerò da lui.” Così dopo aver baciato i suoi figli, esce di casa e si dirige verso il mare, e avvicinandosi all’acqua, crede di sentire un dolce canto, che la invita ad entrare; si infila il cappellino, e in un attimo tutto la sua vita precedente la avvolge: Dick e i bambini sono subito dimenticati.

La sera Dick torna a casa e si accorge della mancanza della moglie, e si dispera quando i vicini gli raccontano che l’hanno vista camminare sulla spiaggia con in mano uno strano cappellino rosso.

La leggenda racconta che Dick non ha mai smesso di credere che lei sarebbe tornata, sicuro che lei  non avrebbe mai abbandonato suo marito e i suoi figli, perchè era sempre stata una madre ed una moglie modello;  lo racconta a chiunque voglia ascoltarlo, tanto che negli anni a venire gli abitanti del villaggio parlarono di lei come La Signora di Gollerus.

Dick non ha mai smesso di attenderla. La leggenda racconta che ancora oggi la sua anima inquieta cammina sulla spiaggia aspettando di rivederla, seduta accanto allo scoglio mentre si pettina i lunghi capelli colore del mare.

 

La signora di Gollerus – Fiabe Irlandesi – William Butler Yeats

Il sorriso di una tartaruga

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Avete mai visto il sorriso di una tartaruga? Qualche mese fa vi abbiamo parlato della nostra favola,  L’uomo e la tartaruga, una favola metropolitana – disegnata dall’artistica mano dispettosa di Patrizia Kovacs.
Teniamo molto a questa piccola favola morale, che è pubblicata, ed è in vendita  sul sito ilmiolibro ; e non diciamo altro; oggi lasciamo parlare le recensioni e i commenti di alcuni lettori.
Grazie.

È una vera favola quella che l’autrice ci offre in questo libro. Narrata con stile letterario e cura di particolari, presenta un protagonista dall’anima agitata per un passato tumultuoso ed un emozionante ritorno nella propria città. Qui avviene un incontro importante per la sua esistenza: si imbatte in una tartaruga che, immediatamente, percepisce l’odore dell’uomo, “un odore buono”. L’uomo instaura un dialogo profondo con la tartaruga, a tratti scarica le sue frustrazioni esistenziali per, poi, prendersi cura della sua alimentazione e di tutti i suoi bisogni. I due personaggi si scoprono reciprocamente sofferenti “avevano perso entrambi il colore del loro sole ed erano caduti nel buio”. ….. Da questo incontro entrambi i protagonisti rinasceranno a nuova vita……. Una fiaba dai contenuti universali in cui è manifesto l’amore che si deve eticamente a tutti gli animali ; sicuramente questo dare diviene anche un ricevere per l’uomo in quanto l’uomo e l’animale sono esseri che viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda”. Angela

Questa è la storia vera, di un uomo buono”. Così inizia “L’uomo e la tartaruga”, una fiaba incantevole, garbatissima, che affonda le sue radici nella realtà. Una realtà fatta di fretta, di disinteresse, di mal di vivere e di vivere male. La storia è semplice, come tutte le migliori storie: un uomo (solo “l’uomo”, senza nomi a definirlo ulteriormente perché può essere chiunque tra noi), torna a Berlino dopo una lunga assenza, non senza un carico di dolore e di insoddisfazioni. La sua vita, evidentemente ad un bivio, deve scegliere quale strada prendere, ma non è facile. L’incontro (casuale?) con una tartaruga rugosa e bistrattata, bisognosa di cure, risveglierà in lui la passione per la vita. Per la sua e per quella degli altri. Il racconto è breve, perfetto per essere letto ai bambini e può contare su immagini davvero bellissime e su una narrazione precisa e scorrevole, che scaturisce da un’ottima penna. Ma non è solo ai più piccoli che si rivolge “L’uomo e la tartaruga”; la trama vuole che uno abbia bisogno dell’altra e viceversa. Ai pensieri dell’uomo si affiancano quelli del piccolo animale, che percepisce subito, grazie forse ad un istinto millenario, la bontà. E’ una fiaba sulla condivisione, sul rapporto con gli altri, animali e umani che siano, sulla civiltà. Un dito puntato contro il traffico degli animali, strappati al loro ambiente, ma anche un chiaro ed esplicito invito agli esseri umani a non tenere relegata in un angolo, come la tartaruga, la loro umanità. Ottimo”. Lauretta

