Quando una fiaba diventa radice…

“Grazie ancora per ciò che hai realizzato, sarà una storia indelebile e permanente ❤️” E.

Una nuova fiaba è stata consegnata.
Non è solo una storia, ma una traccia lasciata nel tempo.
Una fiaba scritta su misura, nata dall’ascolto profondo,
dove ogni parola trova il suo posto come una foglia nel bosco.

Ha portato con sé un messaggio prezioso,
profumato di verde, di radici, di verità gentili.
Quelle verità che non spiegano, ma accompagnano.
Che non insegnano, ma ricordano.

Le fiabe personalizzate non finiscono con l’ultima pagina.
Restano.
Crescono insieme a chi le riceve.
Diventano rifugio, forza, memoria viva.

E ogni volta che vengono riaperte,
il bosco è ancora lì.
Ad aspettare.

Se senti che anche tu, o qualcuno che ami,
avete una storia che chiede di essere ascoltata e raccontata,
scrivimi.

Le fiabe personalizzate non si inventano:
si ascoltano, si raccolgono,
e diventano parole che accompagnano nel tempo.

Il bosco è sempre pronto ad aprirsi,
quando qualcuno è pronto a entrare. 🌿

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Nuovi luminosi giorni

Capodanno non è solo il passaggio di un tempo.

È una soglia.

Una soglia in cui l’anima può scegliere da che parte guardare

e con quale intenzione camminare.

In un mondo che chiede velocità, possesso e controllo,

gli Animali continuano a insegnarci il linguaggio del rispetto.

La Terra continua a sostenerci,

anche quando dimentichiamo di ascoltarla.

Madre Terra non è qualcosa da usare.

È una presenza viva.

È casa.

È grembo.

Il cambiamento che invochiamo non nasce fuori,

ma dentro lo sguardo con cui attraversiamo il mondo.

Nasce quando smettiamo di separarci

e ricordiamo che ogni forma di vita

è parte dello stesso respiro.

Questa notte non chiediamo solo un anno migliore.

Scegliamo di diventare custodi,

non padroni.

Alleati,

non dominatori.

Che il nuovo tempo ci trovi più presenti,

più responsabili,

più capaci di onorare la vita

in tutte le sue forme.

Il cambiamento comincia quando ricordiamo chi siamo e a chi apparteniamo.

“Onorando ogni forma di vita,

ricordiamo il linguaggio antico dell’Anima.”

Vi auguriamo nuovi luminosi giorni ❤

La Luce di Yule: Trasformazione attraverso il Buio

Oggi è il primo giorno di Inverno che coincide con il primo giorno di Yule , la festa del Solstizio d’Inverno, il momento dell’anno in cui la notte è più lunga e il giorno più breve.

È il punto di massimo buio… e proprio per questo il punto in cui la luce ricomincia a tornare.

Da Yule in poi, anche se quasi impercettibilmente, le giornate iniziano ad allungarsi.

Un tempo nuovo di silenzio, interiorità, riposo. Preparazione. La natura non chiede di fare, chiede di stare.

Yule non celebra la luce che splende, ma la luce che nasce nel buio e ci ricorda che la Luce non arriva quando tutto è risolto. Arriva quando il buio è stato attraversato, onorato, abitato.

Nel giorno della notte più lunga non celebriamo la fine dell’oscurità,
ma la sua trasformazione.
Celebriamo il momento in cui la vita, silenziosamente, decide di continuare.

La Luce che ritorna non è improvvisa né fragorosa.
È un sussurro.
Un seme.
Una promessa fragile e potentissima allo stesso tempo.

Yule ci invita a rallentare, a deporre le armature, a riconoscere che anche ciò che è stato difficile ha avuto un senso nel nostro cammino.

Gli Animali conoscono Yule da sempre: rallentano, risparmiano energie, si ritirano. Ascoltano. Non oppongono resistenza al buio. Lo attraversano.

Per questo Yule è anche un tempo di: rispetto dei ritmi, quiete condivisa, presenza senza richiesta.

