Buon anno di fiabe

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Vi auguriamo un anno di fiabe…

Buon 2017!

 

Babbo Natale

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Illustrator Patrizia kovacs –  giornalino Arcobaleno Edit Fiume

28° giorno di Avvento

-Nonna, dove abita Babbo Natale?- chiese la piccola Gemma.

-Oh, a dire il vero nessuno lo sa; ma vi posso dire che Babbo Natale abita in una casetta  in mezzo al bosco, che da fuori sempre piccola e diroccata, ma dentro… ohh è una magnifica casetta con grandi stanze tutte illuminate e piene di giochi perchè il Babbo prepara i regali per ogni bambino.-

-E fa tutto da solo?- chiese Keil incantato.

-Babbo natale vive con gli elfi silvani, che lo aiutano a preparare i giocattoli. A volte qualche elfo fa un sacco di chiasso – gli elfi sono molto biricchini – e Babbo Natale gli tira la punta del loro cappellino rosso, mentre Elfa Martina – lo sapete no, che è la moglie di Babbo Natale – prepara del buon the per tutti, con scorza di arancia e cannella profumata-

-Voglio vedere la casa di Babbo Natale! – disse Gemma battendo le manine.

–  Babbo Natale porta i regali a tutti i bambini, proprio tutti? – chiese Keil che sapeva essere più pratico.

-Certo –  rispose la nonna -ad ogni bambino di tutto il mondo, di paesi tanto lontani da qui, dove a volte non ci sono solo boschi e quiete come da noi, ma gli uomini fanno le guerre e lottano fra di loro, o dove non c’è abbastanza cibo e dove ci sono malattie. Babbo Natale arriva ovunque e non manca nessun appuntamento con ogni bambino perchè nessun  bambino  deve perdere la magia dei sogni. Questo è il suo dono più grande.-

-Nonna, il mondo è brutto? – chiese Keil serio.

-a volte sì, ma il nostro mondo può essere meraviglioso; sta a noi farlo diventare migliore- rispose la nonna carezzandogli il viso.

 

 

-Nonna, facciamo i biscotti per gli elfi e il Babbo? saranno molto stanchi quando passeranno da noi- disse la piccola Gemma che si preoccupava sempre per tutti.

Così, mentre iniziava a nevicare, la nonna e Gemma preparavano l’ impasto per i biscotti, e Keil andò alla finestra e guardò fuori; oltre il giardino, oltre gli alti pini secolari , oltre il loro villaggio e più lontano ancora, in posti che non conosceva, e desiderò diventare grande.

Il pastore

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Illustrator Patrizia Kovacs

Il pastore si alzò da terra con un sospiro: era ora di andare, cominciava a fare buio e faceva molto freddo. Doveva riportare le sue pecore nella stalla, e poi avrebbe mangiato una zuppa calda, si sarebbe scaldato un po’ al fuoco e poi, come al solito, si sarebbe appisolato sulla scomoda poltrona di tessuto rovinato.

Ogni giorno passava così e a dire il vero lui non chiedeva altro. Nemmeno sapeva che c’era dell’altro; non aveva voluto moglie per non affrontare l’amore, non aveva mai desiderato figli per non vedere disilluse le sue aspettative. Aveva le sue pecore, e loro erano sempre le stesse. Facevano sempre le stesse cose; era rassicurante.

Ma quel giorno qualcosa cambiò: il pastore contò le sue pecore e si accorse che ne mancava una, la più piccola, e si rese conto in quel momento, la sua preferita, forse perché quando voleva un po? di cibo, si avvicinava a lui piano e spingeva, con delicatezza, il muso sul suo braccio.

Si guardò intorno e non vide niente, anche perché era sempre più buio. Con un nuova pena nel cuore decise di andare a cercarla, e chiamando a sé le altre pecore, si incamminò verso la collina da dove stava spuntando una pallida luna. La sera era gelida e il cielo era terso, e il pastore per la prima volta si fermò a guardare lo spicchio di luna che sembrava andargli incontro. Che spettacolo pensò suo malgrado. Si fermò e guardando  in alto, si rese conto delle stelle e fu invaso dall’immensità del cielo; per un attimo gli mancò il respiro.

Si sentì piccolo, di fronte a quell’immensità e nello stesso tempo si sentì di farne parte.

Sentì un nodo allo stomaco, e nemmeno si accorse delle lacrime che cominciavano a rigargli il viso segnato dal tempo.

-Perché era triste, nonna?- volle sapere la piccola Gemma.

-Non era triste a dire il vero- rispose la nonna – era felice, per la prima volta in vita sua, era felice.

Si sedette per terra, sull’erba fredda, circondato dalle sue pecore che lo scaldavano con il loro fiato caldo.

Restò a lungo seduto per terra, facendosi tutte le domande che non si era mai fatto, e desiderando tutto quello che non aveva mai desiderato, piangendo tutte le lacrime che non aveva mai pianto. Si mosse solo quando sentì belare la sua pecorella smarrita e la trovò incastrata in in grosso cespuglio di more. Con delicatezza la liberò dai rami e la strinse a sé,  come avrebbe fatto con un figlio, e tornò a casa, camminando piano, sentendosi vivo, mentre la luna, complice, gli illuminava la strada.