“Un libro interessante ed importante per la tematica esaltata dal modo di porgere al mondo giovanile contenuti non semplici: si potrebbe definire come un libro per tutti, ma non per tutti. Ci sono valori fondanti della vita umana, come il rispetto, l’amore, il prendersi cura dell’altro anche nelle banalità quotidiane che possono apparire tali, ma sono invece le fondamenta della nostra esistenza. La scrittura risulta essere semplice ed elegante così come le immagini tra la pop art e la pittura murale di oggi, sempre con un aggancio con il tema del libro. Ottimo lavoro, ovviamente da leggere e rileggere ( non fa mai male )”. Vincenzo

“Una fiaba diversa, ambientata in una grande metropoli come Berlino, e il suo protagonista, un uomo che non ha nome, volutamente perché in questa fiaba un nome ce l’ha solo il “cattivo” quale a volerlo sottolineare. L’uomo invece potrebbe essere ognuno di noi: un uomo che deve ricostruire la propria vita, che deve ripartire da zero, e va a Berlino dove tutto era cominciato.
Un uomo che non ha tempo da perdere, non ne ha nemmeno per occuparsi di sé stesso figuriamoci di una “stupida tartaruga”. Eppure il loro incontro sarà unico e fondamentale, perché grazie all’animale, l’uomo capirà che non serve tornare indietro per ricominciare: bisogna sempre guardare avanti e trovare la forza in sé stessi, anche quando fa paura e ti sembra di non farcela più. Anche quando fa male.
Una fiaba che parla della cattiveria e dell’ignoranza dell’essere umano, ma anche della bellezza che ognuno di noi può avere in sé; basta farla uscire. Basta fermarsi un attimo nella frenesia dei problemi di ogni giorno, e guardarsi intorno; guardare con attenzione, con la voglia di meravigliarsi ancora; guardare negli occhi di una tartaruga per comprendere il profondo messaggio della sua anima pura, perché ogni animale ha una piccola anima e nessun animale è un oggetto!
Una piccola fiaba preziosa, che consiglio di leggere agli adulti perché è proprio quando smettiamo di essere bambini che perdiamo la capacità di vedere il bello nelle piccole cose”. Edy

Una morale di vita, tra la magia di una fiaba! Trovar la vita tra le cose morte, parlar d’amore se pure il cuor non batte… Filosofia
Una morale di vita, tra la magia di una fiaba! Trovar la vita tra le cose morte, parlar d’amore se pure il cuor non batte… Filosofia intrinseca nell’uomo , come un cieco che non può vedere, trovare la luce nelle minuzie e osservare il dono e l’immensità, cornice preziosa del nostro esistere. Leggere il sorriso di una tartaruga, è la vita ritrovata di un uomo che riconosce, l’integrità dell’amore per ritrovarsi in un cammino da fiaba! ingegnoso e forte il messaggio, tra immagini che ridestano i colori della vita e rivestono i nudi del cuore. Grazie Maria Rosa Ventura per averci regalato questo piccolo scrigno di preziosi. Buona continuazione”. Cira
Tutte le recensioni sono visibili sul sito ilmiolibro

Frau Holle

 

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“Una vedova aveva due figlie. Una era bella e laboriosa, l’altra brutta e pigra. Ma la donna aveva molto più affetto per quella brutta e pigra perché era figlia sua, mentre l’altra era costretta a sbrigare tutte le faccende di casa come una serva, una cenerentola. Tutti i giorni la povera ragazza, seduta accanto al pozzo che c’era sulla via maestra, doveva filare, filare e filare fino a che le dita cominciavano a sanguinarle.

Un giorno successe che il fuso si era tutto imbrattato di sangue e la ragazza si spenzolò nel pozzo per sciacquarlo, ma il fuso le sfuggì di mano e cadde giù. La ragazza si mise a piangere, corse dalla matrigna e le raccontò la disgrazia che le era successa. Ma la donna la rimproverò aspramente e, senza muoversi a pietà, le disse: “Hai fatto cadere il fuso nel pozzo? Bene, e allora ritiralo fuori!”. Così, la ragazza tornò al pozzo senza sapere cosa fare; angosciata com’era, non seppe trovare di meglio, per recuperare il fuso, che saltare lei stessa dentro al pozzo. Perse i sensi, e quando si ridestò e tornò in sé, si ritrovò in un bel prato dove il sole splendeva su mille e mille fiori colorati”

La povera ragazza dopo alcune strani incontri, arriva davanti ad una casetta, abitata da una vecchietta con lunghi denti, che le fa paura, ma nonostante l’aspetto, è una vecchina davvero gentile,che le propone di vivere con lei, in cambio di alcuni lavoretti da fare in casa: “Devi solo stare attenta a rifarmi il letto per bene e a sprimacciarlo a dovere, perche’ le piume volino via e cada così la neve sulla terra. “Io sono Frau Holle”.