In questo passaggio non ci viene chiesto di essere forti, ma veri.
Di accogliere ciò che siamo diventati e di affidarci al nuovo ciclo con fiducia.

La Luce ritorna.
E con lei, la possibilità di rinascere,
non come eravamo prima,
ma come siamo pronti ad essere ora.

Buon Yule…

Storia di un Porro e di una Farfalla, una fiaba contro la violenza di genere

Una fiaba contro la violenza di genere

Una fiaba per bambini.
Una verità per gli adulti.
Un messaggio per tutti.

Un Porro e una Farfalla si incontrano, si scelgono, si amano…
Finché il Porro confonde l’amore con il possesso.
La forza con il controllo.
La paura con la gelosia.

E la Farfalla, che era nata per volare, perde i suoi colori e le sue ali.
Proprio come accade nella vita reale, quando chi dice di amare… ferisce.
Quando il controllo si traveste da amore.
Quando la libertà dell’altro diventa una “minaccia”.

È una fiaba che parla ai bambini —
per insegnare loro che l’amore non fa mai male.
Che il rispetto è la prima forma di cura.
Che nessuno deve perdere le proprie ali per stare accanto a qualcuno.

Ed è una fiaba che parla anche agli adulti —
per ricordare che l’amore vero non imprigiona,
non soffoca, non umilia, non spezza.
L’amore vero custodisce, accoglie e lascia volare.
Sempre.

Perché “l’amore, quello vero, rende liberi e non fa prigionieri”.

Questa storia nasce come seme di consapevolezza,
come abbraccio per chi ha sofferto
e come protezione per chi crescerà domani.

🌹 25 novembre – Giornata contro la violenza sulle donne
Dedico questa fiaba alle Farfalle che hanno perso le ali
e a quelle che le stanno ritrovando.
E ai Porri che stanno imparando a riconoscere la differenza
tra amare e possedere.

Questa piccola fiabe ha già parlato in molte scuole, ai più piccoli e ai più grandi. E’ stata raccontata in teatro dall’associazione donn.e – una bellissima installazione – in tanti video, e ha portato il suo importante messaggio di cambiamento. Di nuovo rispetto. Di vero amore.

Ma il suo Viaggio non è ancora finito, e di strada c’è n’è ancora tanta da fare…

Con i disegni della mia preziosa e insostituibile Rita Angelelli bravissima grafica editoriale, amica e sorella di anima.

Se vuoi leggerla, se vuoi donarla, se vuoi raccontarla… la trovi qui

Storia di un Porro e di una Farfalla, su amazon

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Storia di un Porro e di una Farfalla su ilmiolibro

Il Ruolo degli Adulti nel Dialogo AI-Bambini

I bambini parlano con l’intelligenza artificiale.

Lo leggiamo ovunque. Ed è sempre accompagnato da toni allarmati:
“Si stanno affidando a un computer!”
“Non sanno più parlare con gli adulti!”
“L’AI rovinerà l’infanzia!”

Ma forse stiamo guardando nel posto sbagliato.

Il punto non è che i bambini usano l’intelligenza artificiale per parlare delle loro emozioni.
Il punto è perché ci parlano.

Secondo Common Sense Media, il 72% degli adolescenti ha già utilizzato almeno una volta un “compagno AI”, e oltre il 50% lo fa regolarmente.
📌 Internet Matters segnala che il 23% dei bambini vulnerabili usa chatbot perché «non ha nessun altro con cui parlare».
📌 Uno studio pubblicato su JAMA Network mostra che oltre il 13% dei giovani usa l’AI quando si sente triste, nervoso o arrabbiato.
📌 E l’Università di Cambridge avverte che molti chatbot non specializzati mostrano un “gap di empatia” che i bambini non sono in grado di riconoscere.

Sono dati importanti. Ma ciò che raccontano non è il rapporto tra bambini e tecnologia.
È il rapporto tra bambini e adulti.

Se un bambino di 7, 10 o 12 anni cerca conforto, ascolto, rassicurazione o semplicemente uno spazio sicuro in un sistema informatico… significa che non riesce a trovarlo negli esseri umani attorno a lui.

