Buon NON compleanno!

Il lunedì, lo sappiamo bene, è sempre una giornata pesante: la ripresa del lavoro dopo il week end, lo stress; ed ancora tutta la settimana davanti! Aiuto! Come uscirne indenni? Bisogna renderlo un giorno da festeggiare, come se fosse il giorno del vostro compleanno.

Ah! Oggi non è il vostro compleanno? Hm… Dobbiamo sempre trovare piccole cose preziose, che ci rendano la giornata migliore. Qualcosa da festeggiare, anche senza un motivo particolare!

Oggi vi diamo la nostra:  buon giorno di NON compleanno a tutti! E buon lunedì!

Ti regalo una storia. Arturo

gatto rosso

Era stata una giornata lenta, con il tipico sole pallido di fine settembre. Il tardo pomeriggio portava sempre un vento caldo e appiccicoso. Strano, aveva fatto un tempo orribile tutta l’estate; aveva piovuto un sacco. Non era stato facile stare molto all’asciutto. L’erba del grande campo, dove andava spesso a cacciare, rimaneva bagnata per giorni e spesso aveva dovuto dormire sotto qualche macchina parcheggiata, e credetemi, non è il massimo. Si stirò, piegando il corpo in avanti, con eleganza, tirando le zampette anteriori e poi stirò quelle posteriori. A lungo. Poi si guardò intorno. Era ora di mangiare. Hm… avrebbe dovuto aspettare ancora un po’ per cacciare i topolini di campagna, che arrivavano nel campo solo quando faceva buio. Si incamminò pigramente verso la strada. Il portamento di un guerriero, fiero, ma con qualche ferita di troppo, il pelo rosso un po’ sciupato – insomma dormire per strada non permetteva spazio alla pulizia – un gattone con pazienti occhi verdi che aveva visto tante cose, e non tutte piacevoli.

Si chiamava Arturo, ma in realtà lui non lo sapeva, aveva 5 anni e un ricordo lontano di una casa. Proprio cosi, anche lui aveva avuto una casa, con un giardino, una famiglia con due piccole umani che lo coccolavano e, a volte, lo disturbavano e lui era costretto a scappare sul grosso melo del giardino. Con i suoi occhioni verdi guardava il suo piccolo mondo da lassù. Ogni tanto andava in giro ad esplorare la vita fuori dal giardino e qualche volte si era azzuffato con lo stupido gatto nero che abitava nella casa di fronte.

Lui era più forte. La pappa era regolare e abbondante. Insomma, era felice.

Poi, un giorno, era successo. Per giorni c’era stata tanta gente in casa che andava e veniva, e lui, come tutti i gatti, abitudinario e poco incline al chiasso, stava rintanato tutto il giorno sul melo a guardare tranquillo tutto quel traffico. Poi era tornato tutto silenzioso. Anche troppo. La casa era vuota. Altre volte era successo che la sua famiglia di umani andasse via per qualche giorno, ma tornavano presto e, soprattutto, lasciavano la pappa per lui sotto il portico dell’ingresso. Arturo aspettò per qualche giorno e poi capì che era rimasto solo. Loro se n’erano andati via.

Arturo si era sentito molto triste. Nel mondo dei gatti questo non sarebbe successo. Ed ora? Cosa avrebbe fatto?

Dopo qualche giorno erano arrivate delle persone nuove a visitare la casa. Arturo, che stava morendo di fame, era sceso dal suo albero e si era avvicinato alla femmina umana, ancheggiando ed emettendo le sue fusa migliori. La donna non si era accorto di lui, fino a quando aveva sentito qualcosa di peloso che le si strofinava fra le gambe e, abbassando lo sguardo, aveva visto quel gattone sporco.

Con un gesto della gamba l’aveva allontanato in malo modo. «Via gattaccio sporco! Io non voglio animali qui, via pssss! Pussa via».

Arturo non era mai stato trattato cosi. Si era spaventato tantissimo ed era scappato nuovamente sul suo albero, e vi era rimasto per tutto il giorno fino a che la donna, con cattiveria, era arrivata con la sua scopa per farlo scappare

«Via gattaccio, via di qui. Non ci devi proprio stare qui! Viaaaa».

