E vissero felici e contenti

prinicipessa e ranocchio

Adolf Borne -Maerchen

C’era una volta uno spaccalegna e una spaccalegna, che avevano sette bimbi, tutti maschietti. Il maggiore avea solo dieci anni e il più piccolo sette. Come mai, direte, tanti figli in così poco tempo? Gli è che la moglie andava di buon passo e non ne faceva meno di due alla volta.

Era poverissima, e i sette bimbi gl’incomodavano assai, visto che nessuno di essi era in grado di buscarsi da vivere. Per giunta di cordoglio, il più piccino era molto delicato e non apriva mai bocca, sicchè si scambiava per grulleria quello che era un segno di bontà di cuore. Era piccolissimo, e quando venne al mondo non era mica più grosso del pollice, ed è però che lo chiamarono Pollicino.

Questo povero bimbo era il bersaglio della casa, e sempre a lui si dava il torto. Era però il più sennato e fine di tutti i fratelli, e se poco parlava, ascoltava molto.

Venne una gran brutta annata, e tanta fu la carestia, che quella povera gente decise di sbarazzarsi dei piccini. Una sera che questi erano a letto, lo spaccalegna disse tutto afflitto alla moglie, seduta con lui davanti al fuoco: “Tu vedi che non possiamo più dar da mangiare ai piccini; vedermeli morir di fame sotto gli occhi non mi dà l’animo, e ho deciso di menarli domani al bosco perchè vi si sperdano. La cosa sarà facile; quando li vedremo occupati a far fascinotti, tu ed io ce la svigneremo. — Ah! esclamò la moglie, e avrai proprio cuore di far smarrir i figli tuoi?” Aveva un bel parlare di miseria il marito, la poveretta non si faceva capace; era povera sì, ma era la loro mamma.

Se non che, considerando quanto avrebbe sofferto a vederli morir di fame, finì per acconsentire e se ne andò a letto, piangendo.” Pollicino – Charles Perrault

I bambini conoscono  la sensazione di paura, solitudine, isolamento e ansia. Il più delle volte non riescono ad esprimerla a parole ma lo possono fare indirettamente, con la paura del buio, o di qualche strano animale.

Spesso si tende a minimizzare queste paure nel tentativo di non alimentarle, mentre nelle fiabe queste emozioni negative sono prese davvero sul serio: la paura di non essere amati, o la paura dell’abbandono, o della morte; e la fiabe offrono soluzioni per superarle in modo che il bambino le possa recepire ed elaborare.

Alcune fiabe scrivono nel finale “se non sono ancora morti, sono ancora vivi“, e rispondono  così al desiderio insito nell’essere umano, e anche del bambino, di vita eterna.

Per esempio la frase finale “E vissero felice e contenti” non vuole far credere al bambino che esista la vita eterna , assolvendo ad un irrealistico appagamento di un desiderio – e il bambino non lo crederebbe affatto – ma gli fa capire che la formazione di un legame soddisfacente con un’altra persona è l’unica cosa che può farci sopportare gli angusti limiti del nostro tempo su questa nostra terra. Bettelheim.

Queste fiabe insegnano che solo quando l’essere umano forma una soddisfacente ed equilibrata relazione interpersonale,  può sfuggire all’angoscia della separazione; insegna che il lieto fine avviene anche se  l’individuo – il bambino –  si stacca dalla madre – una paura che lo ossessiona – e gli insegna che ” solo uscendo nel mondo, l’eroe della fiaba – il bambino – trova sè stesso; e solo quando trova sè stesso trova l’altra persona con cui potrà vivere felice per il resto dei suoi giorni, cioè senza dover più provare la paura della separazione” Bettelheim

Il bambino percepisce il messaggio della fiaba in maniera inconscia; impara che può, è in grado, di  raggiungere la propria indipendenza, ed un equilibrato percorso di crescita.

“…si udì bussare per la seconda volta e gridare: “Figlia di re, piccina, aprimi! Non sai più quel che ieri m’hai detto vicino alla fresca fonte? Figlia di re, piccina, aprimi!” Allora il re disse: “Quel che hai promesso, devi mantenerlo; va’ dunque, e apri”. Ella andò e aprì la porta; il ranocchio entrò e, sempre dietro a lei, saltellò fino alla sua sedia. Lì si fermò e gridò: “Sollevami fino a te.” La principessa esitò, ma il re le ordinò di farlo. Appena fu sulla sedia, il ranocchio volle salire sul tavolo e quando fu sul tavolo disse: “Adesso avvicinami il tuo piattino d’oro, perché mangiamo insieme.” La principessa obbedì, ma si vedeva benissimo che lo faceva controvoglia. Il ranocchio mangiò con appetito, ma a lei quasi ogni boccone rimaneva in gola. Infine egli disse: “Ho mangiato a sazietà e sono stanco; adesso portami nella tua cameretta e metti in ordine il tuo lettino di seta: andremo a dormire.”

La principessa si mise a piangere: aveva paura del freddo ranocchio, che non osava toccare e che ora doveva dormire nel suo bel lettino pulito. Ma il re andò in collera e disse: “Non devi disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno.” Allora ella prese la bestia con due dita, la portò di sopra e la mise in un angolo. Ma quando fu a letto, il ranocchio venne saltelloni e disse: “Sono stanco, voglio dormir bene come te: tirami su, o lo dico a tuo padre.” Allora la principessa andò in collera, lo prese e lo gettò con tutte le sue forze contro la parete: “Adesso starai zitto, brutto ranocchio!” Ma quando cadde a terra, non era più un ranocchio: era un principe dai begli occhi ridenti. Per volere del padre, egli era il suo caro compagno e sposo. Le raccontò che era stato stregato da una cattiva maga e nessuno, all’infuori di lei, avrebbe potuto liberarlo. Il giorno dopo sarebbero andati insieme nel suo regno. Poi si addormentarono.” Il Principe Ranocchio – F.lli Grimm

Un altro elemento importante è che, soprattutto oggi, il bambino è spesso da solo; i genitori devono lavorare, e non esistono più le famiglie numerose di un tempo, le famiglie allargate di  quando furono scritte le fiabe.

L’eroe delle fiabe, all’inizio,  agisce da solo, spesso senza sapere cosa e chi può incontrare ma riesce sempre a trovare un posto sicuro, la strada giusta, la sua realizzazione: il bambino impara  che può far conto sulle proprie forze e  sviluppa la propria fiducia interiore.

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