Non è una colpa.
È un segnale.

🧩 Vuol dire che forse non si sente ascoltato.
🧩 Forse ha paura di essere giudicato.
🧩 Forse sente che gli adulti non hanno tempo.
🧩 Forse non trova le parole, e non trova qualcuno che lo aiuti a trovarle.

E allora chiede a un assistente digitale, perché non interrompe, non alza la voce, non minimizza, non dice “non è niente”, non dà l’impressione di avere fretta.

L’intelligenza artificiale, piaccia o no, sta diventando uno specchio: non dei bambini, ma degli adulti.
Delle nostre mancanze di presenza, di ascolto, di tempo di qualità.
Della nostra difficoltà a dialogare con loro nel loro linguaggio e nei loro ritmi.

Per questo credo che la domanda giusta non sia:
“Come impediamo ai bambini di parlare con l’AI?”
ma:
“Come facciamo in modo che non ne abbiano bisogno?”

Perché quando un bambino sente di avere accanto adulti capaci di ascolto, empatia e disponibilità emotiva…
non va a cercare risposte in un algoritmo.

Viene da noi…

E’ ancora più chiaro quanto sia urgente tornare a costruire relazioni che ascoltano davvero.
La tecnologia non è un nemico: è uno specchio.
E ciò che ci restituisce oggi è il bisogno profondo, nei bambini e negli adulti, di sentirsi visti, compresi e accolti.

Per questo a gennaio partirà un percorso di comunicazione consapevole, pensato per genitori, educatori e professionisti che vogliono recuperare una competenza antica e preziosa:
👉 la capacità di parlare con il cuore, senza perdere chiarezza
👉 la capacità di ascoltare senza giudicare
👉 la capacità di creare legami che fanno sentire “io ci sono”

Un cammino per tornare ad essere gli adulti di cui i bambini hanno davvero bisogno.

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Celebrare Samhain: Onora gli Spiriti e la Natura

Alla vigilia di Novembre i folletti sono particolarmente tristi, perché secondo il vecchio calendario gaelico, questa è la prima notte d’inverno.

In questa notte danzano con gli spettri e il pooka ( spirito animale) si aggira, e le streghe lanciano i loro incantesimi, e le fanciulle imbandiscono una tavola nel nome del diavolo, affinché l’ombra del loro futuro innamorato possa entrare attraverso la finestra ed assaggiare il loro cibo. Fiabe irlandesi – Yates

Questo è il periodo più misterioso di tutto l’anno; fate attenzione nelle lunghe notti nebbiose, odorose e umide;  i piccoli elfi e persino le fate diventano particolarmente dispettosi e non sapete chi potreste incontrare: E se vi sentite chiamare, e siete nel bosco, non prestate attenzione, anche un viso amico potrebbe rivelarsi nella sua forma reale.

Queste sono le notti in cui ogni magia , buona o terribile, si può realizzare…

Gli antichi popoli celti la chiamavano la notte del Samhain che significa rinascita, il seme che si stacca dalla terra per congiungersi alla Madre Terra, la fine di un ciclo vitale. E la natura si prepara a dar vita a una nuove nascita con la preparazione dei nuovi semi a fecondare la Terra. Ogni nuovo ciclo era un momento magico: allora come oggi. È il momento di seminare nuove cose, di scegliere la terra più fertile e liberarla dalle vecchie sterpaglie ormai secche; e il tempo di nutrirle, di averne cura e di lasciare riposare perché possano mettere forti radici e svegliarsi in teneri germogli.

E’ il momento di onorare gli Avi, gli Anziani che vegliano su di noi, e di onorare gli Spiriti Animali che ci camminano accanto. Onorarli e ringraziarli. Possiamo preparare per loro un po’ di frutta, noci, dolci e fiori. Perché siano accolti con dolcezza. E una candela accesa accanto, perché il loro cammino sia avvolto dalla Luce.

È il momento di scegliere cosa lasciare morire per lasciare spazio alla nuova vita…possiamo scrivere su un foglio quello che non ci serve più e mentre lo ringraziamo per i doni che ti ha lasciato, lo bruciamo.