Arturo era scappato fuori dal giardino, cacciato da quella che era stata la sua casa. Quel giorno, aveva imparato cose nuove. La prima, è che se sei triste, senti qualcosa di strano allo stomaco, come un nodo. La seconda, era che gli umani quando sono cattivi hanno un odore particolare. L’odore che aveva quella donna.

Un odore che purtroppo avrebbe sentito spesso nei mesi successivi. L’aveva sentito nei tre ragazzi che aveva tentato di usarlo come bersaglio per le loro fionde.  Il primo colpo l’aveva preso di striscio sul fianco e aveva fatto un salto per il dolore. Aveva sentito l’urlo vittorioso dei tre stupidi umani, e il loro cattivo odore gli era rimasto addosso per giorni.

Aveva incontrato altri umani dopo quel giorno, lui sempre più diffidente, e loro sempre poco gentili. Una volta una vecchina, gli aveva dato un po’ da mangiare, incurante del suo aspetto trasandato, e aveva cercato di fargli una carezza, e lui, che aveva sentito il suo odore diverso, l’aveva lasciata fare. Era stato bello sentire quei grattini fra le orecchie. Ma poi, la vecchina era andata via e non era più tornata. Gli aveva fatto ricordare cos’erano le coccole, ed era un ricordo doloroso perché era qualcosa che aveva perso. Così aveva deciso che non avrebbe più voluto ricordare. Andava in giro, cercando cibo in giro, nell’immondizia o nei campi, e vivendo alla giornata.

Stava alla larga dagli umani. A volte sentiva ancora quel nodo allo stomaco e guardava lontano con i suoi occhi verdi.

Era arrivato in quel grande campo da qualche giorno, ed era un buon posto perché c’erano un sacco di topolini da cacciare. Aveva appena fatto un riposino, e ora era indeciso sul da farsi. Quasi quasi poteva farsi ancora un sonnellino. Troppo tardi sentì l’ansimare dei cani che stavano correndo verso di lui. Due bestie nervose che lo stavano puntando, e dietro, gli stupidi umani con i loro fucili. Arturo ne aveva visti altri.  Conosceva il loro odore.

Ariaa!!! Corse con tutto le forze verso l’unica possibilità di salvezza: un grosso muro grigio che dava su un giardino. Non ci pensò un attimo. Un grosso balzo e fu dall’altre parte. Il cuore in gola. Sfinito. Dietro il muro, i 2 cani continuavano a correre intorno inutilmente, annusando il suo odore.  Arturo fece un sospirone e si guardò intorno. Si trovava in un bellissimo giardino, pieno di piante su cui poter scappare, e una casa con tante finestre. Non vedeva umani, e decise di restare un po’ lontano a studiare la situazione. Si concesse un pisolino. Quando si risvegliò due occhioni lo fissavano con attenzione. Una piccola umana stava accovacciata davanti a lui. Arturo diffidente, come al solito, si preparò alla fuga, ma poi senti il suo odore diverso da tutti: era un odore buono, che si mischiava all’odore della paura e del dolore. Arturo aveva conosciuto entrambi. La bambina gli tendeva la mano. «Micio, ciao micio vieni, non ti faccio del male».

Arturo si avvicinò e annusò ancora l’aria per sicurezza, e poi decise che andava tutto bene, quella piccola umana gli piaceva. Strofinò il muso sul mano della bimba e cominciò ad emettere della sonore fusa

La bambina rise estasiata. «Povero micio, sei un po’ malridotto», lo accarezzò e poi fece una cosa che Arturo non si sarebbe mai aspettato: lo prese in braccio. Il suo primo istinto fu quello di divincolarsi, ma poi la bimba lo strinse a sé, e Arturo sentì il suo cuore che batteva forte, e quell’abbraccio fece battere forte il cuore anche a lui.

La bimba si diresse verso la casa.  Arturo non sapeva bene cosa aspettarsi. Entrarono in casa, e arrivarono altri 5 piccoli umani. Anche il loro odore era buono e diverso, misto a quello della sofferenza. Uno di loro soprattutto. Gli si fecero tutti intorno e cominciarono a coccolarlo. Arturo non aveva mai fatto così tante fusa…  Quel giorno mangiò un sacco. E la sera, quando ormai faceva buio, invece di mandarlo via la bambina con gli occhi grandi lo prese in braccio, nascondendolo sotto un maglione, e se lo portò nel lettino con sé.  Arturo si accoccolò sotto le coperte accanto alla pancia della bimba e si addormentò in un attimo.

