Ti regalo una storia. Arturo

gatto rosso

Era stata una giornata lenta, con il tipico sole pallido di fine settembre. Il tardo pomeriggio portava sempre un vento caldo e appiccicoso. Strano, aveva fatto un tempo orribile tutta l’estate; aveva piovuto un sacco. Non era stato facile stare molto all’asciutto. L’erba del grande campo, dove andava spesso a cacciare, rimaneva bagnata per giorni e spesso aveva dovuto dormire sotto qualche macchina parcheggiata, e credetemi, non è il massimo. Si stirò, piegando il corpo in avanti, con eleganza, tirando le zampette anteriori e poi stirò quelle posteriori. A lungo. Poi si guardò intorno. Era ora di mangiare. Hm… avrebbe dovuto aspettare ancora un po’ per cacciare i topolini di campagna, che arrivavano nel campo solo quando faceva buio. Si incamminò pigramente verso la strada. Il portamento di un guerriero, fiero, ma con qualche ferita di troppo, il pelo rosso un po’ sciupato – insomma dormire per strada non permetteva spazio alla pulizia – un gattone con pazienti occhi verdi che aveva visto tante cose, e non tutte piacevoli.

Si chiamava Arturo, ma in realtà lui non lo sapeva, aveva 5 anni e un ricordo lontano di una casa. Proprio cosi, anche lui aveva avuto una casa, con un giardino, una famiglia con due piccole umani che lo coccolavano e, a volte, lo disturbavano e lui era costretto a scappare sul grosso melo del giardino. Con i suoi occhioni verdi guardava il suo piccolo mondo da lassù. Ogni tanto andava in giro ad esplorare la vita fuori dal giardino e qualche volte si era azzuffato con lo stupido gatto nero che abitava nella casa di fronte.

Lui era più forte. La pappa era regolare e abbondante. Insomma, era felice.

Poi, un giorno, era successo. Per giorni c’era stata tanta gente in casa che andava e veniva, e lui, come tutti i gatti, abitudinario e poco incline al chiasso, stava rintanato tutto il giorno sul melo a guardare tranquillo tutto quel traffico. Poi era tornato tutto silenzioso. Anche troppo. La casa era vuota. Altre volte era successo che la sua famiglia di umani andasse via per qualche giorno, ma tornavano presto e, soprattutto, lasciavano la pappa per lui sotto il portico dell’ingresso. Arturo aspettò per qualche giorno e poi capì che era rimasto solo. Loro se n’erano andati via.

Arturo si era sentito molto triste. Nel mondo dei gatti questo non sarebbe successo. Ed ora? Cosa avrebbe fatto?

Dopo qualche giorno erano arrivate delle persone nuove a visitare la casa. Arturo, che stava morendo di fame, era sceso dal suo albero e si era avvicinato alla femmina umana, ancheggiando ed emettendo le sue fusa migliori. La donna non si era accorto di lui, fino a quando aveva sentito qualcosa di peloso che le si strofinava fra le gambe e, abbassando lo sguardo, aveva visto quel gattone sporco.

Con un gesto della gamba l’aveva allontanato in malo modo. «Via gattaccio sporco! Io non voglio animali qui, via pssss! Pussa via».

Arturo non era mai stato trattato cosi. Si era spaventato tantissimo ed era scappato nuovamente sul suo albero, e vi era rimasto per tutto il giorno fino a che la donna, con cattiveria, era arrivata con la sua scopa per farlo scappare

«Via gattaccio, via di qui. Non ci devi proprio stare qui! Viaaaa».

Arturo era scappato fuori dal giardino, cacciato da quella che era stata la sua casa. Quel giorno, aveva imparato cose nuove. La prima, è che se sei triste, senti qualcosa di strano allo stomaco, come un nodo. La seconda, era che gli umani quando sono cattivi hanno un odore particolare. L’odore che aveva quella donna.