Poi prepariamo i nuovi semi…

Buon Samhain.

Scrittura Creativa e Fiabe: Un Minicorso Gratuito per Te

Come superare il ri-inizio dopo vacanze? Come affrontare il cambiamento in arrivo? Qualche consiglio e un piccolo dono prezioso...
Accetti la sfida?

Le vacanze sono finite, si riprende la solita routine, il lavoro, la scuola. Le mille cose da fare!

A volte può essere stressante. In questo momento ancora di più perché sono giorni di grande cambiamento: stanno arrivando i nuovi giorni del Signor Autunno – il mio preferito e amato- e ogni passaggio di stagione richiede tanta energia per affrontarlo. Ancora di più il nostro corpo chiede riposo e la nostra anima chiede nutrimento. Come superare il trauma da ri-inizio?

Prima di tutto continuiamo a dedicarci alle cose che ci appassionano. Non esiste dire non ho più tempo!

Questo gentile Signore, il Tempo, è molto democratico e uguale per tutti. Gestire il proprio tempo, vuol dire imparare a gestire sé stessi.

E poi?

Leggete, leggete, leggete! Possibilmente Fiabe che sono sagge e messaggere millenarie…

E poi?

Restiamo in sintonia con la Madre Natura e i suoi ritmi: passate le esplosioni luminose tipiche dell’ estate, arriva la quiete pensosa dell’autunno. Seguiamo il consiglio dei Maestri Alberi e lasciamo andare quello che non ci appartiene più: è il momento migliore per liberarsi di oggetti inutili. Di abitudini logoranti. Di credenze limitanti. Di relazioni tossiche. Prepariamo il terreno per una nuova semina…

Occupiamoci delle piccole cose preziose che ci danno gioia, che ci fanno stare bene.

E per finire, noi abbiamo un suggerimento, e ti proponiamo una piccola sfida. Un prezioso regalo per te: ti piace scrivere? Hai una storia dentro il cuore che non trova le parole per essere liberata? O hai solo voglia di mettere alla prova il tuo talento letterario?

La scrittura è una meravigliosa pratica catartica che ci connette al nostro inconscio e fa uscire le parole che nemmeno sappiamo di avere.

Ecco IN REGALO un minicorso di scrittura fiabe che mette in gioco la tua creatività e fantasia.

Cosa fare per averlo: invia una mail con il tuo nome e indirizzo mail, oppure compila il modulo che trovi di seguito indicando la tua mail, ed è fatto!

Riceverai una mail al giorno per una settimana, con esercizi e prove di scrittura.

Accetti la sfida?

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Madre Sambuco

“Può inventarne una” disse il bambino “la mamma dice che tutto quello che lei guarda diventa favola, e che da tutto quello che lei tocca ricava una storia.”
“Sì, ma quelle storie e quelle favole non valgono nulla! No, quelle vere vengono da sole, mi bussano sulla fronte e dicono: Eccomi qui!”
“Non stanno per bussare?” chiese il fanciullo, e la madre rise, mise il tè di sambuco nella teiera e vi versò sopra l’acqua bollente.
“Racconti, racconti!”
“E già, come se le favole venissero spontaneamente, ma queste fanno le preziose, vengono solo quando hanno voglia. Alt!” disse improvvisamente. “Eccone una: stai attento, adesso si trova sulla teiera!”
Il bambino guardò verso la teiera; il coperchio si sollevava sempre più, e i fiori di sambuco uscirono freschi e bianchi, gettarono lunghi e grandi rami, uscirono persino dal becco verso tutti i lati e diventarono sempre più grandi; si era formato un meraviglioso cespuglio di sambuco, un intero albero, che arrivava fino al letto e spostava le tendine di lato; oh, che fiori, che profumo! In mezzo all’albero si trovava una vecchia molto garbata con uno stranissimo vestito addosso: tutto verde, come le foglie dell’albero di sambuco, e ricamato con grandi fiori bianchi di sambuco; al primo momento non si capiva se era stoffa o se era davvero fatto di verde e di fiori.
“Come si chiama quella donna?” chiese il bambino.
“Be’, i greci e i romani” spiegò il vecchietto “la chiamavano Driade, ma noi questo non lo capiamo; giù al quartiere dei marinai hanno trovato un nome migliore per lei, la chiamano Madre Sambuco, e adesso devi stare attento a lei; ascoltala e guarda quel bell’albero di sambuco.” Madre Sambuco – Hans Cristian Andersen

Sette volte ci si inchina davanti a Madre Sambuco per ringraziarla per i suoi sette doni a noi.