Così, iniziò la sua nuova vita in quella casa. Arturo aveva capito che quella non era un famiglia normale. C’erano i bambini, c’era un’umana grossa con un adorabile odore di cibo, che stava sempre in cucina e gli dava sempre delle buone cose da mangiare, e c’erano alcune persone che andavano e venivano. Si era adattato subito. I bambini facevano a gara per coccolarlo e farlo giocare, e Arturo stava dimenticando i tempi in cui era stato solo e triste. Questa era una bella vita. Ogni sera, le finestre della camere, in qualche modo, rimanevano sempre aperte, e lui sgattaiolava nel letto della bambina, che in silenzio, lo faceva acciambellare sotto le coperte. A volte, però, andava da uno dei bambini, quello che non giocava e non parlava con nessuno. Entrava nella sua cameretta e, quando lo vedeva ancora sveglio e annusava la sua ansia, gli si acciambellava sulla pancia e lo faceva addormentare con il rumore regolare delle sue fusa.

Arturo era contento. Gli piaceva stare con loro. Sentiva sempre di più il loro odore buono, e non era più tanto strano ora.

Il dottor Federici parcheggiò l’auto nel portico, vicino al giardino. Erano le 7.00. Chiuse la macchina e si diresse verso la Casa Famiglia in cui lavorava da oltre 5 anni. Ogni martedì, mercoledì e venerdì andava a visitare i bambini che vi vivevano, li faceva parlare, li somministrava le terapie e li ascoltava. Martina, Tommaso, Angelica, Marco, Federico e Sara. Troppo piccoli per il dolore che avevano conosciuto; troppo piccoli per aver già conosciuto l’abbandono, la rabbia e l’incapacità dei loro genitori. Con un bisogno di amore infinito da cui scappavano. All’interno della Casa Famiglia avevano ritrovato una piccola parte di serenità, qualche punto fermo, ma c’era ancora tanto lavoro da fare.

Aprì la porta del suo ufficio, ma prima, si diresse verso la cucina per bere un po’ d’acqua. E lo vide.

Accovacciato sulla base di marmo in parte al lavello stava un gatto rosso. Un gattone, a dire il vero.

«Eccoti qua, finalmente ti vedo!» disse Il dottor Federici. Allungò la mano verso il muso di Arturo e lui lo annusò. Tutto ok. Lo guardò con la calma rilassante dei suoi occhi verdi.

Per mesi, il dottor Federici aveva finto di non vedere quella palla rossa che veniva nascosta in sua presenza, sia dai bambini –  Martina lo copriva sempre con il suo maglione, una sorta di coperta di Linus, e regolarmente lasciava fuori la coda – sia  dagli educatori, che cercavano di distrarlo, quando lui sfrecciava nel  corridoio.

Aveva finto di non vedere Anita, la cuoca che si occupava del pranzo e delle cene dei bimbi, che al suo arrivo, faceva sparire maldestramente, piattini colmi di cibo.

Non aveva detto niente, perché aveva notato il cambiamento nei suoi bambini; erano più allegri, e sereni. Martina aveva perso quell’aria smarrita, e Tommaso, incredibile, si lasciava toccare dagli altri bambini, proprio lui, che da sempre, era terrorizzato dal contatto con altre persone.

«Anche tu sei un po’ cambiato» disse Il dottor Federici ad Arturo. «Mi sembra che tu abbia messo su qualche chilo… mi sa che ti piace la nostra cucina». Lo grattò fra le orecchie, una coccola che Arturo adorava.

«Ok! Ora posso darti ufficialmente il benvenuto nello staff, micione, te lo sei guadagnato».

Arturo si girò sulla schiena, mostrando la pancia per farsi coccolare. Un gesto di grande fiducia. Era a casa.

gatto rosso muso

Dedicato al mio gattone rosso Arturo. Sei sempre nel mio cuore. Maria

Disegni di Chiara

 

Il fascino di una vecchia giostra

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Girando per le città, può capitare di trovare nelle piazze delle piccole giostre; non parlo dei luna park con le loro luci scintillianti, no, ma una piccola giostrina con al massimo le sagome di 5 animali che girano in tondo;  magari ancora chiusa con il suo tendone a righe rosse, silenziosa e in attesa.