La povera fanciulla, infatti, svolge molto bene le pulizie di casa e come ricompensa Frau Holle la riempie di oro. Tornata a casa la ragazza racconta tutto alla matrigna e alla sorellastra, che volendo la stessa fortuna si butta nel pozzo per andare dalla vecchia, ma poichè è troppo pigra e sfaticata, non ha voglia di fare le pulizie richieste da Frau Holle, che la ricompensa cospargendola di pece.

E la pece le restò attaccata addosso e non volle andarsene finché visse.

Nelle fiabe i personaggi non sono mai ambivalenti, o sono buoni o sono cattivi. Una sorella è bella e leggiadra e l’altra è stupida e brutta, una è laboriosa e dolce, l’altra è pigra e cattiva. Questo perchè il bambino non è ancora in grado di capire le ambiguità e la complessità della personalità umana, che spesso ha in sè diverse caratteristiche anche opposte fra loro, e solo confrontandosi con un carattere ben delineato, il bambino  può comprendere che esistono grandi differenze fra le persone, ed è in grado di scegliere che tipo di persona vorrà essere.

Entrambe le ragazze passano attraverso il pozzo scuro, ignoto, che fa paura, l’inconscio percorso di crescita, che arriva però in un bellissimo prato pieno di fiori. Una sarà ricoperta di oro, l’altra di pece.

Frau Holle è una fiaba molto antica dei fratelli Grimm che sembra abbia le sue origini nel medioevo: nei racconti popolari si racconta la storia di una fata buona che andava di casa in casa, e al suo passaggio tutto doveva essere ben pulito  spazzato, e lei in cambio donava abbondanza.

In Germania, ancora oggi, quando una ragazza è molto egoista, e con un brutto carattere,  viene chiamata Pechmarie – pech in tedesco signifca pece-

Mi piace molto pensare alla neve che arriva dalle piume di un cuscino ben sprimacciato. In alcune zone della Germania,  quando sta nevicando, si usa dire  “Frau Holle si sta rifacendo il letto.

 

Il figliol prodigo

Patrizia Kovacs - tavola 100x70

Patrizia Kovacs – illustrator – tavola 100×70

Carta da collage, matita, pennarelli, cartoncino e tanto Amore.

Il figliol prodigo (Luca 15,1-32)

Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci.

Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava.

Corvo: simbolo duale per eccellenza.

Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre.
IL FIGLIOL PRODIGO TAVOLA 1                                             Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò.
Il servo gli rispose: E’ tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.

Patrizia Kovacs

Bellissima la parabola del figliol prodigo che simboleggia la purezza del perdono. Perchè una parabola? Parola deriva dal termine latino  parabola, parabolare, parlare.

Parlare, raccontare;  le parabole raccontano, come le fiabe.  E i disegni li rappresentano. Come nasce il disegno? Ce lo racconta la nostra illustrator Patrizia Kovacs:

Ho voglia di illustrare una Parabola, quella parabola! Non so ancora come, comincio così a tracciare dei segni su fogli A4, hm… banali! Devo oziare un pochino e fare finta di non pensarci… gioco con la ” ragione” che non deve sapere che la sto raggirando, la distraggo con un caffè e della musica. Il papà, penso ai papà e mi viene in mente il mio zio Giagante, il mio primo papà che mi ha aiutata a venire al mondo e … ILLUMINAZIONE! Alle sue MANI GIGANTI! Ecco qua l’immagine dell’Albero Padre. Attenta Patrizia! Sorseggia il caffè bollente senza scottarti! ILLUMINAZIONE! Quando senti dolore vedi tutto nero e sei incazzata e hai voglia di urlare e non ti fermeresti neanche davanti ad un Gigante, le parole escono dal Buio, io moscerino incompreso. Il mio ego smisurato vuole la matita! Il mio Ego, i miei pasticci, le mie vergogne, la mia Prigione!!! Ecco le altre tavole; le due facce della stessa medaglia. Però non mi va di disegnare il figlio bello e l’altro brutto; io a volte sono bella e a volte sono brutta… Ecco le figurine nere! A questo punto il caos! L’ALBERO, i figli, alberi con le figurine nere, ALBERI, ALBERI… CAOS, CAOS, CAOS, CAOS=UNIVERSO… Noi. La mano dispettosa infischiandosene bellamente della “ragione” ascolta il cuore, da cosa nasce cosa e il disegno diventa un disegno-collage, c’è caos di matite, pennarelli, forbici, il profumo della colla Cocoina mi fa ritornare bambina, quando avevo voglia di assaggiarla, e meravigliose carte colorate, e anche quando sembra tutto finito la mano dispettosa ci mette un piccolo ragno appeso, forse ancora manca qualcosa…
Caffèèèè!”
Patrizia Kovacs – illustrator

Le scorribande delle streghe

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Alexandre-Marie-Colin-The-Three-Witches-from-Macbeth-1827

Questo è il periodo più misterioso di tutto l’anno; fate attenzione nelle lunghe notti nebbiose, odorose ed umide;  i piccoli elfi e persino le fate diventano particolarmente dispettosi e non sapete chi potreste incontrare: E se vi sentite chiamare non prestate attenzione, anche un viso amico potrebbe rivelarsi nella sua forma reale.

Queste sono le notti in cui ogni magia , buona o terribile, si può realizzare…

Alla vigilia di Novembre i folletti sono particolarmente tristi, perché secondo il vecchio calendario gaelico, questa è la prima notte d’inverno.

In questa notte danzano con gli spettri e il pooka ( spirito animale) si aggira, e le streghe lanciano i loro incantesimi, e le fanciulle imbandiscono una tavola nel nome del diavolo, affinché l’ombra del loro futuro innamorato possa entrare attraverso la finestra ed assaggiare il loro cibo.

Alla vigilia di Ognissanti i morti sono in giro e danzano con le fate…

Fu proprio in quel periodo che il povero Shemus Rua scoprì chi viveva sotto il suo stesso tetto…

 “Una notte Shemus Rua fu svegliato da rumori che provenivano dalla cucina. Andò di soppiatto alla porta e vide una mezza dozzina di megere sedute attorno al fuoco che scherzavano e ridevano, mentre la sua vecchia, governante, Madge, tutta vispa e allegra, serviva incoraggianti bicchieri di ponce alle streghe sue sorelle. Ebbe un moto di ammirazione per l’ impudenza dimostrata da Madge nell’organizzare quella baldoria, ma poi si ricordò dell’insistenza con cui gli aveva raccomandato di prendere la buona tisana che aveva lasciato accanto al suo letto. L’avesse bevuta, ora sarebbe stato sordo all’allegria delle streghe…

Le sentì e le vide bere alla sua salute, facendosi tali beffe di lui che era quasi tentato di affrontarle, scopa alla mano ma si trattenne.

Vuotata la caraffa, una di esse domandò – E’ ora di andare? –e nello stesso istante, mettendosi in testa un berretto rosso, aggiunse: – Per la ruta e millefoglie, e la rossa mia berretta, in Inghilterra vola in fretta –

Usando come destriero un ramoscello che teneva in mano, si levò leggiadramente in volo su per il camino e fu subito seguita dalla altre.”

Fiabe irlandesi – William Butler Yeats

la regina delle nevi

disegni di Elena Ringo

La regina delle nevi è la fiaba di Hans Cristian Andersen da cui è stato tratto il più conosciuto film Frozen prodotto della Walt Disney. Come spesso accade la produzione cinematografica si è  discostata molto dalla fiaba originale che è una delle più lunghe e lette dello scrittore danese, che ha il sottotitolo di ” Una fiaba in sette storie”, ognuna delle quali racconta una vicenda.

Ho letto tutte le fiabe di Andersen quando ero piccola e a differenza di altre non le ho più rilette, ma scopro ora, che le riprendo per lavoro, che mi sono rimaste nel profondo, e alcuni particolari mi hanno fatto sentire le stesse emozioni che avevo provato da bambina.

Vi consiglio di leggere La versiona originale della fiaba; è molto bella e ricca di significati.