Il sambuco, un tempo, era uno degli alberi medicali più importanti di tutti. Si credeva che lavarsi il viso con la rugiada raccolta dai fiori di sambuco preservasse la bellezza di una donna. Ancora oggi i derivati ​​del sambuco continuano ad essere utilizzati come ingrediente di detergenti per la pelle.  Dalle bacche si producono i coloranti blu e viola, mentre dalle foglie si ottengono il giallo e il verde e dalla corteccia il nero.

Capiamo quindi perché il sambuco fosse così importante per la sopravvivenza del clan, tanto da impedire di tagliarlo, pena la morte.

Il sambuco è legato alle fate. Esse amano la musica e adorano particolarmente la musica degli strumenti fatti in legno di sambuco. Questo si presta bene alla realizzazione di fischietti, flauti e altri strumenti musicali. I rami contengono infatti un’anima morbida che i liutai rimuovono per creare tubi cavi. Ancora oggi in Italia con il sambuco si produce la zampogna. fonte

Nella tradizione celtica, a cui sono molto legata, il sambuco è rappresentato con RUIS, il simbolo dell’antico alfabeto ogham , e i druidi lo utilizzavano spesso per invocare l’energia della rinascita e per guidare le persone attraverso i momenti di passaggio. Questo simbolo rappresentava la loro connessione con il divino e la loro comprensione della vita come parte di un ciclo eterno.

Il Sambuco è sempre presente nelle mie fiabe, una pianta saggia e magica che spesso si trova in mezzo a un bivio: quale sentiero prendere? Quante volte ci troviamo nell’incertezza di quale strada scegliere, di quale percorso iniziare? La Driade che vive nelle sue verdi radici, adornata dal bellissimo cappellino bianco dei suoi fiori, è una Madre. Un’antica leggenda danese racconta che Madre Sambuco è una guardiana che perseguita chi abbatte un albero. Ma sa essere saggia e gentile quando riconosce un cuore puro e rispettoso.

Se hai la fortuna di camminare in un bosco, in questi nuovi giorni, potrai incontrarla e ascoltare le sue bellissime storie. E quando sarai pronto, ti indicherà la strada…