Un odore che purtroppo avrebbe sentito spesso nei mesi successivi. L’aveva sentito nei tre ragazzi che aveva tentato di usarlo come bersaglio per le loro fionde.  Il primo colpo l’aveva preso di striscio sul fianco e aveva fatto un salto per il dolore. Aveva sentito l’urlo vittorioso dei tre stupidi umani, e il loro cattivo odore gli era rimasto addosso per giorni.

Aveva incontrato altri umani dopo quel giorno, lui sempre più diffidente, e loro sempre poco gentili. Una volta una vecchina, gli aveva dato un po’ da mangiare, incurante del suo aspetto trasandato, e aveva cercato di fargli una carezza, e lui, che aveva sentito il suo odore diverso, l’aveva lasciata fare. Era stato bello sentire quei grattini fra le orecchie. Ma poi, la vecchina era andata via e non era più tornata. Gli aveva fatto ricordare cos’erano le coccole, ed era un ricordo doloroso perché era qualcosa che aveva perso. Così aveva deciso che non avrebbe più voluto ricordare. Andava in giro, cercando cibo in giro, nell’immondizia o nei campi, e vivendo alla giornata.

Stava alla larga dagli umani. A volte sentiva ancora quel nodo allo stomaco e guardava lontano con i suoi occhi verdi.

Era arrivato in quel grande campo da qualche giorno, ed era un buon posto perché c’erano un sacco di topolini da cacciare. Aveva appena fatto un riposino, e ora era indeciso sul da farsi. Quasi quasi poteva farsi ancora un sonnellino. Troppo tardi sentì l’ansimare dei cani che stavano correndo verso di lui. Due bestie nervose che lo stavano puntando, e dietro, gli stupidi umani con i loro fucili. Arturo ne aveva visti altri.  Conosceva il loro odore.

Ariaa!!! Corse con tutto le forze verso l’unica possibilità di salvezza: un grosso muro grigio che dava su un giardino. Non ci pensò un attimo. Un grosso balzo e fu dall’altre parte. Il cuore in gola. Sfinito. Dietro il muro, i 2 cani continuavano a correre intorno inutilmente, annusando il suo odore.  Arturo fece un sospirone e si guardò intorno. Si trovava in un bellissimo giardino, pieno di piante su cui poter scappare, e una casa con tante finestre. Non vedeva umani, e decise di restare un po’ lontano a studiare la situazione. Si concesse un pisolino. Quando si risvegliò due occhioni lo fissavano con attenzione. Una piccola umana stava accovacciata davanti a lui. Arturo diffidente, come al solito, si preparò alla fuga, ma poi senti il suo odore diverso da tutti: era un odore buono, che si mischiava all’odore della paura e del dolore. Arturo aveva conosciuto entrambi. La bambina gli tendeva la mano. «Micio, ciao micio vieni, non ti faccio del male».

Arturo si avvicinò e annusò ancora l’aria per sicurezza, e poi decise che andava tutto bene, quella piccola umana gli piaceva. Strofinò il muso sul mano della bimba e cominciò ad emettere della sonore fusa

La bambina rise estasiata. «Povero micio, sei un po’ malridotto», lo accarezzò e poi fece una cosa che Arturo non si sarebbe mai aspettato: lo prese in braccio. Il suo primo istinto fu quello di divincolarsi, ma poi la bimba lo strinse a sé, e Arturo sentì il suo cuore che batteva forte, e quell’abbraccio fece battere forte il cuore anche a lui.

La bimba si diresse verso la casa.  Arturo non sapeva bene cosa aspettarsi. Entrarono in casa, e arrivarono altri 5 piccoli umani. Anche il loro odore era buono e diverso, misto a quello della sofferenza. Uno di loro soprattutto. Gli si fecero tutti intorno e cominciarono a coccolarlo. Arturo non aveva mai fatto così tante fusa…  Quel giorno mangiò un sacco. E la sera, quando ormai faceva buio, invece di mandarlo via la bambina con gli occhi grandi lo prese in braccio, nascondendolo sotto un maglione, e se lo portò nel lettino con sé.  Arturo si accoccolò sotto le coperte accanto alla pancia della bimba e si addormentò in un attimo.