Guardatela con attenzione perchè si possono trovare dei piccoli tesori, come questo: una giostra che risale al 1924, con bellissimi disegni, posti sulla parte anteriore, che ritraggono le fiabe più famose: Cappuccetto Rosso, Biancaneve e la principessa che incontra il suo principe ranocchio.

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Difficile non subirne il fascino!

 

Ti regalo una storia. Terra Nova

C’era una volta un mondo chiamato terra, talmente sovraffollato ed inquinato da far sì che il Consiglio dei grandi Saggi decise che una parte della popolazione trasmigrasse su un pianeta, per colonizzarlo e creare una terra 2.

Alina rimase come sempre stupita nel sentire, di nuovo, il racconto che spiegava perché si trovasse lì, nell’astronave Madre: «Siamo in 123 bambini!». Disse Giorgio. «Siamo i nuovi pionieri», controbatté Lietta. Alina, sospirò e col nasino all’insù guardò verso la grandissima cupola di cristallo che la sovrastava: la meraviglia della costellazione di Orione era dinanzi a lei; un turbinio di stelle e pianeti che sembravano danzare in un profondo mare di velluto blu.  «Guarda Giorgio, osserva Lietta… ci stiamo avvicinando a casa!». I bimbi risero e, come erano soliti fare, la ignorarono; per loro era solo una piccola bimba che possedeva troppa fantasia; loro si sentivano dei piccoli geni ipertecnologici. Come darle credito e fiducia, visto che dalla antica terra, si era portata solo una manciata di semini inutili? Quel viaggio per Alina era stato solo triste; non riusciva a stringere amicizia con i suoi compagni. “Amo i fiori, il sole e le stelle, perché mi considerano così primitiva?” Pensò Alina. Non vi erano risposte, quindi restò lì immersa nella visione dell’universo danzante, brulicante di scintillii stellari. Ogni tanto posava lo sguardo sul tavolo di acciaio lucidissimo, dove tutti i suoi compagni si dilettavano con pc positronici, esercizi di fisica quantistica ed altri marchingegni che per lei erano solo un insieme di un magico intruglio matematico. Così passarono i giorni e finalmente… eccolo lì il suo nuovo mondo: giallo, brullo; colline spoglie sferzate da venti tiepidi, ma meraviglie delle meraviglie, ruscelli di acqua limpida e splendidi pesci dorati che giocavano fra le onde: Terra Nova era la sua nuova casa.  Sempre più sola ed isolata in questa sua nuova vita, osservava i suoi compagni sempre più immersi nei loro giochi algebrici, tutti intenti a creare dalla nuda terra nuovi cibi sintetici. «Alina, dai, guarda le stelle, stupida bambina, perché quelle ti nutriranno». Tutti ridevano e lei era sempre più triste.

bambina terra nova

“Ok, niente amici, allora, saranno i pesciolini i miei amici”. Pensò contenta, e si mise in riva al ruscello ad osservare i loro salti di gioia nel vederla arrivare. Fu così che per premiarli gettò loro i semini per nutrirli ma nel farlo, le acque del ruscello all’improvviso sussultarono, e come per magia depositarono i semi sulla riva. Alina, all’improvviso si rese conto che i semini fremevano leggermente, ed ecco all’improvviso una foglia e poi un’altra, uno stelo d’erba, una timida margherita spuntava ed ancora e ancora… In men che non si dica ciliegi, albicocchi, olivi, querce, cipressi e castagni, prati sterminati di fiori, campi di grano, ricoprivano ogni anfratto; i girasoli diventavano immense distese di colori. Terra Nova era un brulichio di vita e di profumi. Fu allora che Alina si girò verso il campo base: tutti i suoi compagni erano lì fuori, lo sguardo attonito e la bocca spalancata al cospetto di tanta bellezza. Alina sorrise, e tese le mani verso il cielo, e con tutta la voce che aveva urlò: «ora sì che possiamo giocare!». A quel punto, tutti le andarono incontro sorridendo e piangendo per la gioia di aver capito finalmente l’essenza della vita. Da quel giorno, la felicità scese su Terra Nova, ed è tuttora il pianeta più bello dell’universo.