La fiaba che insegna il Team Building

Un uomo aveva un asino che lo aveva servito assiduamente per molti anni; ma ora le forze lo abbandonavano e di giorno in giorno diveniva sempre più incapace di lavorare. Allora il padrone pensò di toglierlo di mezzo, ma l’asino si accorse che non tirava buon vento, scappò e prese la via di Brema: là, pensava, avrebbe potuto fare parte della banda municipale. Dopo aver camminato un po’, trovò un cane da caccia che giaceva sulla strada, ansando come uno sfinito dalla corsa. “Perché‚ soffi così?” domandò l’asino. “Ah,” rispose il cane, “siccome sono vecchio e divento ogni giorno più debole e non posso più andare a caccia, il mio padrone voleva accopparmi, e allora me la sono data a gambe; ma adesso come farò a guadagnarmi il pane?” – “Sai?” disse l’asino. “Io vado a Brema a fare il musicante, vieni anche tu e fatti assumere nella banda.” Il cane era d’accordo e andarono avanti. Poco dopo trovarono per strada un gatto dall’aspetto molto afflitto. “Ti è andato storto qualcosa?” domandò l’asino. “Come si fa a essere allegri se ne va di mezzo la pelle? Dato che invecchio, i miei denti si smussano e preferisco starmene a fare le fusa accanto alla stufa invece di dare la caccia ai topi, la mia padrona ha tentato di annegarmi; l’ho scampata, è vero, ma adesso è un bel pasticcio: dove andrò?” – “Vieni con noi a Brema: ti intendi di serenate, puoi entrare nella banda municipale.” Il gatto acconsentì e andò con loro. Poi i tre fuggiaschi passarono davanti a un cortile; sul portone c’era il gallo del pollaio che strillava a più non posso. “Strilli da rompere i timpani,” disse l’asino, “che ti piglia?” – “Ho annunciato il bel tempo,” rispose il gallo, “perché‚ è il giorno in cui la Madonna ha lavato le camicine a Gesù Bambino e vuol farle asciugare; ma domani, che è festa, verranno ospiti, e la padrona di casa, senza nessuna pietà, ha detto alla cuoca che vuole mangiarmi lesso, così questa sera devo lasciarmi tagliare il collo. E io grido a squarciagola finché‚ posso.” – “Macché‚ Cresta rossa,” disse l’asino, “vieni piuttosto con noi, andiamo a Brema; qualcosa meglio della morte lo trovi dappertutto; tu hai una bella voce e, se faremo della musica tutti insieme, sarà una bellezza!” Al gallo piacque la proposta e se ne andarono tutti e quattro. 

I nostri quattro amici arrivano davanti a una casa e lì decidono di fermarsi perchè sono stanchi e affamati. Spiando alla finestra vedono una tavola imbandita con ogni ben di Dio e dei briganti seduti attorno ad essa; i quattro decidono di cacciare i briganti e dopo averci ragionato, hanno un’idea: il cane salta sulla groppa dell’asino, il gatto su quella del cane e il gallo su quella del gatto, e cominciano a fare un gran baccano.

Uno raglia, uno abbaia, uno miagola e l’altro canta così forte che i briganti si spaventano e scappano, pensando ci sia uno spettro. Così i nostri amici entrano in casa e ne prendono possesso, e quando i briganti tornano per vedere se davvero c’è un mostro, riescono a scacciarli definitivamente usando, ognuno, le proprie armi: un bel calcio, unghie affilate, un morso, e un chicchirichì gridato nelle orecchie.

Inutile dire che i nostri eroi rimangono nella casa, per sempre sereni e contenti: una bella rivincita, per chi, ritenuto troppo vecchio e ormai incapace di produrre lavoro, viene messo in disparte, metaforicamente, viene fatto morire.

Questa bellissima fiaba dei fratelli Grimm, I musicanti di Brema, ci mostra due cose importanti: l’essere umano ha la capacità di non farsi abbattere dalle difficoltà ma può sempre trovare nuove soluzione utilizzando le proprie risorse interiori, soprattutto quando opera in gruppo – attivazione del team buildingogni personaggio trova un suo ruolo specifico attraverso cui riesce a realizzare le proprie personali attitudini e capacità – Bastone. Le fiabe raccontate agli adulti –  e proprio dal lavoro comune trova la forza di diventare un ottimo problem solving e riesce a  raggiungere il proprio fine.

E come non notare che il gruppo si realizza al meglio proprio grazie alla diversità di ognuno di loro? Sono le loro  caratteristiche, uniche e personali che riescono a cacciare i briganti!

Un messaggio di integrazione ancora più attuale ai nostri giorni, in un Tempo pervaso da egoismo e individualismo. Lavorare insieme per raggiungere un obiettivo che diventa comune e rafforza competenze importanti, la creatività, la negoziazione, e la consapevolezza delle proprie capacità.

Mi occupo del benessere psicofisico dei 2 e 4 zampe, con gli insegnamenti dei Maestri Animali, la Saggezza millenaria del Reiki e delle Fiabe Millenarie

Fiabeincostruzione – AnimalREIKI Vuoi saperne di più? Scrivi a fiabeincostruzione@gmail.com oppure compila il modulo di seguito

Comunicare, perché è così difficile?