I protagonisti  sono due bambini Gerda e Kay che  si vogliono  bene e sono sempre insieme:  un giorno uno specchio maledetto creato da un Troll malvagio si rompe in mille pezzi, ed uno di questi, colpisce  Kay nell’occhio e lo fa diventare freddo e cattivo.

Kay  si allontana da tutti anche da  Gerda, ed un giorno mentre gioca da solo incontra la Regina dei ghiacci, una donna che ha sofferto troppo per amore, ed è diventata gelida nel cuore. La Regina lo prende con sè conducendolo nel suo castello di ghiaccio e  con un gelido bacio lo imprigiona nel suo incantesimo. Gerda, che non accetta di lasciare Kay al suo destino, parte da sola  alla sua ricerca e dopo diverse peripezie – l’incontro con i briganti, con due cornacchie, con due vecchine, con due principini e con una renna –  e  dopo diversi anni di cammino, riesce a ritrovare il suo amico e, con il suo pianto, a smuovere il giaccio che l’incantesimo della regina gli aveva  buttato nel cuore. Kay commosso piange a sua volta e fa uscire il pezzo di specchio maledetto che aveva nell’occhio. I due bambini, ormai adulti si ritrovano per sempre.

Terza storia. Il giardino fiorito della donna che sapeva compiere magie

Nella terza parte Gerda, disperata per la scomparsa di Kay, decide di andare a cercarlo. Sale su una barchetta e chiede al fiume in cambio delle sue scarpette rosse, di portarla da Kay. La barca si arena nei pressi di una casetta in mezzo ad un giardino di fiori, dove vive una vecchia maga. La maga incanta Gerda facendole dimenticare Kay e fa scomparire tutte le rose del giardino sottoterra, affinché queste non le ricordino il suo amico perduto. Ciononostante, dopo qualche tempo Gerda vede una rosa dipinta, si ricorda di Kay e, dopo aver interrogato invano tutti i fiori del giardino, riparte alla sua ricerca. Nel frattempo è arrivato l’autunno”

Gerda parte per un viaggio, alla ricerca di Kay, ch è un viaggio interiore, metafora del passaggio da bambina alla vita da adolescente. Le scarpette rosse, le preferite di Gerda – simbolo che compare anche in altre fiabe di Andersen e che per l’autore, probabilmente, rappresentavano il sentimento negativo dell’autocompiacimento, della seduzione (basta pensare alla fine terribile della protagonista di Scarpette Rosse)-  che la bambina lancia nel  fiume per avere in cambio aiuto, rappresentano l’umiltà di Gerda che è pronta a spogliarsi dell’effimero e del superfluo per raggiungere il suo scopo.

Gerda incontra diversi personaggi nel suo lungo cammino – quasi un viaggio in una dimensione onirica – e  alcuni di questi, come accade spesso nelle fiabe, l’aiutano e le fanno da guida interiore.

La bimba, ormai diventata grande, capisce che la forza per superare i propri ostacoli è dentro di sè, e che il potere dell’amore può cancellare ogni incantesimo.

Molto le differenze con il film Frozen, altrettanto bello e significativo. Le due protagoniste, le principesse Anna ed Elsa sono sorelle, ed Elsa che ha il dono di creare il gelo, diventa la regina del ghiaccio e sceglie la solitudine perchè incapace di controllare il suo potere –  con il quale farà male alla piccola Anna.  Anche in questa storia, alla fine,  il calore dell’amore vero saprà  sciogliere il gelo nei cuori.

Anna è la protagonista, vitale, allegra, innamorata, pasticciona e divertente. Elsa è gelida, controllata e solitaria. Se chiedete ad ogni bambina duenne in su, chi è la preferita del film Frozen, risponderà Elsa.

Ho svolto anch’io la mia piccola e personale indagine, fra nipotina e figlie di amiche, e la risposta è sempre stata la stessa: Elsa è la preferita e questo mi stupisce perchè non solo Anna è la protagonista, ma è simpatica, ed è lei che  si innamora, e che vive l’avventura più bella.

Per la soluzione vi rimando ad un interessante articolo: Frozen da figlia diversa a donna moderna  scritto  della Dott.ssa Antonella Bastone, pedagogista che si occupa di educazione e formazione – ha scritto tra l’altro un bel libro sulla formazione agli adulti con l’utilizzo delle fiabe –

Elsa è una bambina diversa che non sa gestire il proprio potere – le proprie emozioni – e viene isolata dai propri genitori prima, ma sarà lei, poi,  a isolarsi dal mondo per non nuocere a chi ama.