Morale: PC, Tablet, ecc., sono solo strumenti per aiutare la mente; stelle e fiori sono l’essenziale per nutrire anima e la fantasia.

Scritta e disegnata da Elisabetta.

Ti regalo una storia. Cappuccetto Rosso e il Lupo

Ogni mattina la mamma preparava il cestino, abbracciava la bimba e le faceva le solite raccomandazioni: «mi raccomando piccola, fai solo il sentiero e non uscirne, non guardarti in giro, per favore, e non fermarti a raccogliere i fiori o a giocare con gli scoiattoli. Bacia la nonna e raccomandati che beva tutto il brodo». Quando la bambina si stava già incamminando sul sentiero, arrivava l’ultima… la più importante. «Torna a casa prima del buio, e attenta!».

La mamma diceva sempre quell’ultima parola con una tono diverso dal solito. Una sola parola che diceva tutto, una sola parola che era l’essenza di una paura atavica e senza rimedio. E ogni volta la bambina provava un brivido incontrollato.

Anche quella mattina, come ogni mattina, la nostra bimba si incamminò sul sentiero di ginestre e rampicanti rosso-gialli; il cestino carico di cose buone per le nonna, e già lo sguardo distratto dagli scoiattoli che si rincorrevano fra le umide felci. La giornata era bellissima, una perfetta mattina di settembre; il sole alto nel cielo, azzurro e senza nubi. Gli uccellini cinguettavano e le api avevano già iniziato il loro laborioso viaggio tra un fiore ed un altro. Il sentiero sterrato si apriva su una natura rigogliosa e forte che ancora non cedeva alle prime avvisaglie autunnali, anzi sembrava ancora estate piena.

Troppe cose da vedere… La bambina si fermò sul sentiero, si sfilò il cappuccio e cominciò a correre fuori dal sentiero, saltando le grosse radici dei castagni e qualche vecchio tronco caduto.  Ad un certo punto il bosco si apriva su una pianeggiante radura che si affacciava su un piccolo lago, freschissimo, calmo e così invitante! Si sedette subito in riva al lago, in un tratto di terreno scosceso che scivolava pigramente nell’acqua, si sfilò le scarpe facendole volare, una, su una macchia azzurra di piccoli fiori, e l’altra, quasi centrò in pieno un grosso e indaffarato scarabeo dalla grossa corazza verde scintillante.

Con i piedini a mollo nell’acqua cominciò a rilassarsi, le mani incrociate dietro la testa e gli occhi chiusi, quasi si appisolò, cullata dai rumori rassicuranti dalla natura; il fremito delle foglie mosse dal leggero vento, il ronzare incessante degli insetti e l’armonioso cinguettare degli uccelli.

Si stava quasi addormentando, addormentando davvero, quando improvvisamente: nessun rumore, un silenzio totale e gelido. Il bosco si era come… fermato. La bimba smise quasi di respirare, senza aprire gli occhi, e per questo non vide, nell’ombra di un grosso cespuglio di more, i due occhi, due ardenti e terribili bracieri, che la stavano guardando.

Ma li sentì, come un alito di freddo gelido…

La bimba si mise seduta, ora sorridente, quasi impaziente. Improvvisamente il grosso e bellissimo esemplare di giovane lupo saltò fuori dai rami intricati del cespuglio, maestoso nella sua forza, potente nella sua giovinezza, ma con già negli occhi, la conoscenza e l’esperienza di vite passate. Era un cacciatore, e un vero guerriero, e suo padre lo era stato prima di lui; gli aveva insegnato a non avere mai paura, a non avere mai pietà.

Il Lupo annusò l’aria con un fremito delle grosse narici, i denti enormi e affilati, bene in vista, ascoltando. Poi si quietò, si avvicinò alla bimba e piegandosi, appoggiò la sua grossa testa sulle sue ginocchia, e con un dolcezza inaspettata le leccò la mano.

Lei e il lupo erano inseparabili.

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Disegno di Rossana Bossù –  Illustrator – http://www.rossanabossu.blogspot.it/

Fiabe antiche – La Gattina Bianca

 

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Adoro vagare nei mercatini dell’antiquariato e vintage; hanno sempre il sapore della riscoperta di valori  e piccoli tesori antichi, che fortunatamente vengono salvati dall’oblio della memoria. Io prediligo i libri, e mi piace sfogliarli, sentire la loro energia, e immaginarmi le vite dei loro precedenti proprietari.