Ripropongo questo posto dello scorso anno che parla di un tema purtroppo sempre molto attuale! Sempre più nel mio lavoro di formatrice e nei percorsi di crescita ed evoluzione, mi trovo a districare i nodi che le parole sbagliate creano fra le persone, distruggendo rapporti di amore, amicizia, lavoro. Mamma , papà e figli. Insegnanti e genitori. E alunni.

Ma perché è così difficile comunicare?

La comunicazione è la mia passione, come lo sono le parole, strumenti potenti: possono essere sassi che feriscono, oppure raggi luminosi che ci elevano. La narrazione che facciamo di noi stessi, crea la nostra realtà. E quali parole usiamo per raccontarla? Quali parole usiamo per comunicare? E non dimentichiamo mai che la prima forma di comunicazione della quale aver cura, è proprio quella che facciamo con noi stessi.

Perché è così difficile comunicare? Me lo chiedono spesso durante gli incontri formativi, anche quando non sono specifici sulla comunicazione, e mi rendo sempre più conto che relazionarsi, a qualsiasi livello, stia diventando sempre più un problema.

Marito e moglie, genitori e figli, genitori  e insegnanti, fidanzati, colleghi, innamorati, amici, vicini, e conoscenti: anche quando parliamo la stessa lingua – perché se pensiamo a quando ci relazioniamo ad una persona che appartiene ad un altro paese e ad un’altra cultura, naturalmente la cosa si complica ancora  di più – non ci capiamo.

Anche quando diciamo la stessa cosa, non ci capiamo. Perché è così complicato?

Perché non sappiamo dire qualcosa ad un’altra persona, senza partire dal nostro, personale punto di vista, e non teniamo conto di cosa può pensare l’altra persona

Perché sentiamo e non ascoltiamo, l’altra persona, e anzi la maggior parte delle volte mentre stra ancora parlando, stiamo già pensando a quale risposta dare.

Stiamo già pensando che tanto sappiamo già che cosa ci vuole dire.

E così facendo non sappiamo davvero cosa ci sta dicendo l’altro, non sappiamo davvero cosa pensa e non possiamo sapere se quello che dice può essere un valore per noi. 

Comunicare vuol dire osservare, senza giudizio; vuol dire che se l’altro è vestito in un modo che non ci piace, o se è diverso da noi, non ci facciamo condizionare da questo, 

e dire: mi fai arrabbiare perchè sei sempre in ritardo

  • mi fai arrabbiare, vuol dire dare la colpa all’altro; è già un giudizio mentre noi siamo responsabili delle nostre emozioni,
  • sempre è un punto di vista, il nostro sempre non è quello dell’altro, e c’è un’accusa implicita.

è diverso dal dire mi arrabbio – io provo questa emozione,  quando arrivi in ritardo – non giudico ma osservo,  perché sento che non ti interessa nulla di me – esprimo il mio sentire

ascoltare, ascoltare davvero, con fiducia partendo dal presupposto che l’altro può avere un pensiero diverso da noi e che ci può arricchire.

guardare l’altro, per cogliere oltre alle sue parole, i suoi sguardi, i suoi gesti, i suoi toni che potrebbero dirci molto  altro, rispetto al suo stato d’animo, e potremmo così attivare quella piccola, grande, purtroppo difficile risorsa che si chiama empatia.

Naturalmente la prima persona per la quale possiamo provare empatia, siamo noi stessi. Se non ci prendiamo in considerazione noi, come potrà farlo qualcun’altro?

Comunicare, bene, è possibile. Come? Partendo da noi, ma ascoltandoci, ascoltando i nostri bisogni, le nostre paure, e i nostri limiti. E accogliendoli. Solo così potremo accogliere quelli degli altri. 

Cominciamo con un piccolo esercizio: basta pensare all’ultima volta che abbiamo discusso con qualcuno, amico, amore o un collega. Come è accaduto? Come ci siamo posti di fronte all’altro.? Abbiamo osservato o abbiamo giudicato? Abbiamo sentito o abbiamo guardato?

Vi consiglio di fare l’esercizio scritto: aiuta l’introspezione. Potreste rimanere davvero sorpresi…