Le vicende che seguono, tra azioni avventurose e slanci di grande divertimento, la porteranno ad un profondo ripensamento della propria diversità e allo struggente desiderio di riscatto personale. La figura che emerge è quella di una donna moderna, complessa, consapevole della sua ambivalenza interiore, ma soprattutto caratterizzata da un’evidente autosufficienza affettiva. Elsa non aspetta nessun Principe Azzurro e l’unica storia d’amore dell’intera vicenda non riguarda lei, ma la sorella Anna, personaggio molto più semplice e prevedibile.

Elsa è una donna matura, introspettiva, che ha imparato a gestire le sue emozioni. E che regna su  Arendelle, da sola.” Bastone

Le fate

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Il 21 giugno è il giorno più lungo dell’anno, il solstizio d’estate, il giorno in
cui il sole raggiunge il punto più alto rispetto all’orrizonte e si festeggia la
mezza estate: da millenni gli uomini hanno dedicato feste, riti e tradizioni
a questo giorno speciale in cui, si dice che, anche  le fate si incontrano
nelle valli.
Se fate attenzione potreste anche incontrarne una…
“Le Fate sulla terra sono piccole e belle. Amano appassionatamente la
musica e la danza e vivono nel lusso nei loro palazzi sotto alle colline e
nelle profondità delle caverne montane; esse possono ottenere ogni cosa che
sia piacevole per le loro case fatate solamente con la forza del loro potere
magico. Possono anche assumere tutte le forme e non conosceranno mai la
morte fino all‟ultimo giorno, quando il loro destino è di svanire di essere
annichiliti per sempre. Ma essi sono molto gelosi della razza umana, così
alta e forte ed a cui è stata promessa l‟immortalità; e spesso sono tentati
dalla bellezza di una donna mortale e desiderano fortemente averla per
moglie. I bambini di tali matrimoni possiedono una strana natura mistica e
generalmente divengono famosi nel campo della musica e del canto. Ma
sono passionali, vendicativi e non è facile vivergli accanto. Tutti sanno che
appartengono alla razza dei Sidhe, o razza spirituale, dai loro bellissimi
occhi e dal loro carattere spavaldo e sprezzante.
I Reed i Principi fatati vestono in verde, con cappelli rossi legati al capo da
un nastro dorato. La Regina delle Fate e la sua corte principale vestono in
una scintillante mussolina argentata costellata di diamanti ed i loro lunghi
capelli dorati scivolano sul terreno quando danzano sull‟erba. Il loro luogo
preferito per riposare e soggiornare è sotto ad un prugnolo ed un contadino
preferirebbe morire piuttosto che tagliare uno degli antichi prugnoli sacri
alle Fate” Fiabe e Leggende d’ Irlanda – Lady Speranza Wilde
atato.

La scelta della sposa

“C’era una volta un giovane pastore che si sarebbe sposato volentieri, e conosceva tre sorelle, una più bella dell’altra, sicché‚ la scelta era difficile, ed egli non sapeva decidere a chi dare la preferenza. Allora domandò consiglio a sua madre, che disse:

-Invitale tutt’e tre, offri loro del formaggio e guarda come lo tagliano-.

E così fece; ma la prima inghiottì il formaggio con la crosta; la seconda tagliò via la crosta in gran furia, così di furia che vi lasciò attaccato del formaggio, e buttò via tutto insieme; la terza invece, levò la crosta per bene, nè troppo nè poco. Il pastore raccontò tutto a sua madre, che disse: -Sposa la terza-. Così egli fece, e visse con lei, felice e contento.”

Molte delle fiabe dei Grimm  – quelle delle prima edizione dal 1812 al 1815 – sono l’elaborazione dei racconti popolari tramandati oralmente, raccontate dai grandi per i grandi: sono infatti, in alcuni casi,  più fiabe popolari che di magia, strettamente connesse agli eventi del tempo e, nonostante siano vecchie di secoli,  contengono una morale genuina e indicazioni di buon senso, ancora attuali ai nostri giorni.

Così il figlio che deve scegliere la moglie chiede consiglio alla vecchia madre, che saggia, lo aiuta a scegliere la migliore: quella che non spreca, e non vuole troppo: la moglie ideale è quella parsimoniosa!

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