Così ho trovato: La Gattina Bianca scritto da Marie-Catherine D’Aulnoy, un delizioso libro di fiabe che risale intorno al 1940, in buone condizioni e con bellissimi disegni.

 

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Marie-Catherine, baronessa e scrittrice, nata in Francia nel 1650, andò sposa a 16 anni di un uomo di almeno quarant’anni più vecchio di lei, dal quale ebbe cinque figli; lo odiava e, a quei tempi non esisteva il divorzio, cercò di liberarsene accusandolo di crimini contro Sua Maestà. Fu poi costretta alla fuga e andò in Inghilterra. Descritta come una donna molto bella e briosa, fra un’avventura rocambolesca e l’altra, aprì un circolo letterario e scrisse racconti e poi fiabe –  la prima pubblicata in Francia  fu l’Ile de la Felicitè –  rivolte però ad un pubblico adulto.

La gattina bianca narra la storia di un giovane, che ha due fratelli, e il cui padre, il re, che deve abdicare al proprio ruolo,  vuole lasciarlo al figlio che gli porterà le cose più preziose e rare. Il giovane vagando per il mondo incontrerà il magnifico castello dove vive la bellissima gattina bianca, che lo aiuterà, e poi si rivelerà una bellissima fanciulla, che una strega cattiva aveva trasformato in un gatto.

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“E vissero cento anni d’amore e d’accordo: e sulle loro tombe vollero che figurasse il musino di un leggiadro micio, in memoria del loro caro passato”

Leggiamo una fiaba?

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La vita frenetica di oggi non ci concede troppi spazi; siamo sempre di corsa, indaffarati, e abbiamo sempre poco tempo da dedicare a noi stessi e alla nostra famiglia. Da quanto tempo non leggete una fiaba al vostro bambino? E da quanto tempo non ne leggete una, solo per voi, ormai adulti e pieni di responsabilità e preoccupazioni?

Guido Petter, psicologo dell’età evolutiva e psicopedagogista, ha scritto che le fiabe sono un elemento fondamentale nel processo di crescita del bambino, e raccontare le fiabe ai nostri piccoli, dovrebbe essere obbligatorio per i genitori, per gli insegnanti e per tutti coloro che si occupano dell’educazione dei bambini.

L’atto di leggere una fiaba, oltre ad essere un momento fondamentale di amore, di vicinanza e di condivisone, lo aiuta a crescere, perché il bambino impara ad affrontare i temi negativi e le situazioni spiacevoli, come la paura, la morte e l’abbandono: Pollicino si perde nel bosco, ma poi viene ritrovato, e Biancaneve muore avvelenata dall’orribile strega ma poi arriva il principe e la salva con un bacio. I personaggi negativi sono indispensabili perché il bambino, attraverso la loro rappresentazione impara a distinguere il male dal bene, e può affrontare le proprie ansie, rivivendole e drammatizzandole, in una situazione emotivamente controllata, perché protetto dall’adulto.

Il cattivo viene sempre sconfitto, e il messaggio positivo aiuta il bambino ad avere fiducia in sé stesso, e ad imparare che le difficoltà possono essere superate! Inoltre, identificandosi nel protagonista, gli si affeziona e ne vive le emozioni, e questo è importantissimo per il suo sviluppo emotivo ed affettivo; e per quello sociale e morale, perché impara a riconoscere le modalità relazionali positive, come l’altruismo e il coraggio, da quelle negative, come la gelosia, l’inganno e l’invidia, e impara a conoscerne le conseguenze.

Il grandissimo valore pedagogico delle fiabe è utile anche per noi adulti, e sempre più spesso, sono utilizzate anche in contesti formativi per aziende, proprio per i messaggi di crescita e costruzione personale impliciti in ogni storia.

Leggere le fiabe ha un bellissimo effetto terapeutico di catarsi interiore, e dà la possibilità di sognare, per piccoli e grandi, e di concedersi piccoli spazi di tempo preziosi, perché il loro linguaggio arriva a toccare il nostro IO bambino, che spesso noi adulti dimentichiamo!

Volete provarci?