Così, iniziò la sua nuova vita in quella casa. Arturo aveva capito che quella non era un famiglia normale. C’erano i bambini, c’era un’umana grossa con un adorabile odore di cibo, che stava sempre in cucina e gli dava sempre delle buone cose da mangiare, e c’erano alcune persone che andavano e venivano. Si era adattato subito. I bambini facevano a gara per coccolarlo e farlo giocare, e Arturo stava dimenticando i tempi in cui era stato solo e triste. Questa era una bella vita. Ogni sera, le finestre della camere, in qualche modo, rimanevano sempre aperte, e lui sgattaiolava nel letto della bambina, che in silenzio, lo faceva acciambellare sotto le coperte. A volte, però, andava da uno dei bambini, quello che non giocava e non parlava con nessuno. Entrava nella sua cameretta e, quando lo vedeva ancora sveglio e annusava la sua ansia, gli si acciambellava sulla pancia e lo faceva addormentare con il rumore regolare delle sue fusa.

Arturo era contento. Gli piaceva stare con loro. Sentiva sempre di più il loro odore buono, e non era più tanto strano ora.

Il dottor Federici parcheggiò l’auto nel portico, vicino al giardino. Erano le 7.00. Chiuse la macchina e si diresse verso la Casa Famiglia in cui lavorava da oltre 5 anni. Ogni martedì, mercoledì e venerdì andava a visitare i bambini che vi vivevano, li faceva parlare, li somministrava le terapie e li ascoltava. Martina, Tommaso, Angelica, Marco, Federico e Sara. Troppo piccoli per il dolore che avevano conosciuto; troppo piccoli per aver già conosciuto l’abbandono, la rabbia e l’incapacità dei loro genitori. Con un bisogno di amore infinito da cui scappavano. All’interno della Casa Famiglia avevano ritrovato una piccola parte di serenità, qualche punto fermo, ma c’era ancora tanto lavoro da fare.

Aprì la porta del suo ufficio, ma prima, si diresse verso la cucina per bere un po’ d’acqua. E lo vide.

Accovacciato sulla base di marmo in parte al lavello stava un gatto rosso. Un gattone, a dire il vero.

«Eccoti qua, finalmente ti vedo!» disse Il dottor Federici. Allungò la mano verso il muso di Arturo e lui lo annusò. Tutto ok. Lo guardò con la calma rilassante dei suoi occhi verdi.

Per mesi, il dottor Federici aveva finto di non vedere quella palla rossa che veniva nascosta in sua presenza, sia dai bambini –  Martina lo copriva sempre con il suo maglione, una sorta di coperta di Linus, e regolarmente lasciava fuori la coda – sia  dagli educatori, che cercavano di distrarlo, quando lui sfrecciava nel  corridoio.

Aveva finto di non vedere Anita, la cuoca che si occupava del pranzo e delle cene dei bimbi, che al suo arrivo, faceva sparire maldestramente, piattini colmi di cibo.

Non aveva detto niente, perché aveva notato il cambiamento nei suoi bambini; erano più allegri, e sereni. Martina aveva perso quell’aria smarrita, e Tommaso, incredibile, si lasciava toccare dagli altri bambini, proprio lui, che da sempre, era terrorizzato dal contatto con altre persone.

«Anche tu sei un po’ cambiato» disse Il dottor Federici ad Arturo. «Mi sembra che tu abbia messo su qualche chilo… mi sa che ti piace la nostra cucina». Lo grattò fra le orecchie, una coccola che Arturo adorava.

«Ok! Ora posso darti ufficialmente il benvenuto nello staff, micione, te lo sei guadagnato».

Arturo si girò sulla schiena, mostrando la pancia per farsi coccolare. Un gesto di grande fiducia. Era a casa.

gatto rosso muso

Dedicato al mio gattone rosso Arturo. Sei sempre nel mio cuore. Maria

Disegni di Chiara

 

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